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Torino, propongo un armistizio

martedì, 6 maggio 2008

Rassegna Stampa

israele.jpgPubblicato su “Vanity fair”.
La Fiera del Libro di Torino –decidendo di onorare il sessantesimo anniversario dello Stato d’Israele- si ritrova a fare i conti con una modesta parodia del conflitto mediorientale. Una gazzarra che rivela la smania di protagonismo di intellettuali narcisi, la strumentalizzazione di settori marginali del ceto politico, le nevrosi identitarie coltivate nella bambagia, ben più delle dinamiche reali in cui si lacerano Israele e la Palestina di oggi.
Naturalmente Torino ha fatto benissimo a proporre questa occasione di incontro con la cultura israeliana. E va apprezzata la scelta del presidente Napolitano che –uditi i primi brusii di tono boycott- conscio dei veleni prossimi a sprigionarsi, ha deciso di inaugurarla personalmente.
Quanti pensieri, quante domande anche scomode solleciterebbe la rinascita della madrepatria ebraica, se fosse consentita una riflessione pacata. Perché l’ammirazione per il miracolo israeliano –quando nacquero laggiù i miei nonni materni, e quando vi giunsero appena sposati i miei nonni paterni, la popolazione ebraica di Palestina contava solo 85 mila anime su 760 mila abitanti- si accompagna al rimpianto per il mondo di prima. Nel quale la presenza ebraica diffusa testimoniava (certo, con fatica) la possibilità di casa comune, cioè di convivenza globale, cui oggi nuovamente aspiriamo noi figli cosmopoliti della metropoli contemporanea, scottati dalla violenza e dalla falsa retorica dei nazionalismi. E invece…
E invece l’ebreo torna maschera simbolica che suscita ostilità, accusato di strumentalizzare perfino lo sterminio subito per lucrare vantaggi indebiti: la vittima trasformata in carnefice, calunnia folle per chi sappia un minimo di storia e però diffusa proprio perché è la più tagliente. Il sionismo come tradimento della sinistra. Ma per reazione l’ebreo viene oggi “indossato” come maschera positiva -di nuovo simbolo, ma stavolta della democrazia occidentale in pericolo- anche da parte di coloro che in passato lo perseguitarono e oggi ne apprezzano il presunto “spirito combattente”. Viva l’ebreo di destra, insomma. Due stereotipi al posto di uno. L’impossibilità di essere normali. Quel che in realtà siamo noi nativi della meravigliosa sponda sud del Mediterraneo: un misto sofferente di est e di ovest, di povertà e ricchezza, di religione e laicità, furore e hi-tech che è poi la vera Israele del 2008; in ciò più simile e intrecciata con la realtà palestinese di quanto si pensi. Tanto è vero che quando dialogano tra loro i politici e gli intellettuali che vivono nella regione mediorientale, difficilmente ricadono nei luoghi comuni che hanno avvilito la vigilia della Fiera di Torino.
Qui in Italia la tempesta si svolge in un bicchier d’acqua, senza che nessuno rischi d’affogare. Siamo superdotati di urlatori che pretendono sempre di fare gli eroi con i figli degli altri. E perfino il rancore deriva da un eccesso di conoscenza reciproca. Il libraio Angelo Pezzana –artefice del calendario israeliano al Lingotto- e il filosofo Gianni Vattimo –protagonista del boicottaggio- sono stati amici una vita, legati da un sodalizio profondo che li portò coraggiosamente insieme a fondare il primo movimento per i diritti degli omosessuali in Italia. E siccome i boicottaggi sono come le ciliegie, uno chiama l’altro, perfino nella decisione di Fiamma Nirenstein di disertare un dibattito cui dovrebbe partecipare con me (spero voglia ripensarci), si ritrova la medesima sindrome. Fiamma Nirenstein, neodeputata Pdl, ha frequentato me e la mia famiglia, vacanze insieme, lavoro in comune a “La Stampa” dove peraltro felicemente conviveva pure col terzo incomodo Vattimo. Chissà, forse si sente ferita da una mia (mai dichiarata) riprovazione per le sue scelte politiche, fatto sta che mi accusa di aver sopportato impassibile l’accusa di fascismo rivoltale da Vattimo all’Infedele (chi fosse appassionato a tale superflua querelle, può verificare se Fiamma dice il vero su www.gadlerner.it dove ho pubblicato la trascrizione di quel dialogo). Così si rilancia un messaggio nocivo: io con quello non ci discuto, io vicino a quello non mi ci siedo. Scimmiottatura di una guerra ben più drammatica. Propongo un armistizio, e se possibile la pace, almeno al Salone del Libro.
L’estate scorsa, quando sono tornato dal mio primo viaggio a Beirut dopo cinquant’anni, Giacomino mi ha regalato una bandiera disegnata da lui: da una parte israeliana, dall’altra libanese. Lo considero uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto. Se la sventolassi a Torino, dovrei sentirmi un traditore?

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Articolo di:

Gad - che ha scritto 2637 post su Gad Lerner.

Commenti per questo articolo

[3] 2 1 » Mostra tutti i commenti

  1. 128
    Andrea scrive:

    Basta scorrere la lista dei nomi dei boicottatori, e vien da ridere
    per la loro pochezza, incominciando dallo “svizzero” (si fa per
    dire) Ramadan, cialtroncello da suk arabo, al rancoroso Vattimo che
    ormai rappresenta un caso umano, e ai partecipanti alla sfilata
    flop che erano meno numerosi dei vigili urbani chiamati a
    scortarli. Una cafonata !

  2. 127
    Marianita Donne in Nero scrive:

    Scrivi qui il tuo commento

  3. 126
    ilja scrive:

    #123, #124 – grazie, Stella. E grazie anche a che le ha scritte.

  4. 125
    gino savi salerno scrive:

    Mi spiacerebbe molto se la fiera di Torino si trasformasse in un
    ring dove si affrontano i pro palestina ed i pro israele. Sarebbe
    una splendida occasione di riflessione e dialogo senza pregiudizi
    sprecata e per questo giudico insensata ogni forma di
    boicottaggio.Le posizioni rigide di entrambe le parti finora hanno
    prodotto solo un conflitto infinito che nè la forza militare
    d’Israele nè la logorante catena d’attentati delle varie famiglie
    di Palestina hanno saputo risolvere.Dopo decenni di conflitti
    sanguinosi quanto inconcludenti mi pare chiaro che solo l’accordo
    tra le parti, l’accettazione delle parti, può condurre se non ad
    una pace vera, almeno per il momento,ad una tregua, una
    pacificazione degli animi che possa dare il via ad un cammino verso
    la soluzione definitiva del conflitto.Si abbandonino in quell’area
    ed anche in Europa i ” sogni ” di cancellare Israele come entità
    estranea e nemica e dall’altra parte si abbandonino i ” sogni ” di
    una grande Israele biblica che è altrettanto fuori della realtà.La
    democrazia israeliana ha il dovere di ritirarsi dai territori via
    via acquisiti e ritornare nei confini assegnati dall’ONU nel 48 al
    territorio d’Israele.La Palestina, o meglio i Palestinesi, a loro
    volta, rinuncino ad ogni idea di cancellazione di una realtà oramai
    sessantenne, facciano chiarezza tra di loro e con i propri
    dirigenti politici delle varie anime palestinesi perchè al di fuori
    dell’odio contro il nemico essi stessi non sono d’accordo quasi su
    niente.Gli Europei e quindi gli Italiani la smettano di dividersi
    in filo palestinesi e filoisraeliani in base solo ed esclusivamente
    alle proprie ideologie. La situazione in quell’area è arrivata ad
    un punto tale che è davvero difficile, se si ha del buon senso,
    attribuire colpe e meriti ora ad una parte ora ad un’altra.Le
    responsabilità sono tutte di entrambe le parti in conflitto,
    proprio per il perdurare dopo sessantanni del conflitto stesso.I
    partigiani interni ed esterni d’Israele la smettano di assegnare
    patenti d’antisemitismo a chiunque osi criticare la politica di
    quel Paese. I partigiani interni ed esterni dei Palestinesi la
    smettano di sognare quella zona senza Israele, facciano una seria
    disamina dei tanti errori commessi negli anni,e si convincano che
    con i metodi fin qui adoprati non si è andati da nessuna parte. La
    catena del sangue per il sangue è una strategia perdente. Le parti
    contrapposte si confrontino con serietà per la soluzione del
    problema lasciando fuori dalla porta sogni impossibili vendette
    inutili odio sterile.

  5. 124
    stella scrive:

    Peccato che uomini della sinistra di questo tipo siano così rari
    Caro Direttore, «cultura e boicottaggio sono due parole
    incompatibili fra di loro. L’essenza della cultura è il dialogo ».
    Così David Grossman, lo scorso febbraio, commentava le polemiche
    nate dopo l’invito a Israele di partecipare come ospite d’onore al
    Salone del Libro di Torino, aggiungendo: «La mia impressione è che
    si veda come illegittima non soltanto la presenza alla Fiera del
    Libro, ma la stessa esistenza di Israele». Non si può dire che gli
    avvenimenti degli ultimi giorni, con le critiche rivolte da un noto
    intellettuale del mondo arabo alla giustissima decisione del
    presidente Giorgio Napolitano di essere oggi al Lingotto e con le
    contestazioni culminate il 1?maggio nelle bandiere israeliane
    bruciate in piazza, abbiano nel frattempo dato torto alle
    affermazioni di Grossman. Al contrario. Della prima è evidente
    l’intima verità: come possa un qualsiasi uomo di cultura che voglia
    davvero essere tale chiedere di far tacere altri uomini di cultura,
    negare ascolto alle loro parole è difficile capire. Tanto più
    quando si tratta di autori che sostengono l’unica possibilità che
    israeliani e palestinesi hanno di convivere pacificamente: il
    dialogo, il riconoscimento delle reciproche sofferenze e speranze,
    il diritto degli uni a vivere in casa propria senza paura e sicuri
    del proprio futuro, degli altri a vivere in un loro Stato
    indipendente. Ma qui entra in gioco la seconda affermazione di
    Grossman, la sua «impressione» che il vero bersaglio sia
    esattamente lo Stato di Israele, nel sessantesimo anniversario
    della sua fondazione. E’ proprio di questo che pare trattarsi. A
    preoccupare è un clima, sono posizioni, che nascono da un
    pregiudizio e che possono condurre a conseguenze pericolose. Il
    pregiudizio procede lungo un confine sottile, che separa le
    critiche ragionate e per questo legittime alle politiche dei
    governi israeliani, da quelle ideologiche, manichee: Israele ha
    sempre torto, la «colpa» è sempre sua, anche quando il coraggio di
    chiudere un accordo manca alla controparte o quando magari
    formazioni arabe fanno fuoco le une contro le altre. Le conseguenze
    pericolose si annidano nel lato più oscuro di questo fenomeno, nel
    fatto che oltre alla critica a Israele spesso viene chiamato in
    causa l’intero popolo ebraico. Forse non apertamente, forse con un
    «non detto», che però nulla toglie ai rischi di un risorgente
    antisemitismo, di fenomeni di intolleranza e di discriminazione
    oggi più evidenti di ieri, purtroppo. A volte questi rischi si
    nascondono dietro le parole e i termini usati. Un anno fa il
    presidente Napolitano esortò a combattere «ogni rigurgito di
    antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo »,
    perché «antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice
    dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della
    sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano alla
    guida di Israele». Parole coraggiose e nette, che io sono convinto
    possano essere, per i democratici, la perfetta bussola da seguire.
    Lo dico con la convinzione di chi, da sindaco di Roma, non incontrò
    l’allora vice primo ministro iracheno Tariq Aziz, che s’era
    rifiutato di rispondere a un giornalista solo perché israeliano. E
    lo dico con la determinazione di chi non ritiene ci sia più posto,
    tra i riformisti, nell’identità del Pd, per alcuna forma di
    ostilità e di pregiudizio verso Israele, verso un Paese
    democratico, civile, ricco di cultura, con una società aperta,
    plurale e dinamica. Verso un popolo, per dirla sempre con Grossman,
    che ha diritto ad avere, oltre a una concreta sicurezza, quella
    «normalità politica universale » che significa riconoscergli
    laicamente ragioni e torti e che invece gli è sempre stata negata,
    sostituita dal «trattamento speciale» di cui ha parlato ieri su
    queste colonne Pierluigi Battista. Il cammino della pace è già
    abbastanza ricco di ostacoli senza che si aggiunga
    l’incoraggiamento che viene dato ai nemici della pace da chi
    dichiara giusto «boicottare» Israele. «So che debellare
    completamente l’antisemitismo — ha detto Yehoshua — è un obiettivo
    proibitivo. Ma non lo è combatterlo. L’Europa lo deve combattere
    con tutta la sua forza. Non per il bene degli ebrei ma per il
    proprio bene». Attenzione e determinazione non dovranno mai
    mancare. Anche quando protagoniste di gesti gravissimi come quelli
    degli ultimi giorni sono poche persone. La migliore risposta, ne
    sono certo, verrà già dalle prossime giornate torinesi, dalle
    migliaia di cittadini che affolleranno il Salone del Libro, per
    leggere e ascoltare le parole degli scrittori della terra
    d’Israele. Veltroni

  6. 123
    stella scrive:

    Peccato che uomini della sinistra di questo tipo siano così rari
    Caro Direttore, «cultura e boicottaggio sono due parole
    incompatibili fra di loro. L’essenza della cultura è il dialogo ».
    Così David Grossman, lo scorso febbraio, commentava le polemiche
    nate dopo l’invito a Israele di partecipare come ospite d’onore al
    Salone del Libro di Torino, aggiungendo: «La mia impressione è che
    si veda come illegittima non soltanto la presenza alla Fiera del
    Libro, ma la stessa esistenza di Israele». Non si può dire che gli
    avvenimenti degli ultimi giorni, con le critiche rivolte da un noto
    intellettuale del mondo arabo alla giustissima decisione del
    presidente Giorgio Napolitano di essere oggi al Lingotto e con le
    contestazioni culminate il 1?maggio nelle bandiere israeliane
    bruciate in piazza, abbiano nel frattempo dato torto alle
    affermazioni di Grossman. Al contrario. Della prima è evidente
    l’intima verità: come possa un qualsiasi uomo di cultura che voglia
    davvero essere tale chiedere di far tacere altri uomini di cultura,
    negare ascolto alle loro parole è difficile capire. Tanto più
    quando si tratta di autori che sostengono l’unica possibilità che
    israeliani e palestinesi hanno di convivere pacificamente: il
    dialogo, il riconoscimento delle reciproche sofferenze e speranze,
    il diritto degli uni a vivere in casa propria senza paura e sicuri
    del proprio futuro, degli altri a vivere in un loro Stato
    indipendente. Ma qui entra in gioco la seconda affermazione di
    Grossman, la sua «impressione» che il vero bersaglio sia
    esattamente lo Stato di Israele, nel sessantesimo anniversario
    della sua fondazione. E’ proprio di questo che pare trattarsi. A
    preoccupare è un clima, sono posizioni, che nascono da un
    pregiudizio e che possono condurre a conseguenze pericolose. Il
    pregiudizio procede lungo un confine sottile, che separa le
    critiche ragionate e per questo legittime alle politiche dei
    governi israeliani, da quelle ideologiche, manichee: Israele ha
    sempre torto, la «colpa» è sempre sua, anche quando il coraggio di
    chiudere un accordo manca alla controparte o quando magari
    formazioni arabe fanno fuoco le une contro le altre. Le conseguenze
    pericolose si annidano nel lato più oscuro di questo fenomeno, nel
    fatto che oltre alla critica a Israele spesso viene chiamato in
    causa l’intero popolo ebraico. Forse non apertamente, forse con un
    «non detto», che però nulla toglie ai rischi di un risorgente
    antisemitismo, di fenomeni di intolleranza e di discriminazione
    oggi più evidenti di ieri, purtroppo. A volte questi rischi si
    nascondono dietro le parole e i termini usati. Un anno fa il
    presidente Napolitano esortò a combattere «ogni rigurgito di
    antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo »,
    perché «antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice
    dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della
    sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano alla
    guida di Israele». Parole coraggiose e nette, che io sono convinto
    possano essere, per i democratici, la perfetta bussola da seguire.
    Lo dico con la convinzione di chi, da sindaco di Roma, non incontrò
    l’allora vice primo ministro iracheno Tariq Aziz, che s’era
    rifiutato di rispondere a un giornalista solo perché israeliano. E
    lo dico con la determinazione di chi non ritiene ci sia più posto,
    tra i riformisti, nell’identità del Pd, per alcuna forma di
    ostilità e di pregiudizio verso Israele, verso un Paese
    democratico, civile, ricco di cultura, con una società aperta,
    plurale e dinamica. Verso un popolo, per dirla sempre con Grossman,
    che ha diritto ad avere, oltre a una concreta sicurezza, quella
    «normalità politica universale » che significa riconoscergli
    laicamente ragioni e torti e che invece gli è sempre stata negata,
    sostituita dal «trattamento speciale» di cui ha parlato ieri su
    queste colonne Pierluigi Battista. Il cammino della pace è già
    abbastanza ricco di ostacoli senza che si aggiunga
    l’incoraggiamento che viene dato ai nemici della pace da chi
    dichiara giusto «boicottare» Israele. «So che debellare
    completamente l’antisemitismo — ha detto Yehoshua — è un obiettivo
    proibitivo. Ma non lo è combatterlo. L’Europa lo deve combattere
    con tutta la sua forza. Non per il bene degli ebrei ma per il
    proprio bene». Attenzione e determinazione non dovranno mai
    mancare. Anche quando protagoniste di gesti gravissimi come quelli
    degli ultimi giorni sono poche persone. La migliore risposta, ne
    sono certo, verrà già dalle prossime giornate torinesi, dalle
    migliaia di cittadini che affolleranno il Salone del Libro, per
    leggere e ascoltare le parole degli scrittori della terra
    d’Israele. Veltroni Caro direttore, questa mattina sarò anch’io
    alla Fiera del Libro che si inaugurerà al Lingotto con la
    significativa e autorevole presenza del Presidente Napolitano. Ci
    sarò in primo luogo come parlamentare della Repubblica italiana,
    fondata su una Costituzione che all’articolo 11 ripudia la guerra
    come mezzo di risoluzione dei conflitti. E chi vuole che il Medio
    Oriente non sia incendiato da altre guerre e si batte per una pace
    giusta per ebrei e palestinesi, non può che respingere ogni forma
    di negazione di Israele. Sì perché non bisogna stancarsi di
    ripetere che in Medio Oriente sono in conflitto non un torto (la
    pretesa di Israele a esistere) e una ragione (l’aspirazione
    palestinese ad uno Stato), ma due ragioni entrambe legittime: il
    diritto di Israele a vivere sicuro di sé e senza paura dei propri
    vicini; il diritto dei palestinesi ad una patria indipendente. Due
    diritti che potranno realizzarsi solo se li si riconosce entrambi e
    se ciascuno dei protagonisti è consapevole che il diritto
    dell’altro è legittimo come il proprio e il diritto proprio potrà
    essere riconosciuto e realizzato in quanto coesiste con il diritto
    altrui. E tutto ciò potrà vedere la luce solo se il riconoscimento
    prevarrà sulla negazione, il diritto sul sopruso, la parola sulla
    violenza. E a chi alla presenza di Israele alla Fiera del Libro
    contrappone una manifestazione per la «Palestina libera», occorre
    replicare con chiarezza che uno Stato palestinese libero e
    indipendente non ci sarà negando Israele, ma solo riconoscendone
    l’esistenza e i diritti. Non è davvero scontato questo approccio
    alla questione mediorientale. Anzi, è proprio la dialettica dura, e
    spesso sanguinosa, apertasi nel campo palestinese tra Abu Mazen -
    che vuole la pace con Israele – e Hamas – che nega a Israele non
    solo la pace, ma il diritto stesso ad esistere – a dirci quanto sia
    essenziale riaffermare le ragioni dello Stato ebraico perché una
    pace giusta e durevole possa esserci davvero. Al Lingotto ci sarò
    anche come cittadino democratico che rifiuta ogni forma di
    intimidazione, di intolleranza, di violenza anche solo verbale. Se
    bruciare le bandiere dello Stato ebraico è un gesto ignobile, non
    meno scellerato è contestare la presenza di Israele ad una
    iniziativa culturale fondata sul libro. Il libro è stato per secoli
    lo strumento principale di conoscenza, di trasmissione del sapere e
    di confronto a cui nazioni, popoli e l’umanità intera hanno
    affidato i loro percorsi di libertà e di emancipazione. E
    attraverso i libri che ogni civiltà ha elaborato e trasmesso la
    propria identità e ha conosciuto e riconosciuto le identità diverse
    da sé. Tant’è che ogni volta che si è voluto reprimere un popolo o
    una cultura o una religione, se ne sono mandati al rogo i libri.
    Negando il libro si nega il valore del sapere, del pensiero, delle
    idee. E nessuna società sarà più libera, più giusta, più civile,
    più democratica se fondata sul conformismo, sulla censura,
    sull’oppressione culturale, sulla negazione dell’intelligenza e
    delle identità. E, infine, sarò oggi alla Fiera del Libro come uomo
    di sinistra, per ribadire il nesso inscindibile che nella storia si
    è cementato tra sinistra ed ebraismo. Non solo perché la cultura
    ebraica è una delle radici della civiltà europea – si pensi a
    Praga! – ma perché lungo più di un secolo il socialismo come
    movimento di liberazione sociale e il sionismo come movimento di
    liberazione nazionale sono nati e cresciuti insieme, in un percorso
    di storia e sofferenze comuni, a partire dalla comune lotta contro
    il fascismo e il nazismo. Riconoscere Israele, difenderne
    l’esistenza e i diritti significa riaffermare l’inalienabilità di
    valori di libertà, di emancipazione, di pluralismo per cui la
    sinistra è nata e continua a vivere. Insomma di fronte a chi vuole
    negare a Israele il diritto ad esistere, ogni democratico non può
    che dirsi «israeliano». E tanto più lo deve dire chi vuole che in
    Medio Oriente ci sia una pace giusta anche per i palestinesi. Così
    come lo deve dire chi vuole vivere in un mondo libero da fanatismi,
    integralismi, oppressioni di ogni tipo e colore. Perché la libertà
    - delle persone, dei popoli, delle nazioni – è un valore
    inalienabile, indivisibile, incomprimibile Piero Fassino

  7. 122
    Alfonso Maria Zarlino scrive:

    http://stefanodisegni.nova100.ilsole24ore.com/2007/07/il-mio-dio-lava.html

  8. 121
    armando scrive:

    se bruci una bandiera straniera, diventi terrorista. se usi la
    bandiera italiana come carta igienica, diventi ministro.

  9. 120
    [in arte] Alejandro Norchis scrive:

    Sù col morale GAD!! però prudenza..
    :-)
    Il principale problema dell’entrare e uscire più volte da una
    comunità ebraica… è che rischia di non rimanere nulla.. parlo
    degli effetti della circoncisione..
    ;-)

  10. 119
    [in arte] Alejandro Norchis scrive:

    Coraggio GAD!!! Dai che ce la fai!!

  11. 118
    [in arte] Alejandro Norchis scrive:

    ..che fatica essere democratici… Muin… A Gad… Ma chi glielo
    fa fare… il barbera intendo… Nel monferrato… Ma a chi lo da’
    a bere…
    Vorrei togliere qualche pallino da Gad e ho delle proposte
    importanti per il palinsento di La7, che speriamo si ripenda. Non
    voglio che finiscano sotto occhi sbagliati… a chi posso mandarle?
    Ale.

  12. 117
    Franco Rivera scrive:

    eccellente e lucido come sempre

  13. 116
    eyad scrive:

    caro albeto levy cerca di calmarti, non ti devi aggitare ti fai
    male. tu vedi nazzisti da per tutto, fatti curare.

  14. 115
    roberto sagripanti scrive:

    Gli uomini di buona volontà dovrebbero ugualmente temere, pur nelle
    differenti situazioni, gli eventi che si succedono ormai
    quotidianamente nell’antica terra di Cannaan. Se da una parte si
    invoca il dio degli eserciti e dall’altra la guerra santa, credo
    che la pace sia davvero lontana (mi domando addirittura se la si
    vuole). Se poi nei nostri salotti, televisivi o “virtuali” (web),
    senza dover rischiare la pelle, si ripropongono gli stessi schemi,
    anche se solo verbalmente, dando del fascista (Vattimo) o
    rifiutando il dialogo (Nirenstein), non vedo alcun segno di
    speranza. Fatti e parole remano contro gli uomini di buona volontà
    (mi consola sapere che essa non dipende dal grado di istruzione).
    Cordialmente, Roberto. P.S. Ben venga un armistizio, una sorta di
    sospensione mentale: riflettere ancora un pò e poi scrivere.

  15. 114
    Daniele Coppin scrive:

    x66 La differenza sta nel fatto che di quei 4 milioni di arabi, 1,4
    milioni sono cittadini israeliani che possono votare, eleggere loro
    candidati e vivono molto meglio della maggior parte degli arabi
    della regione. I meridionali che andarono a lavorare al Nord erano
    discriminati, ma vivevano meglio dei loro compaesani ed al Nord ci
    sono rimasti. Il punto è che i Palestinesi sono convinti che,
    avendo un proprio Stato, vivrebbero come gli Israeliani, mentre
    invece, molto più probabilmente, la loro vita sarebbe molto simile
    a quella di tanti altri arabi, perchè gli Israeliani il benessere
    se lo sono guadagnato, non è stata la terra a concederglielo.
    Quanto ai numeri sono importanti. Molti antisemiti ritengono che
    gli Israeliani siano decine di milioni e sai perchè? Per
    giustificare le loro teorie sull’imperialismo sionista. Sarebbe
    difficile sostenere che 5 milioni di ebrei, circondati da qualche
    centinaio di milioni di arabi (di cui i Palestinesi costituiscono
    meno del 5 %) vogliano conquistare il Medio Oriente, anzi il
    mondo!!! In fondo tra molti estremisti islamici i Protocolli dei
    Savi anziani di Sion sono considerati autentici e da oggi sappiamo
    che anche Vattimo è dello stesso avviso. Che pena!

  16. 113
    gianni scrive:

    Scrivi qui il tuo commento Lerner, sei un ottimo emblema della
    spocchia e dell’aria fritta della sinistra salottiera e
    pseudo-intellettuale. Dovresti riflettere e non evitare di
    discutere su ciò che ti dice Cacciari, che cioè ancora la batosta
    elettorale non porta te e tanti altri che vi sentite “superiori” a
    fare un serio esame di coscienza. Non avete capito niente da
    decenni, non tanto negli ultimi mesi.

  17. 112
    Colombo scrive:

    Ma che bravo questo Alberto Levy , 95, che a chi ragiona senza
    offendere nessuno finisce per dare dello strumentalizzatore
    anti-ebraico e anti-semita !!! Complimenti, continui così e vedrà
    che i “veri” antisemiti aumenteranno davvero. Ma forse è quello che
    in fondo lei desidera !

  18. 111
    Roberta scrive:

    Scrivi qui il tuo commento Sono sempre più disgustata da certi
    avvocati difensori che, in disprezzo dell’evidente verità, si
    inventano delle realtà virtuali in barba alla giustizia. Come già
    nel processo di Cogne, o in quello di Erba dove, nonostante ci
    siano stati 2 rei confessi e la testimonianza dell’aggredito, gli
    avvocati difensori negano l’evidenza, oggi mi sconvolge la
    dichiarazione dell’avvocato difensore dei naziskin di Verona che,
    intervistato al TG, ha candidamente sostenuto che le percosse
    ricevute dal povero ragazzo morto non sono state la causa della
    morte..Allora di cosa è morto il ragazzo? Mi sento presa in giro da
    queste persone che io espellerei dall’ordine degli avvocati.

  19. 110
    giorgio scrive:

    Stò ascoltando la vostra trasmissione ”mi congratulo” però devo
    un pò contraddire le solite statistiche in quanto la criminalità è
    in calo. Mi spiace ma devo contraddire perchè nella mia zona di
    trento sono circa alcuni mesi che rubano nelle abitazioni mentre
    dormono e non più tardi di giorni orsono pure di giorno ,però,
    molti di questi,diciamo,”visitatori”non sono stati ne denunciati
    ne resi pubblici sui quotidiani in quanto si considera oramai
    cosa” inutile” . Non per la capacità delle forze
    dell’ordine,anzi, ma per altre cose ben note,carenze di personale
    nei tribunali ecc.ecc. Io sono convinto che la gente Italiana non è
    razzista ”probabilmente” difendono la loro sicurezza.E vi
    garantisco che fra gli stranieri ci sono più razzisti di noi ,nella
    proporzione. Con stima buona trasmissione.

  20. 109
    Grazia scrive:

    Le premesse della trasmissione “L’Infedele” di stasera denotano
    faziosità da parte del conduttore. Infatti il problema della
    sicurezza non è affatto di destra se molti più cittadini, anche di
    sinistra hanno ritenuto più credibile il centro destra. Per quanto
    riguarda i fatti di Verona è assurdo definire naziskin quegli
    assassini e perciò la rimando all’illuminato giudizio del prof.
    Andreoli il quale dice che ciò che muove la violenza fine a se
    stessa è l’assenza di valori, la frustrazione psicologica e morale,
    dove i simboli invocati sono vuoti stereotipi di cui non si conosce
    nemmeno il vero significato. Grazia di Pesaro

  21. 108
    Marianita Donne in Nero scrive:

    Scrivi qui il tuo commento Quello che mi amareggia di più in tutta
    la questione della Fiera del Libro è questo appiattimento sul
    “boicottaggio sì – boicottaggio no”, tra chi sta con Israele e chi
    sta con la Palestina: davvero questa è stata un’occasione perduta
    di confronto e riflessione. Faccio parte della rete delle Donne in
    Nero, fin dall’inizio abbiamo cercato di inserirci in questo
    dibattito in modo pacato ma fermo ma non ci è stato possibile:
    nessun giornale ha pubblicato la nostra lettera; abbiamo pensato
    allora, nella tradizione delle Donne in Nero israeliane, di fare
    una presenza silenziosa davanti alla Fiera, ma nemmeno questo ci è
    stato permesso. Volevamo dire quello che incollo qui sotto. Mi
    piacerebbe che venisse letto “Perché siamo qui Come Donne in nero
    siamo qui, in occasione della Fiera del Libro che vede come “ospite
    d’onore” lo stato di Israele, perché sentiamo la responsabilità di
    esprimerci a partire dalla storia che ci lega ormai da vent’anni ad
    una pratica di relazioni con donne israeliane e palestinesi. Il
    nome che abbiamo assunto è infatti quello delle “donne in nero”
    israeliane che hanno posto al centro della loro identità politica
    la denuncia dell’occupazione dei territori palestinesi da parte del
    proprio stato. “Non posso dire di non sapere” è la ragione profonda
    che induce molte di loro, e noi insieme con loro, a sentire il
    dovere di guardare e di vedere che il 1948, mentre è celebrato da
    Israele come l’anno della fondazione dello stato, viene ricordato
    dalla società palestinese come l’anno della “Nakba”: la
    “catastrofe” che sradicò oltre 750.000 palestinesi dalle loro terre
    e dalle loro case rendendoli profughi, distrusse più di 480
    villaggi, produsse massacri, terrore, la confisca di proprietà mai
    più restituite. È perciò che negli scorsi mesi abbiamo ritenuto di
    prendere anche noi la parola nel dibattito che si era acceso
    attorno all’invito a Israele come “stato ospite” proprio in
    occasione dei sessant’anni dal 1948, per metterne in evidenza il
    significato di scelta politica. Vogliamo ribadirlo anche ora con le
    parole di Karim Metref: “Quando un conflitto è in atto, dimostrare
    segni di solidarietà con una sola parte si chiama prendere parte.
    Festeggiare l’anniversario della creazione dello stato di Israele
    invitandolo come ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino,
    oggi poi nella situazione terribile che vive il popolo palestinese,
    è una presa di posizione netta e chiara” (lettera aperta “Israele
    ospite d’onore. Non è né il luogo né il momento”, febbraio 2008).
    Con ciò non intendiamo affatto rifiutare o censurare scrittori e
    scrittrici provenienti da Israele: nei punti di vista e
    nell’esperienza del mondo che ognuno e ognuna di loro può portare
    ci sono certamente anche valenze politiche con cui riteniamo giusto
    tenere aperto il dialogo. Non ci pare accettabile invece che il
    contesto di un possibile confronto sia squilibrato a priori
    dall’intento unilaterale e celebrativo dell’invito. Torniamo ancora
    una volta a quello che riteniamo il nodo ineludibile: non solo
    politicamente ma anche per rispetto di ciò che hanno vissuto e
    vivono i protagonisti dell’altra metà della storia, riteniamo
    profondamente ingiusto proporre il ricordo del 1948 soltanto
    attraverso gli occhi di chi festeggia. Nella scelta compiuta vi è
    una violazione talmente profonda di un senso condiviso di dignità
    umana, che comprendiamo perché l’invito, tardivamente rivolto dalla
    Fiera a scrittori/ scrittrici palestinesi, sia stato rifiutato da
    molte/i . Tutto ciò è stato espresso con chiarezza da Suad Amiry,
    intellettuale palestinese: “La Fiera del Libro di Torino non si è
    limitata a scegliere come ospite d’onore l’occupante, ma ha
    invitato l’occupato (persone come me) a partecipare alla
    celebrazione del giorno della sua indipendenza” (La Stampa,
    01.02.08). Analogamente Ibrahim Nasrallah ha scritto: “Nel giorno
    della loro Nakba i palestinesi spererebbero in una reazione di
    umanità, ricevono invece la vostra decisione che non prende in
    considerazione l’ingiustizia e la sofferenza” (il manifesto,
    30.01.08). E non possiamo dire di non sapere che ingiustizia e
    sofferenza sono rese tuttora particolarmente gravi dalle
    illegalità, dalle violazioni dei diritti umani, dal continuo uso
    della violenza operato dallo stato di Israele: l’occupazione
    militare, il Muro di separazione, la crescita degli insediamenti,
    l’assedio di Gaza, le uccisioni, le distruzioni e il grande numero
    di uomini, donne e ragazzi palestinesi prigionieri rendono sempre
    più fragili le speranze in una pace giusta. È per questo che
    sentiamo la responsabilità di denunciare la parzialità di un invito
    che celebra la metà vincente di una storia e di continuare a
    impegnarci perché sia finalmente riconosciuto il diritto anche
    delle donne e degli uomini palestinesi a una vita degna e a una
    parola libera. Donne in Nero Italia Grazie Marianita

  22. 107
    monica vitale scrive:

    Per 84 Alberto Levy Spero che le tue parole non si riferissero al
    mio commento n°83. Io difendevo le RAGIONI di Israele visto che è
    sempre e solo la sua politica a essere messa in discussione. Io
    sostenevo che la stampa dipinge Israele come uno stato aggressore
    mentre esso si DIFENDE. Se ho detto che ENTRAMBE le parti in causa
    usano una politica discutibile ciò nasce dalla considerazione che i
    problemi non sono risolti, non si intravedono spiragli di soluzione
    e questo è un fallimento della politica. Per il resto io propendo
    sfacciatamente per Israele e mi dispiace di essere stata fraintesa.

  23. 106
    nicola scrive:

    ERRATA CORRIGE “non è fantascienza”

  24. 105
    nicola scrive:

    Alberto 101: allora non discutere con chi non capisce niente.
    Nessuno è fonte di verità assoluta. Forse non li hai letti gli
    autori che cito. Kanafani, ucciso dal Mossad (non ha fantascienza,
    l’hanno riconosciuto anche loro) non scriveva né di questioni
    geologiche né economiche. Scriveva dell’incontro tra palestinesi
    che fanno ritorno nelle proprie case dopo l’espulsione, solo per
    qualche ora, e israeliani provenienti dall’Europa dei campi di
    concentramento. Dalla negazione di questo intreccio (mica solo
    Ahmadinejad è un negazionista, ce ne sono tanti, anche Dell’Utri lo
    é) nasce la mancata riconciliazione. A mio avviso. I nazisti li
    odio. Lo vuoi capire o no?

  25. 104
    adele scrive:

    103- Margherita ,mi associo anch’io alla proposta: Fuori 8 e mezzo
    e avanti “L’infedele”. Sì, ma la Armeni dove la mettiamo? Anche lei
    è bravissima

  26. 103
    margherita scrive:

    caro Gad, proposta per la 7 : abolire l’inutile otto e mezzo e fare
    tutte le sere l’Infedele. che ne dici?

  27. 102
    giancarlo scrive:

    Brrrr è arrivata colei che Magdi Allam ha definito come corpuscolo
    di incopetenza settaria sulla questione israelo palestinese. Me ne
    vado giancarlo

  28. 101
    Alberto Levy scrive:

    non capite nulla di nulla, siete dei nazisti moderni e basta. Tutto
    quello che scrivete e’ bugia, falsita’ , nazismo moderno. Gli
    scrittori arabi che citate non sono la fonte della verita’
    assoluta. Raccontano delle proprie esperienze dimenticandosi
    volutamente dei precedenti e del fatto che quello era un deserto
    disabitato prima. Voi veramente non capite nulla del nulla. Siete
    come lo erano i nazisti, siete uguali !

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