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Sull’ultimo numero di “Micromega” ho scritto questa memoria del ‘68 con cui considero chiuse, da parte mia, le celebrazioni del quarantesimo.
Reduce? E vabbè (diciamolo così, in romanesco, alla “Verzo” d’antica memoria, per i patiti dello stereotipo) sono un reduce! Reduce di che cosa? Sessantottino? Ex lottacontinuista? Rivoluzionario “au caviar”? Fate voi, dirò sempre di sì. Non so bene di che cosa, ma il sottoscritto Gad Lerner, nato il 7 dicembre del 1954, volentieri si compiace di rivendicare il titolo di cui vengo fregiato da una trentina d’anni.
Avrei potuto rifugiarmi nell’anagrafe: in fondo nel 1968 vivevo una pubertà di cui ho il riguardo di risparmiarvi i dettagli, e solo sul finire di quell’anno misi piede da imberbe ginnasiale nella prima classe del liceo Parini di Milano, da cui sarei emigrato al Berchet. Diciamo che l’ho sfiorato, il ’68.
Vado maluccio perfino come ex di Lotta continua (vi aderii diciottenne nel 1973, e la screanzata dopo soli 3 anni s’era già sciolta) ma ciò non mi impedisce di comparire sempre ai primi posti –da abusivo- nel campionario dei suoi protagonisti.
Dopo essermi doverosamente scusato con chi davvero ha fatto il Sessantotto e con chi davvero ha dato vita a Lotta continua per questa mia abusiva occupazione di ruolo pubblico, passo a spiegare perché non ho mai voluto smentire o minimizzare un’etichettatura generazionale che furoreggia a distanza di decenni.
Non c’è solo il timore di apparire vile puntualizzando troppi distinguo dalla vicenda giovanile in cui ti sei riconosciuto. Molto di più: io voglio esprimere tutta la mia gratitudine nei confronti della stagione più deformata, diffamata, irrisa, manipolata da un’intellighenzia (sia conservatrice, sia comunista) che subì il ’68 come un affronto. Non si tratta solo di riconoscenza personale: è nell’impegno con e per gli altri di allora che ho appreso il senso del comunicare, l’emancipazione da codici linguistici paludati e ossequiosi, la passione per l’inchiesta sociale, l’aspirazione a trasformare la realtà, la ricerca di un bene comune, cui debbo anche la mia fortunata carriera professionale. A quelli che lamentano l’eccessiva presenza di ex sessantottini ai vertici del giornalismo italiano (a parte il fatto che non è vero; a parte che mi ricorda la medesima “denuncia” riferita agli ebrei) rispondo: se ci avete corteggiati, se avete scopiazzato le novità presenti nelle nostre testate, vuol dire che perfino voi siete debitori dell’odiato Sessantotto…
La verità è che stiamo parlando di un movimento e di una stagione di cambiamento che hanno migliorato la vita delle persone dovunque, in Italia e nel mondo. E’ stato un passaggio di redistribuzione più equa dei redditi, di riforme strutturali importanti, di apertura nelle relazioni familiari e sessuali, di acculturazione senza precedenti. Quando gli storici potranno lavorare prescindendo dal rancore provocato da quel sommovimento –e la sofferenza delle vittime, tutte le vittime di una lunga scia di sangue, si attenuerà- allora i dati oggettivi avranno ragione dell’ideologia antisessantottina.
Vale la pena di riflettere sul perché –quarant’anni dopo!- sopravviva un tale bisogno di riscossa, un’ansia demolitoria, nei confronti di un movimento talmente lontano nel tempo. Ma prima voglio ricordare, di quella mia esperienza precoce, solo un paio di aspetti.
Anzitutto l’immediatezza naturale con cui ti sentivi destinato a partecipare di un’esperienza collettiva. Non avevo dubbi sul fatto che avrei frequentato collettivi, assemblee, cortei, e possibilmente feste, direi già dalla seconda media. Quando invidiavo mia sorella maggiore che ascoltava la musica nuova e vestiva trasgressivo e lasciava intravedere la possibilità di una condizione esistenziale altra non solo dall’infanzia, ma anche dal conformismo adulto. Il tutto in un mondo in subbuglio che reclamava la tua attenzione ovunque tu volgessi la testa. Insomma, fin dal primo giorno di liceo leggevo avidamente i volantini, trovavo invitanti i manifesti scritti a pennarello per convocarci nelle riunioni pomeridiane, ero curioso di discutere le ragioni gridate nel megafono.
Dai diciassettenni-diciottenni che orientavano le assemblee era facile passare all’incontro con figure adulte così diverse dal circuito familiare: intellettuali e operai portatori di saperi affascinanti. Ho avuto la fortuna sfacciata d’incontrare allora dei maestri non dogmatici ma severi nel pretendere lo studio accanto all’azione. Certo, mi è andata bene: fossi finito nelle sgrinfie di qualche ideologo marxista-leninista-maoista… Invece ho proseguito nel mio destino di nuovo venuto, quasi sempre il più giovane cui si proponevano letture e nuove conoscenze insieme alla gratificante sensazione (illusione) di essere pervenuto precocemente alla maturità.
Il secondo ricordo che va menzionato è dell’anno successivo. Sul sagrato del Duomo, la mattinata livida dei funerali, dopo la strage di piazza Fontana. Avevo compiuto 15 anni pochi giorni prima. Un ragazzino chiamato alla consapevolezza che in Italia la morte poteva essere comminata per vie illegali da settori oscuri, interni agli apparati dello Stato. Poi ci si chiede perché la cultura riformista abbia penato tanto a farsi strada nel nostro paese, e invece sentissimo il dovere di presentarci come rivoluzionari.
In conclusione vorrei dire la mia sul perché il Sessantotto dà ancora tanto fastidio.
Credo c’entri parecchio il forte insediamento del partito comunista nel nostro paese, e la sua indiscutibile egemonia sull’intero schieramento di sinistra. Aggiungiamo il prestigio derivante a una parte cospicua dei suoi gruppi dirigenti dall’essersi formati poco più di vent’anni prima nel fuoco della Resistenza antifascista, e gli ingredienti ci sono tutti.
Ma come si permettono questi giovinastri di venire a darci delle lezioni di coerenza e di rivoluzione? Che si trattasse della nuova classe operaia immigrata alle catene di montaggio, o degli studenti provenienti dal ceto medio e dalla borghesia, esplodeva il dramma dell’incomunicabilità. Per dialogare con chi guidava la sinistra italiana, molti leader del Sessantotto intrapresero a loro volta una competizione ideologica, cioè imperniata sul falso terreno della legittimità e dell’ortodossia. Chi è il più marxista, chi il più leninista? Chi davvero rappresenta gli interessi della classe operaia? Chi è il degno successore dei partigiani, e chi invece ne ha tradito il sacrificio? Eccetera.
Così si è verificato il paradosso di un’insorgenza dirompente nei confronti dei codici culturali preesistenti che in Italia si sarebbe cronicizzata (abbiamo avuto il Sessantotto più lungo del mondo, protrattosi per una buona metà del decennio successivo) e per giunta burocratizzata. Ricondotta nelle gabbie dell’ideologia dominante sulla tradizione novecentesca del movimento operaio (e delle sue eresie). Merito anche della duttilità e dello sforzo di adattamento del Pci alla nuova composizione sociale e alle nuove dinamiche culturali del Sessantotto. Ma sempre col retropensiero di avere a che fare con dei disturbatori della Politica togliattiana con la P maiuscola; e sempre col fastidio, tuttora persistente nei confronti di una società bollata di arretratezza, sovversivismo, ignoranza. La stessa diffidenza mostrata nel Sessantotto nei confronti dei movimenti estranei alla sinistra ufficiale (nelle fabbriche, nelle scuole, nel dissenso cattolico, sul fronte della liberazione sessuale), la ritroviamo lungo gli anni Novanta fino a oggi nei confronti della cosiddetta “società civile”.
Più facile spiegare l’insofferenza antisessantottina di una destra italiana che a quel tempo non aveva fatto i conti col fascismo (per la verità neppure oggi), e restava impregnata di conformismo, clericalismo, sarcasmo qualunquistico. Non a caso l’intellettuale benpensante che più di ogni altro –e con maggior successo di pubblico- prende di punta il movimento di rivolta giovanile è Indro Montanelli. Lui che ha attraversato furbescamente il fascismo per poi continuare a distinguersi dagli antifascisti –dotato di una penna magnifica che gli consentiva di presentarsi anticonformista pur restando sempre ben insediato nell’establishment del momento- catalizzò da par suo una reazione ironica dei benpensanti. La caricatura di un Sessantotto opera di figli di papà un po’ tonti e un po’ fanatici furoreggia ancora. Mario Capanna e Giulia Maria Crespi, i “cinesi”, i “katanga”: la solita solfa.
E’ per fare rabbia agli ultimi epigoni di questo insulso luogocomunismo che dobbiamo proclamarci tutti, orgogliosamente, reduci del Sessantotto. Anche quelli che sono nati dopo, tanto nessuno controlla la carta d’identità.





20 aprile, 2009 alle 11:49 am
"Elogio di Lotta Comunista, pensate un po’. Elogio di quei giovanotti che salgono da anni e anni le dure scale di casa mia per offrirmi senza vergogna il loro giornale: buon giorno, vuol mica Lotta Comunista? Naturalmente sapete di cosa parlo: non c’è casa e appartamento, piazza e via di Genova e di Liguria che non siano periodicamente benedette dal passaggio di una coppia di “diffusori”. Elogio della perseveranza. Suonano alla porta per venderci qualcosa che ci appare ragionevolmente incomprabile, essendo certificato estinto ormai da tempo: il comunismo. E nemmeno semplicemente il comunismo, bensì una sua accezione in purezza propugnata all’inizio del secolo scorso dal teorico marxista Amadeo Bordiga, che meritò a suo tempo addirittura la dura critica di Lenin in persona, estrinsecata in uno scritto diventato famoso: “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”.
Quei giovanotti vogliono venderci addirittura l’indicibile, un pensiero mai fatto carne, visto che giudicano una brutta esperienza di capitalismo di Stato il comunismo fin qui realizzato e defunto. Quanti milioni di no si sono sentiti dire nel corso dei 40 e più anni che salgono le nostre molte migliaia di scale? E non smettono di farlo. In cambio di quanti sì trovano la forza per continuare? Decine, forse centinaia? Immagino il minimo assoluto nel rapporto tra fatica e risultato; immagino che quel minimo sia giudicato abbastanza soddisfacente perché si sentano incoraggiati a non recedere. Di quel minimo poi qualcuno sì deve essere convinto al comunismo bordighista, visto che oggi mi suona alla porta una seconda o terza generazione di giovanotti. Lo fanno gratis il loro lavoro di diffusione; su questo non ho dubbi: la loro perseveranza è pura virtù, non necessità di un lavoro a cottimo.
Elogio del pensiero. Quei giovanotti non hanno semplicemente una fede, ma anche un pensiero, e le due cose assieme non sono così diffuse come logica vorrebbe. Studiano per farsi quel loro pensiero, e bisogna ammettere che farsi un pensiero sul comunismo organico richiede una applicazione intellettuale notevole. Trovo che sia bello, trovo che sia comunque una buona cosa che qualcuno si sforzi di pensare. Il frutto del loro pensiero è offerto per esteso nel loro giornale. Articoli lunghi e complessi, noiosi per il gusto corrente, privi di qualsivoglia tentativo di essere comunicativi, concilianti.
Quando riesco ad applicarmi nella loro lettura mi fanno ricordare i trattati dei padri della Chiesa sulla natura della prossima Parusia o sulla struttura gerarchica spirituale della Gerusalemme Celeste. Data la complessità dei temi trattati, i Padri non ritenevano di potersi esprimere diversamente, così quei giovanotti. È una coerenza che pagano loro stessi; evidentemente è un prezzo che ritengono di dover pagare in nome del loro pensiero. E anche in questo non ci vedo niente di male, ma una dignità che appartiene al genere di virtù poco diffuse, men che meno tra i venditori di idee, o di fede. Ed è molto più facile vendere Dio, del comunismo “organico” bordighista. E infatti prosperano le nuove religioni “porta a porta”, ma non c’è traccia di alcuna ripresa del comunismo, sotto nessuna specie o frazione. Ragion per cui quei giovanotti non possono che volgere lo sguardo avanti, molto avanti nelle epoche; unici, probabilmente, in questa forma di presbiopia intellettuale, che è pur sempre meglio della miopia.
Elogio della discrezione. Quelli che bussano per venderti Dio si scandalizzano se dici “no, grazie, abbiamo già il nostro” e ti usano il riguardo di un’insistenza invadente, rivestiti di una falsa modestia colma di presunzione. I giovanotti che vogliono venderti la lotta comunista aspettano invece un sì o un no senza azzardare alcun pronostico sulla imminente fine del capitalismo, o del mondo intero, e incassano il loro “no” con signorile distacco. Sono giovani e dovrebbero pur essere esuberanti anche nelle loro idee, ma evidentemente esercitano il loro ardore in forme non invasive: forse è questa la differenza tra militante e missionario.
Elogio della fedeltà. Tra i molti gruppi che già furono dell’avanguardia rivoluzionaria, o sedicente tale, questo loro mi risulta essere l’unico in cui non un solo dirigente sia diventato negli anni direttore di qualche giornale, conduttore di qualche talk show, consigliere di qualche principe, ministro di qualche governo. Pare che con il pentimento e il tradimento non si faccia carriera da quella parte, e anche questa è una rarissima virtù.
Detto questo, mi duole non poter condividere il loro pensiero e la loro dottrina, ma questo è del tutto ininfluente. Non sono neppure legato alla filosofia taoista, ma ciò non mi impedisce di apprezzare ed ammirare. E poi, chissà: se la storia dell’umanità durerà ancora tre o quattro secoli, magari si scoprirà che hanno ragione loro. E tutto quel scendere e salire le dure scale aveva una ragione che solo noi miopi non sapevamo vedere
Quei ragazzi che vendono il comunismo
30 marzo 2009
HOME > SPAZIO MAGGIANI "Ho voluto fare questo copia incolla di "Spazio Maggiani"perche trovo curioso che si parli tanto dei ‘68ini e praticamente mai di una organizzazione piccola (ma non tanto) che ha resistito all’usura del tempo e alle sirene del "posto buono". Come mai?
4 febbraio, 2008 alle 1:26 am
Però Fini è un leader strano, ogni tanto ha queste aperture vagamente moderniste, come sulla procreazione assistita, poi un’altra cosa che non ricordo. Ah, il voto agli immigrati!
In genere dopo un po’ sono direttamente i suoi a farlo rientrare nei ranghi.
3 febbraio, 2008 alle 11:16 pm
Ehi, Micio, non esagerare. Fini, La Russa, Gasparri lucrano da anni sul più becero sentimento antisessantotto. Se quella di Fini è davvero resipiscenza, io non lo so. Nel caso converrai che è davvero tardiva!
3 febbraio, 2008 alle 9:01 pm
O’ Micio, anche io spero che CESSI NO oltre che CESSINO. Hahahaha. Ma Zopissa che fluido emana?
3 febbraio, 2008 alle 8:51 pm
Quel che ha oggi detto Gianfranco Fini,credo con grande sincerità,è assolutamente in linea con quello che qui ha scritto Gad.Il ‘68 è comunque un momento importantissimo della storia contemporanea,e ne vanno riconosciuti i meriti.Mi trovo d’accordo con Fini e con Gad.Spero che cessino anche quelle frecciate isteriche che qui ho letto.E con ciò anch’io considero concluse le celebrazioni.
2 febbraio, 2008 alle 3:53 pm
Zoppissa, come va?
2 febbraio, 2008 alle 2:57 pm
zopissa, dove sei?
2 febbraio, 2008 alle 12:46 pm
Gavinettolo, o forse Gavettone? Scusa ma la satira e’ nel mio sangue, ma Einstein non si scrive Heinstein, quelle sono le zuppe in scatola mi sembra. Io mica amo stare qua infatti, hahaha. A scappare ci guadagno solo, quindi ONU avanti a tutta forza o tutta birra! Poi ho scoperto che Lady D e’ in verita’ Lady DDT e che il Conto Corrente e’ in verita’ la Cecita’ Collettiva. Io abito in una citta’ chiusissima e comunque quelli del posto m’intralciano e si mettono in mezzo di continuo facendo dispettucci a piu’ non posso. Porto, magari vivessi a PORTO in PORTOGALLO.
2 febbraio, 2008 alle 12:37 am
Ma no Airuen, io intendevo dire “scappare”, fuggire da un posto che ami perchè qualcuno te lo fa sentire invivibile. Per il resto mi sento come Heinstein, quando mi chiedono di che razza sono, ho sempre risposto: “UMANA”! Uniti nelle diversità è sempre stato un mio motto e sono felice che qua dove vivo si integrino stupendamente da secoli altre culture e altri popoli (ho solo qualche rigetto per certi “italiani” a volte) ed inoltre sono uno che va per mare e mi sento a casa in ogni porto (tranne qualche porto, sempre “italiano”!!)
2 febbraio, 2008 alle 12:19 am
La soluzione l’ho gia’ detta e non smettero’ mai di dirla, ma vedo che qui la gente non legge le opinioni altrui, sintomo di cecita’ collettiva nonche’ prepotenza, bullismo, onnisaccenza, ecc.
Io ho studiato e vissuto in Inghilterra e imparato cose che qui non mi hanno mai lasciato fare e li si studia con persone di tutto il mondo. Emigrare a volte significa LIBERTA’ e APERTURA e non sconfitta come dice Gavino. Ad ogni modo la chiave di un paese vincente e’ la DIVERSITA’ di culture che arricchiscono in tutti i sensi e questo l’Italia non riesce a capirlo.
1 febbraio, 2008 alle 10:50 pm
Il ‘68, magari….oggi!
UNA SCUOLA CHE NON HA PIU’ NULLA DA DIRE PERCHE’ SPECCHIO DI UNA SOCIETA’ IN FRANTUMI.
A metà gennaio 2008 i giornali riportavano una curiosa classifica sulla qualità delle scuole secondarie in occidente, la scuola italiana risultava solo al 36° posto dietro a paesi “emergenti” come l’Estonia.
Entrare nel merito dei problemi della scuola italiana significa aprire un dibattito infinito.
Mi limito ad osservare solo che da una impostazione prettamente umanistica ereditata dalla riforma Gentile, siamo passati all’opposto, ma la “cosa” non è venuta per niente bene. Ricordiamo la infelice riforma Berlinguer e la successiva riforma Moratti con le famose tre I.
In tutto questo, si è perso di vista la dimensione in-divenire del ragazzo e, soprattutto, il senso pedagogico del fare scuola.
Fra migliaia di indirizzi si è perso l’obiettivo di formare lo studente innanzitutto come futuro cittadino.
L’autonomia finanziaria non permette, per motivi facilmente intuibili, applicare selezioni meritocratiche (se si boccia troppo si rischia di farsi un nome di scuola difficile e calano gli iscritti, dunque niente fondi. Se si boccia troppo si rischia di non formare classi scolastiche e di conseguenza i posti degli insegnanti, precari, rischiano di saltare).
Anche le università, disperse in mille e mille specializzazioni, vivono le stesse problematiche sopra dette, per cui oggi si laureano tutti con molta facilità e mancando una selezione anche verticale, cioè nel mondo del lavoro, rischiamo di ritrovarci fra qualche anno con una classe dirigente (al centro e in periferia, negli enti e nelle istituzioni) per lo più impreparata, incolta, mediocre.
Gramsci scriveva ai figli, ancora piccoli e alle prese con l’alfabeto: “non si è liberi di scrivere da destra verso sinistra” e continuava rimproverando alla moglie, affettuosamente, di essere imbevuta di “spirito ginevrino”, di lasciarsi andare a torto al mito dell’”educazione secondo natura”, che aveva trovato nell’Emilio di Rousseau la sua più completa espressione.
Gramsci avvertiva che in una società non si può lasciare a sé i propri giovani, questi vanno educati attraverso l’esempio, attraverso la trasmissione di un’etica e di valori condivisi. Il conflitto stesso, che naturalmente vi è fra le generazioni, paradossalmente si spegne se non “invogliato” attraverso un rapporto “educatore”-adulto/ “educando”-giovane.
Quali valori si vogliono cambiare se valori non ce ne sono a monte. Sembra di vivere in una sorta di appiattimento o meglio di omogeneità di visioni-del-mondo, orizzontalmente fra gli adulti e i ragazzi e verticalmente fra le generazioni.
Scriveva, pressappoco, Curzio Maltese sulla sua rubrica del Venerdì di Repubblica, parlando di incontro fra generazioni, che le nonne oggi non sono più presenti con la loro vecchiaia, simboleggiata dalla testa canuta a ricordare e dunque ad educare sullo svolgersi naturale della vita e all’accettazione di questa, ma “si rifanno le tette, per cui non oso immaginare come verranno su le nipoti”.
La terza età viene esorcizzata perché culturalmente non veniamo più educati-abituati alla vita in quanto tale, con un inizio ed una fine. Il vecchio è oggi relegato ai margini, perché inutile al mercato, alla produzione. Non è più la finestra sul passato e dunque il “ritorno alle radici” e in quanto tale sinonimo di saggezza per cui non viene più considerato. E’ una rottura di palle, e basta! E lo è anche contro la nostra volontà, perché la realtà ci impone di correre, correre, correre, mentre l’anziano ha bisogno di essere vissuto con calma, con il naturale ritmo di vita.
Se, in una classe scolastica, la ragazzina non solo veste come la sua insegnante, ma entrambe arrivano a sviluppare la stessa visone-del-mondo, non c’è più nulla da insegnare, da trasmettere, da educare.
Ma, in tutto questo, il ragazzo come può guardare chi gli è di fronte, l’adulto, se quest’ultimo è preda delle sue stesse incertezze sul futuro, è vittima della stessa rassegnazione ?
Peggio di tutto è comunque il “bullismo istituzionale”, ovvero la prepotenza con cui un’intera classe dirigente vive come in una versaille da Re Sole, rimandando ai cittadini-sudditi che esistono privilegi, che questi sono alla portata di tutti, la ricetta per ottenerli è vendersi.
Credo che, invece, certe forme di bullismo nelle scuole siano, nella maggior parte dei casi, sempre esistite, appartiene al ragazzo la sfida verso l’adulto e la “violenza” (esprimersi con violenza, azzuffarsi, sbeffeggiare il debole, ecc.) fra il gruppo dei pari; siamo noi adulti che non sappiamo rispondervi perché fragili esistenzialmente, incapaci di trasmettere valori esistenziali.
In una realtà sociale che include chi possiede ed esclude chi non può consumare (caratterizzata sempre più dal precariato lavorativo e dall’incertezza del proprio ruolo-in-società), l’adulto è spaventato, scoraggiato, chiuso in un immobilismo culturale e in un individualismo negativo.
In questo guscio, l’adulto si vende, vende sé stesso ogni giorno, diviene non solo merce materiale ma anche merce immateriale, soprattutto quando vota.
Quale soluzione? non esistono soluzioni!
1 febbraio, 2008 alle 11:52 am
Ma poi vorrei sapere, il nome Gavino e’ un alter-ego di Gad o semplice coincidenza? Poi non e’ che vorrei drogarmi, ma dovrei, sai non so se ti sei accorto da cio’ che scrivo, ma la mia spina dorsale mi e’ stata ricostruita da quando avevo 12 anni per cose congenite, non e’ un semplice mal di schiena.
1 febbraio, 2008 alle 11:49 am
Al massimo prendo paracetamolo nei miei giorni mensili, sai com’e’. Comunque il tuo brano e’ scoppiazzato dalla canzone “Nella mia stanza” dei Negramaro, che dice: “Nella mia stanza io non sento la distanza”. Molto piu’ poetico.
1 febbraio, 2008 alle 9:18 am
Impara dal 68 Airuen, c’è anche l’impasticcamento! Auguri per il tuo mal di schiena.
31 gennaio, 2008 alle 11:01 pm
Il tuo branetto e’ da mal di testa Gavino. Purtroppo per te vorrei drogarmi con tutti i dolori alla schiena che mi trovo, ma sono astemia e non sopporto il fumo, hahahah
31 gennaio, 2008 alle 10:31 pm
Airuen…ti prego, cambia pusher! ;o)
Cambia sostanza, ma la sostanza non cambia, e la costanza è quella del lago? Quanto costa costanza se con costanza s’avanza? Come la pensa la panza?
31 gennaio, 2008 alle 12:16 pm
La LOTTA del LOTTO. hahahah
Piu’ che MARINI mi suona come MANDARINI.
hahahhahahahahahahah
31 gennaio, 2008 alle 5:53 am
Questo post richiama direttamente il motivo per cui La contatto…
Sto scrivendo una tesi di laurea sulle riviste nate nel periodo degli anni di piombo e delle lotte politiche.
Naturalmente non posso non parlare di Lotta Continua…
Volevo sapere se fosse possibile avere un contatto diretto con Lei.
Spero in una Sua risposta al mio indirizzo email.
Grazie mille.
Per tutto.
30 gennaio, 2008 alle 6:12 pm
Grazie del complimento Adele!
Caro D.S.E., temo che non abbiamo più nemmeno gli strumenti per distinguere fra cosmos e caos, fra ordine e disordine, fra ragione e follia. Perfino Apollo e Dioniso sono chiusi in gabbia. Mancando loro, non c’è luce e non c’è nemmeno buio pesto.
Siamo in “quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira”, al seguito forzato di politici (ignavi) che da quasi tre lustri si grattano la testa chiedendosi quale direzione prendere e non prendendone nessuna. Abbiamo appena varcato la soglia dell’inferno e abbiamo già avvistato Caronte, mimetizzato da presidente Marini. Vedremo dove ci traghetterà, ma ho la vaga idea che anche questa volta gireremo in tondo.
Il vate Virgilio, mimetizzato invece da Mariotto Segni, ha detto che per procedere, non c’è che da fare un passo: “AFFRONTARE SUBITO IL REFENDUM. NIENTE LO IMPEDISCE ED E’ GRAVISSIMO CHE NESSUN PARTITO PROSPETTI QUESTA POSSIBILITA’”.
Se risolvono con elezioni anticipate senza ritocchi al porcellum, avremo dunque la prova del nove della loro malafede.
Sono uscita dal tema. Poco male.
30 gennaio, 2008 alle 5:45 pm
Bravo Gavino vedo che hai capito e poi il mio commento era solo il numero 66 e segue al 67, al 68 ci stanno arrivando gli americani, McCain sostituisce Giuliani, era ora! Ti ricordo che la targa della mia macchina ha la formula dell’atomo solo al contrario e l’iniziale del mio nome e’ E (Eurwen pronunciato Airuen in italiano), sono i piccoli particolari che fanno i grandi…
30 gennaio, 2008 alle 5:23 pm
ho scritto Marxe, ma la e andava staccata….ma meglio così, Marxe è più simpatico: Carlo Marxe
30 gennaio, 2008 alle 5:20 pm
ma a voi piace il 68…ma del 69 che vogliamo dire? a parte la posizione che dopo un pò va a fatica……ma l’autunno caldo, gli operai che dicevano agli studenti “figli di papà andate a studiare……”,
30 gennaio, 2008 alle 5:15 pm
Grazie Gad, ma sul fatto che comunque stampare banconote resta appannaggio unico e indiscusso di pochi individui (azionisti della BCE) e non più diritto-dovere di uno Stato…..questo va bene al PD. Allora compagni e compari stampiamoci moneta, ognuno nel proprio quartiere, comune, città….se lo fanno dei privati, cittadini come noi, in seno alla BCE (che è privata) lo possiamo fare tutti…..consiglio di lettura-studio: Il Capitale – libro II – Marxe infine: Commentari alla Società dello Spettacolo – Guy Debord
30 gennaio, 2008 alle 5:11 pm
Che dire…. Accecante Airuen! Potresti, col tuo bagliore, risultare “energia alternativa”…(io mi sposto intanto, non trovo gli occhiali da sole). Il tema era: “il 68″, anche il 68, era. Bagaglio lasciato da quel tempo: le femministe, le canne, la zampa d’elefante rediviva, le clarks che costano un “capitale”, l’eskimo sostituito dal K-Way, i poveri del 68 oggi sono ancora poveri, i ricchi del 68 oggi sono ancora(più) ricchi, gli ideali del 68 andati a ramengo insieme alla Costituzione, insomma, da una utopia all’altra senza passare dal via.
30 gennaio, 2008 alle 5:09 pm
per Gad e gli altri amici: chi si ricorda quando Adornato (F.I.) diriggeva “La Città Futura” mensile della FGCI e scriveva editoriali sulla difesa della clsae operaia e sui giovani da intendere come classe sociale ecc.ecc.?
30 gennaio, 2008 alle 2:53 pm
Adele,
la critica, se critica c’è, è gnoseologica, ma me la rimangio subito perché riconosco i meriti pratici della Storia come disciplina.
30 gennaio, 2008 alle 2:28 pm
Metafora:
IL FIUME SCORRE E PUO’ RAGGIUNGERE LA PIENA, PUO’ ROMPERE GLI ARGINI E SE NON LO SI LASCIA SCORRERE INONDERA’ TUTTO DISTRUGGENDO…
30 gennaio, 2008 alle 2:26 pm
Gavino ti stai solo mettendo nel mio bagliore come ho cercato di scrivere. Altra chiave di lettura:
WEAR & TEAR= TYNE & WEAR
30 gennaio, 2008 alle 1:56 pm
Già proprio così, “Convivranno, in un futuro che è già presente, i negazionisti ed i ferventi fedeli; riunioni esoteriche, e plateali recuperi di fervore.”
La tua critica, in chiave mitologico-esoterica è però già un giudizio, non mi pare, una prova convincente di
distacco netto, nei confronti delle due posizioni
30 gennaio, 2008 alle 1:23 pm
Per il Mondo, il “sessantotto” è un fatto occorso sul quale si eserciterà meticolosamente la pedanteria della storia che ne ricostruirà la cronologia e ne riconoscerà i contributi. Col tempo, sarà ricostruito il quadro ex-ante, ed il quadro ex-post. Saranno segnalati i nomi di spicco, ed i padri nobili, fintanto che sarà ricondotto nell’alveo dei fatti noti da leggere nei libri di scuola.
Il “sessantotto” però, possiede la natura del mito, e come tutti i miti sfuggirà dal dominio della scienza per ascendere sotto forma di essenza o metafora nell’olimpo pagano dell’Uomo.
Del mito possiede l’iconografia e l’irragionevolezza apparente delle motivazioni, ne ha la prepotenza del nascere ed i sacerdoti del culto.
Come mito ha nemici potenti che non vogliono screditarlo bensì negarlo, ridurlo a mera fantasia illusoria.
Convivranno, in un futuro che è già presente, i negazionisti ed i ferventi fedeli; riunioni esoteriche, e plateali recuperi di fervore.
Da Washington a Praga il ritorno di Dioniso venne per reclamare il suo culto, e trovò già pronte le menadi sopite. Le incoronò di ghirlande fiorite, e consegnò loro le droghe d’oriente perché consentissero ai suoi fedeli di contrastare il regno apollineo tutto regole e distintivi.
Tornò per esigere il suo culto di primavera, per fare ascendere la fantasia nuovamente al potere.
Sono brevi gli interregni dionisiaci, ma tornano, perché la bestia assetata di gioia celata nell’animo umano può essere indotta al sonno ma mai soppressa.
Tornerà il sessantotto, a sfidare il regno dell’obliquo, tornerà a reclamare la follia che è la matrice della sapienza.
30 gennaio, 2008 alle 1:14 pm
Oddio, volevo dire articolo indeterminativo. Ok, meglio che esca un pò fuori a preder aria.
Ciao
30 gennaio, 2008 alle 1:12 pm
Mrs. Edy, stavo per scrivere “sento una….” Poi mi sono accorta che non andava con la parola sensazione e ho preferito sostituire con “che piacevole…..”Purtroppo è rimasto l’articolo det. una. Scusa
30 gennaio, 2008 alle 1:06 pm
Mrs. Edy ho appena finito di leggerti: che una piacevole sensazione di leggerezza.
Riguardo Tabacci, apprezzo molto i suoi interventi nei dibattiti televisivi. Non lo conosco molto bene, sotto il profilo politico, ma ho sempre avuto la forte sensazione che sia un uomo profondamente onesto, obiettivo e, da come ha sempre agito, non prezzolato.
30 gennaio, 2008 alle 12:32 pm
Stretta fra spazio e tempo (il primo del blog, il secondo mio), concentro la mia attenzione su due punti che mi sembrano rilevanti soprattutto in relazione all’oggi.
;-)
1)l’eredità culturale di un ‘68 che, piaccia o no, riguarda tutti, come osserva Gad nella conclusione del suo articolo.
2)il fallimento del percorso iniziato in quegli anni verso un’autentica emancipazione culturale, che Adele attribuisce a ragione a un mancato esame di coscienza degli Italiani dopo il risveglio seguito alla caduta del regime fascista.
Riguardo all’eredità del ‘68, se fossi costretta a indicare fra i tanti un solo valore importante sopravvissuto nella nostra società, indicherei senza incertezze la problematicità di un pensiero di massa che si trova a fare i conti con la realtà attuale, pretendendo di esserne parte attiva, vigile, critica e – ma qui casca l’asino – immune da un processo di bovina integrazione, che si è purtroppo rivelato più forte della volontà dei singoli individui. (povero Marcuse, ne sarebbe rattristato)
Non c’è revisionismo che tenga: potranno smantellare e buttare nella spazzatura insieme alle eco-balle tutto il ‘68, ma non potranno mai smentire l’importanza di questa eredità che si manifesta – un po’ paradossalmente, bisogna ammettere – anche nel tentativo di… contestare la contestazione!
Questa eredità ci è però giunta dimezzata, come osservavo sopra.
Da un lato il pensiero cerca di essere auto-referente per sfuggire alle maglie di un consenso pilotato (e qui davvero sta lievitando qualcosa di positivo nella società, almeno come reazione uguale e contraria a un’azione politica che tende al livellamento); dall’altra – scusate l’espressione, ma non so trovarne una più efficace – il pensiero “si stanca”, si esaurisce nello sforzo di andare oltre le sue possibilità interpretative e creative, messe incessantemente in crisi da un sistema oligarchico che lega la sua sopravvivenza al conformismo intellettuale, alla riduzione della partecipazione popolare alla politica, a un sapere reso ad arte confuso, contradditorio, limitato.
Il pensiero della gente è stanco. Ha un grandissimo bisogno di abbandonarsi nelle braccia di Morfeo e di dimenticare – giusto per poco magari, per il tempo di un pisolino – ciò che il mancato esame di coscienza sul sonno degli Italiani nel ventennio ci avrebbe insegnato, come ci suggerisce giustamente Adele: che il sonno della ragione genera mostri.
La psicologia totalitaria è il primo mostro pronto ad affacciarsi sulla scena. Quelli che seguono, non oso nemmeno immaginarli.
Mi piacerebbe continuare il discorso agganciandomi a due trasmissioni – Ferrara con Ruini e Ballarò – per evidenziare le ombre incombenti, ma avvierei un discorso troppo lungo, anche se per niente fuori tema.
Ma non mancherà l’occasione. Per il momento osservo solo en passant che se i nostri politici avessero la statura di Tabacci, non avremmo più tanta voglia di perderci nel sonno.
30 gennaio, 2008 alle 11:17 am
49 Scritto da: Daniele Sensi
“Ballarò ha trasmesso un filmato di un’assemblea pubblica del PD che mi era sfuggito: “siamo italiani prima di essere ogni altra cosa!”, proclamava Veltroni, orgoglioso, prima di cantare l’inno di Mameli e di mettersi ad autografare bandiere tricolore. Da parte mia, imbarazzo e disagio.”
L’esternazione patriottica di Veltroni era una sorta di richiesta al presidente Napolitano: A’ Giorgio, a’ Giò, te prego famme dà na laurea ad honorem, pe’ meriti ala Patria, to’ chiedo in ginochio.
Dato che Napolitano non si è nemmeno degnato di dargli una risposta,Veltrusconi ora accompagna allegramente l’inno di Berlusca, nella speranza che questi possa fargli avere una laurea gratis.
30 gennaio, 2008 alle 11:05 am
La legge sul conflitto d’interessi neanche stavolta è andata in porto.
E’ questa la rabbia
30 gennaio, 2008 alle 9:35 am
Amerigo Rutigliano*, 29 gennaio 2008, 20:05
La Crisi/Dibattito La seconda Repubblica non è ancora conclusa ed essa si concluderà solo con la definitiva dipartita di Berlusconi come ora è accaduto a Romano Prodi. Solo allora, ci sarà un effettivo ricambio generazionale politico… forse
La sinistra italica è un albero a rischio disseccamento. Troppi Re Artù che non intendono rinunciare alla loro Camelot. La sinistra attuale è il risultato di una frammentazione politica che l’ha posta nella classica posizione di nicchia, ove le sarà difficile uscirne fuori. Se consideriamo poi i proclami veltroniani di voler correre da solo… certamente ciò non aiuta.
Magari il segretario del PD pensa di perdere le elezioni dignitosamente. Magari spera di raggiungere una percentuale di consenso intorno al 35% e prendere un premio di maggioranza in caso di accordo con Berlusconi sulla legge elettorale sulla bozza Bianco. Questo potrebbe essere il motivo per cui Veltroni sfida Berlusconi a correre anch’esso da solo o….. se il leader di Forza Italia non abbocca, Veltroni, rifletterà se posizionarsi su una forma di opposizione dialogante, in attesa peraltro del referendum che verrebbe rinviato di un anno. Insomma ragazzi, aspettatevi forse la grande coalizione che non sarebbe nemmeno un guaio per il paese… forse un inciucio si, ma, in fondo, guardate quel che accade in Germania: funziona tutto benissimo e non hanno gli scandali vergognosi modello Italia; le loro città non sono sommerse da spazzatura e pantegane come in Campania, ove sono interrati in discariche abusive tanti di quei veleni che stanno uccidendo quelle popolazioni. In Germania il partito socialista si sta peraltro risollevando e vince, quindi il sistema tedesco non subisce scossoni violenti ma, al contrario, produce stabilità.
Ho criticato il progetto del Partito Democratico sin dall’inizio della sua costituzione, con documenti e interventi pubblici, e non tanto per le intenzioni che tutti conoscevano. In fondo il PD non è altro che il proseguimento dell’Ulivo.
L’unione dei DS e DL era nei fatti, sia in parlamento che nel paese. Quindi perchè scandalizzarsi sul comportamento del Partito Democratico? Per quanto mi riguarda, l’ho criticato per il modo arrogante e autoreferenziale in relazione alle regole che si è dato. Un esempio: Il PD, ha criticato e critica il sistema elettorale attuale denominato PORCATA, per poi applicare tale PORCATA nella sua costituente presentandosi inoltre all’elettorato come un soggetto politico moderno e innovativo guidato da un politico definito nuovo!
Non concordo però con il ministro Mussi quando afferma che il PD è l’Angelo sterminatore della coalizione di governo. La realtà è molto diversa. l’Unione è collassata perchè molto eterogenea, con culture e radici politiche diverse come la notte e il giorno. Era logico e prevedibile che prima o poi scoccasse il corto circuito.
Quanto alla sinistra, poi, l’angelo sterminatore della sinistra è la sinistra stessa. Lo è sempre stata.
Una sinistra litigiosa che non è mai riuscita ad unirsi perchè colma di ideologie superate. Una sinistra che ha nel suo DNA un concetto del far politica vecchio, ingessato e conservatore. Certo, a sentire i vari politici diranno (senza ombra di dubbio), quanto sia errata tale posizione. Ma questi personaggi dovrebbero togliersi i paraocchi e ammettere che l’ Italia è avviata ad una fase di declino preoccupante. Occorre una forte autocritica e l’ammettere che, se da una parte esiste un ceto sociale rinchiuso in un fortino a difesa dei suoi privilegi e interessi (la politica, il potere economico, dell’informazione, le tante lobby e chi più ne ha più ne metta..), dall’altra esiste il paese reale, con le sue paure, i suoi sogni infranti, la sua insicurezza, il futuro incerto, i suoi troppi morti sul lavoro. Un paese che viene investito di responsabilità quando si tratta di portarlo al voto per poi, subito dopo, dimenticarsi totalmente di quel popolo.
Anche il sottoscritto è dispiaciuto che il governo dell’Unione sia andato a ramengo. Anche il sottoscritto vorrebbe regole diverse prima di ritornare alle urne. Ma è tardi e il paese non può permettersi di avere governi transitori magari per ottemperare alle richieste della Confindustria. La seconda Repubblica non è ancora conclusa ed essa si concluderà solo con la definitiva dipartita di Berlusconi come ora è accaduto a Romano Prodi. Solo allora, ci sarà un effettivo ricambio generazionale politico… forse.
Allora, cosa conviene fare ora e domani?
Tornare a dare la parola agli italiani, senza infingimenti o inciuci vari perchè il popolo ormai è disgustato e non capirebbe, in tal caso si che la democrazia potrebbe davvero correre seri rischi.
Andiamo a scontrarci con le regole volute dalle destre, battiamoci. La sinistra tiri fuori i suoi attributi e faccia vedere che non ha timore d’affrontare questa destra. Altrimenti si perde già in partenza, attacchiamo per primi e subito… perchè chi mena per primo, mena due volte!
Bossi minaccia che la Padania si armi? Berlusconi vuole riproporre la marcia su Roma ? Dimostriamo che la gente di sinistra di oggi è l’erede della gente di sinistra di ieri, di quella stessa gente che pose fine al ventennio fascista e che oggi, se si batte unita, può porre fine a questo ventennio di confusione e illibertà.
La sinistra è forte e spaventevole quando si incazza e scende nelle piazze…. facciamolo, mettiamo il bavaglio alla jattura di Berlusconi e della destra.
La sinistra ha tutte le premesse per ottenere un consenso a due cifre, per essere importante ed ineludibile. Ma deve comprendere che deve attingere a tutte quelle nuove realtà, fresche, utili e necessarie, per rinnovarsi e diventare credibile agli occhi dell’opinione pubblica.
Tutti bravi ed eccellenti i leader della sinistra ma, la sinistra ha bisogno di volti nuovi con concezioni magari diverse.
Tutti bravi i leader della sinistra ma, sempre gli stessi, li vedi a Ballarò, Porta a Porta e in tutti gli altri talk show, li vedi in Parlamento da decenni, gli scranni sono consumati dai loro sederi… come può un cittadino, un elettore di sinistra, pensare che siano davvero credibili?
Guardate quel che accade in Campania, a Napoli: tutti colpevoli, nessun colpevole…. perchè nessuno paga per tutto lo schifo commesso. Come si può non capire che, con tali comportamenti, si liberano ampie praterie a favore delle destre? Tant’è che il primo discorso elettorale Berlusconi lo ha fatto a Napoli, invitato dagli “Italiani nel mondo”, movimento politico messo in piedi dal deputato De Gregorio (ex quota Italia dei Valori).
Sono anni che offriamo il nostro contributo politico, senza ottenere mai delle risposte di merito. Forza Italia invoca la partecipazione popolare. La sinistra non lo fa e io mi domando perché… Voi cosa pensate?
Amerigo Rutigliano
Unità Democratica Sinistra Europea
30 gennaio, 2008 alle 8:45 am
Risposta a Zopissa (42): la bozza di codice etico già approvata dalla commissione (ma non ancora dall’assemblea costituente) prevede per tutti gli eletti del Pd che il loro mandato sia incompatibile con la presenza nei cda delle fondazioni bancarie; se questa norma verrà applicata…
30 gennaio, 2008 alle 8:19 am
Neuroni ben allenati e memoria stabile, Daniele, questo salverà l’Italia dall’arroganza gratuita, sono sempre più convinto che la tanto decantata vittoria del centrodestra non sia cosi scontata come la racconta Al Cerone, ma il centrosinistra deve smetterla di scimmiottarne la forma e deve, sopratutto, smetterla di costruirsi un PD a misura di partiti e farlo molto di più a misura dei cittadini, ho sentito l’On.le Morando lunedi, anche lui insiste con le imprese, vedendo i dati fra lavoro dipendente e lavoro autonomo la differenza non giustifica questa idea, e il popolo che ora sta peggio dovrebbe capire che in questa finanziaria molti provvedimenti avrebbero agevolato finalmente i poveri, anche rispetto alle banche, infatti sono i ricchi che strillano “elezioni subito”! Dal Porcellum alla Porcatam…. Democrazia italiana inconsistente, “Popolo, ricordati che se nella Repubblica la giustizia non regna con impero assoluto, la libertà non è che un vano nome!” Maximilien de Robespierre
30 gennaio, 2008 alle 12:31 am
Sì Gavino me lo sono perso. Pure io apprezzo non poco Prodi, ma a quanto pare siamo davvero in pochi ad apprezzarne la non demagogica serietà.
30 gennaio, 2008 alle 12:22 am
Dimenticavo, Enrico Letta e Prodi, gli unici che salverei…
30 gennaio, 2008 alle 12:18 am
Daniele, non mi dire che ti sei perso pure il filmato dove cantava con Apicella e Berlusconi: “lasciatemi cantareeeee…..”
…..Airuen mi sta contagiando?!?!?
A proposito, ha niente a che fare con Air One?
29 gennaio, 2008 alle 10:16 pm
Diceva Einstein: “Il nazionalismo e’ pericolosissimo”. Pone barriere che agiscono da cemento armato. No no no mi dispiace ma crea guerra.