Pubblicato su “Vanity fair”.
La Fiera del Libro di Torino –decidendo di onorare il sessantesimo anniversario dello Stato d’Israele- si ritrova a fare i conti con una modesta parodia del conflitto mediorientale. Una gazzarra che rivela la smania di protagonismo di intellettuali narcisi, la strumentalizzazione di settori marginali del ceto politico, le nevrosi identitarie coltivate nella bambagia, ben più delle dinamiche reali in cui si lacerano Israele e la Palestina di oggi.
Naturalmente Torino ha fatto benissimo a proporre questa occasione di incontro con la cultura israeliana. E va apprezzata la scelta del presidente Napolitano che –uditi i primi brusii di tono boycott- conscio dei veleni prossimi a sprigionarsi, ha deciso di inaugurarla personalmente.
Quanti pensieri, quante domande anche scomode solleciterebbe la rinascita della madrepatria ebraica, se fosse consentita una riflessione pacata. Perché l’ammirazione per il miracolo israeliano –quando nacquero laggiù i miei nonni materni, e quando vi giunsero appena sposati i miei nonni paterni, la popolazione ebraica di Palestina contava solo 85 mila anime su 760 mila abitanti- si accompagna al rimpianto per il mondo di prima. Nel quale la presenza ebraica diffusa testimoniava (certo, con fatica) la possibilità di casa comune, cioè di convivenza globale, cui oggi nuovamente aspiriamo noi figli cosmopoliti della metropoli contemporanea, scottati dalla violenza e dalla falsa retorica dei nazionalismi. E invece…
E invece l’ebreo torna maschera simbolica che suscita ostilità, accusato di strumentalizzare perfino lo sterminio subito per lucrare vantaggi indebiti: la vittima trasformata in carnefice, calunnia folle per chi sappia un minimo di storia e però diffusa proprio perché è la più tagliente. Il sionismo come tradimento della sinistra. Ma per reazione l’ebreo viene oggi “indossato” come maschera positiva -di nuovo simbolo, ma stavolta della democrazia occidentale in pericolo- anche da parte di coloro che in passato lo perseguitarono e oggi ne apprezzano il presunto “spirito combattente”. Viva l’ebreo di destra, insomma. Due stereotipi al posto di uno. L’impossibilità di essere normali. Quel che in realtà siamo noi nativi della meravigliosa sponda sud del Mediterraneo: un misto sofferente di est e di ovest, di povertà e ricchezza, di religione e laicità, furore e hi-tech che è poi la vera Israele del 2008; in ciò più simile e intrecciata con la realtà palestinese di quanto si pensi. Tanto è vero che quando dialogano tra loro i politici e gli intellettuali che vivono nella regione mediorientale, difficilmente ricadono nei luoghi comuni che hanno avvilito la vigilia della Fiera di Torino.
Qui in Italia la tempesta si svolge in un bicchier d’acqua, senza che nessuno rischi d’affogare. Siamo superdotati di urlatori che pretendono sempre di fare gli eroi con i figli degli altri. E perfino il rancore deriva da un eccesso di conoscenza reciproca. Il libraio Angelo Pezzana –artefice del calendario israeliano al Lingotto- e il filosofo Gianni Vattimo –protagonista del boicottaggio- sono stati amici una vita, legati da un sodalizio profondo che li portò coraggiosamente insieme a fondare il primo movimento per i diritti degli omosessuali in Italia. E siccome i boicottaggi sono come le ciliegie, uno chiama l’altro, perfino nella decisione di Fiamma Nirenstein di disertare un dibattito cui dovrebbe partecipare con me (spero voglia ripensarci), si ritrova la medesima sindrome. Fiamma Nirenstein, neodeputata Pdl, ha frequentato me e la mia famiglia, vacanze insieme, lavoro in comune a “La Stampa” dove peraltro felicemente conviveva pure col terzo incomodo Vattimo. Chissà, forse si sente ferita da una mia (mai dichiarata) riprovazione per le sue scelte politiche, fatto sta che mi accusa di aver sopportato impassibile l’accusa di fascismo rivoltale da Vattimo all’Infedele (chi fosse appassionato a tale superflua querelle, può verificare se Fiamma dice il vero su www.gadlerner.it dove ho pubblicato la trascrizione di quel dialogo). Così si rilancia un messaggio nocivo: io con quello non ci discuto, io vicino a quello non mi ci siedo. Scimmiottatura di una guerra ben più drammatica. Propongo un armistizio, e se possibile la pace, almeno al Salone del Libro.
L’estate scorsa, quando sono tornato dal mio primo viaggio a Beirut dopo cinquant’anni, Giacomino mi ha regalato una bandiera disegnata da lui: da una parte israeliana, dall’altra libanese. Lo considero uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto. Se la sventolassi a Torino, dovrei sentirmi un traditore?
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16 maggio, 2008 alle 3:12 pm
Basta scorrere la lista dei nomi dei boicottatori, e vien da ridere
per la loro pochezza, incominciando dallo “svizzero” (si fa per
dire) Ramadan, cialtroncello da suk arabo, al rancoroso Vattimo che
ormai rappresenta un caso umano, e ai partecipanti alla sfilata
flop che erano meno numerosi dei vigili urbani chiamati a
scortarli. Una cafonata !
12 maggio, 2008 alle 7:58 pm
Scrivi qui il tuo commento
9 maggio, 2008 alle 8:23 pm
#123, #124 – grazie, Stella. E grazie anche a che le ha scritte.
9 maggio, 2008 alle 2:50 pm
Mi spiacerebbe molto se la fiera di Torino si trasformasse in un
ring dove si affrontano i pro palestina ed i pro israele. Sarebbe
una splendida occasione di riflessione e dialogo senza pregiudizi
sprecata e per questo giudico insensata ogni forma di
boicottaggio.Le posizioni rigide di entrambe le parti finora hanno
prodotto solo un conflitto infinito che nè la forza militare
d’Israele nè la logorante catena d’attentati delle varie famiglie
di Palestina hanno saputo risolvere.Dopo decenni di conflitti
sanguinosi quanto inconcludenti mi pare chiaro che solo l’accordo
tra le parti, l’accettazione delle parti, può condurre se non ad
una pace vera, almeno per il momento,ad una tregua, una
pacificazione degli animi che possa dare il via ad un cammino verso
la soluzione definitiva del conflitto.Si abbandonino in quell’area
ed anche in Europa i ” sogni ” di cancellare Israele come entità
estranea e nemica e dall’altra parte si abbandonino i ” sogni ” di
una grande Israele biblica che è altrettanto fuori della realtà.La
democrazia israeliana ha il dovere di ritirarsi dai territori via
via acquisiti e ritornare nei confini assegnati dall’ONU nel 48 al
territorio d’Israele.La Palestina, o meglio i Palestinesi, a loro
volta, rinuncino ad ogni idea di cancellazione di una realtà oramai
sessantenne, facciano chiarezza tra di loro e con i propri
dirigenti politici delle varie anime palestinesi perchè al di fuori
dell’odio contro il nemico essi stessi non sono d’accordo quasi su
niente.Gli Europei e quindi gli Italiani la smettano di dividersi
in filo palestinesi e filoisraeliani in base solo ed esclusivamente
alle proprie ideologie. La situazione in quell’area è arrivata ad
un punto tale che è davvero difficile, se si ha del buon senso,
attribuire colpe e meriti ora ad una parte ora ad un’altra.Le
responsabilità sono tutte di entrambe le parti in conflitto,
proprio per il perdurare dopo sessantanni del conflitto stesso.I
partigiani interni ed esterni d’Israele la smettano di assegnare
patenti d’antisemitismo a chiunque osi criticare la politica di
quel Paese. I partigiani interni ed esterni dei Palestinesi la
smettano di sognare quella zona senza Israele, facciano una seria
disamina dei tanti errori commessi negli anni,e si convincano che
con i metodi fin qui adoprati non si è andati da nessuna parte. La
catena del sangue per il sangue è una strategia perdente. Le parti
contrapposte si confrontino con serietà per la soluzione del
problema lasciando fuori dalla porta sogni impossibili vendette
inutili odio sterile.
8 maggio, 2008 alle 6:09 pm
Peccato che uomini della sinistra di questo tipo siano così rari
Caro Direttore, «cultura e boicottaggio sono due parole
incompatibili fra di loro. L’essenza della cultura è il dialogo ».
Così David Grossman, lo scorso febbraio, commentava le polemiche
nate dopo l’invito a Israele di partecipare come ospite d’onore al
Salone del Libro di Torino, aggiungendo: «La mia impressione è che
si veda come illegittima non soltanto la presenza alla Fiera del
Libro, ma la stessa esistenza di Israele». Non si può dire che gli
avvenimenti degli ultimi giorni, con le critiche rivolte da un noto
intellettuale del mondo arabo alla giustissima decisione del
presidente Giorgio Napolitano di essere oggi al Lingotto e con le
contestazioni culminate il 1?maggio nelle bandiere israeliane
bruciate in piazza, abbiano nel frattempo dato torto alle
affermazioni di Grossman. Al contrario. Della prima è evidente
l’intima verità: come possa un qualsiasi uomo di cultura che voglia
davvero essere tale chiedere di far tacere altri uomini di cultura,
negare ascolto alle loro parole è difficile capire. Tanto più
quando si tratta di autori che sostengono l’unica possibilità che
israeliani e palestinesi hanno di convivere pacificamente: il
dialogo, il riconoscimento delle reciproche sofferenze e speranze,
il diritto degli uni a vivere in casa propria senza paura e sicuri
del proprio futuro, degli altri a vivere in un loro Stato
indipendente. Ma qui entra in gioco la seconda affermazione di
Grossman, la sua «impressione» che il vero bersaglio sia
esattamente lo Stato di Israele, nel sessantesimo anniversario
della sua fondazione. E’ proprio di questo che pare trattarsi. A
preoccupare è un clima, sono posizioni, che nascono da un
pregiudizio e che possono condurre a conseguenze pericolose. Il
pregiudizio procede lungo un confine sottile, che separa le
critiche ragionate e per questo legittime alle politiche dei
governi israeliani, da quelle ideologiche, manichee: Israele ha
sempre torto, la «colpa» è sempre sua, anche quando il coraggio di
chiudere un accordo manca alla controparte o quando magari
formazioni arabe fanno fuoco le une contro le altre. Le conseguenze
pericolose si annidano nel lato più oscuro di questo fenomeno, nel
fatto che oltre alla critica a Israele spesso viene chiamato in
causa l’intero popolo ebraico. Forse non apertamente, forse con un
«non detto», che però nulla toglie ai rischi di un risorgente
antisemitismo, di fenomeni di intolleranza e di discriminazione
oggi più evidenti di ieri, purtroppo. A volte questi rischi si
nascondono dietro le parole e i termini usati. Un anno fa il
presidente Napolitano esortò a combattere «ogni rigurgito di
antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo »,
perché «antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice
dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della
sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano alla
guida di Israele». Parole coraggiose e nette, che io sono convinto
possano essere, per i democratici, la perfetta bussola da seguire.
Lo dico con la convinzione di chi, da sindaco di Roma, non incontrò
l’allora vice primo ministro iracheno Tariq Aziz, che s’era
rifiutato di rispondere a un giornalista solo perché israeliano. E
lo dico con la determinazione di chi non ritiene ci sia più posto,
tra i riformisti, nell’identità del Pd, per alcuna forma di
ostilità e di pregiudizio verso Israele, verso un Paese
democratico, civile, ricco di cultura, con una società aperta,
plurale e dinamica. Verso un popolo, per dirla sempre con Grossman,
che ha diritto ad avere, oltre a una concreta sicurezza, quella
«normalità politica universale » che significa riconoscergli
laicamente ragioni e torti e che invece gli è sempre stata negata,
sostituita dal «trattamento speciale» di cui ha parlato ieri su
queste colonne Pierluigi Battista. Il cammino della pace è già
abbastanza ricco di ostacoli senza che si aggiunga
l’incoraggiamento che viene dato ai nemici della pace da chi
dichiara giusto «boicottare» Israele. «So che debellare
completamente l’antisemitismo — ha detto Yehoshua — è un obiettivo
proibitivo. Ma non lo è combatterlo. L’Europa lo deve combattere
con tutta la sua forza. Non per il bene degli ebrei ma per il
proprio bene». Attenzione e determinazione non dovranno mai
mancare. Anche quando protagoniste di gesti gravissimi come quelli
degli ultimi giorni sono poche persone. La migliore risposta, ne
sono certo, verrà già dalle prossime giornate torinesi, dalle
migliaia di cittadini che affolleranno il Salone del Libro, per
leggere e ascoltare le parole degli scrittori della terra
d’Israele. Veltroni
8 maggio, 2008 alle 6:07 pm
Peccato che uomini della sinistra di questo tipo siano così rari
Caro Direttore, «cultura e boicottaggio sono due parole
incompatibili fra di loro. L’essenza della cultura è il dialogo ».
Così David Grossman, lo scorso febbraio, commentava le polemiche
nate dopo l’invito a Israele di partecipare come ospite d’onore al
Salone del Libro di Torino, aggiungendo: «La mia impressione è che
si veda come illegittima non soltanto la presenza alla Fiera del
Libro, ma la stessa esistenza di Israele». Non si può dire che gli
avvenimenti degli ultimi giorni, con le critiche rivolte da un noto
intellettuale del mondo arabo alla giustissima decisione del
presidente Giorgio Napolitano di essere oggi al Lingotto e con le
contestazioni culminate il 1?maggio nelle bandiere israeliane
bruciate in piazza, abbiano nel frattempo dato torto alle
affermazioni di Grossman. Al contrario. Della prima è evidente
l’intima verità: come possa un qualsiasi uomo di cultura che voglia
davvero essere tale chiedere di far tacere altri uomini di cultura,
negare ascolto alle loro parole è difficile capire. Tanto più
quando si tratta di autori che sostengono l’unica possibilità che
israeliani e palestinesi hanno di convivere pacificamente: il
dialogo, il riconoscimento delle reciproche sofferenze e speranze,
il diritto degli uni a vivere in casa propria senza paura e sicuri
del proprio futuro, degli altri a vivere in un loro Stato
indipendente. Ma qui entra in gioco la seconda affermazione di
Grossman, la sua «impressione» che il vero bersaglio sia
esattamente lo Stato di Israele, nel sessantesimo anniversario
della sua fondazione. E’ proprio di questo che pare trattarsi. A
preoccupare è un clima, sono posizioni, che nascono da un
pregiudizio e che possono condurre a conseguenze pericolose. Il
pregiudizio procede lungo un confine sottile, che separa le
critiche ragionate e per questo legittime alle politiche dei
governi israeliani, da quelle ideologiche, manichee: Israele ha
sempre torto, la «colpa» è sempre sua, anche quando il coraggio di
chiudere un accordo manca alla controparte o quando magari
formazioni arabe fanno fuoco le une contro le altre. Le conseguenze
pericolose si annidano nel lato più oscuro di questo fenomeno, nel
fatto che oltre alla critica a Israele spesso viene chiamato in
causa l’intero popolo ebraico. Forse non apertamente, forse con un
«non detto», che però nulla toglie ai rischi di un risorgente
antisemitismo, di fenomeni di intolleranza e di discriminazione
oggi più evidenti di ieri, purtroppo. A volte questi rischi si
nascondono dietro le parole e i termini usati. Un anno fa il
presidente Napolitano esortò a combattere «ogni rigurgito di
antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo »,
perché «antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice
dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della
sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano alla
guida di Israele». Parole coraggiose e nette, che io sono convinto
possano essere, per i democratici, la perfetta bussola da seguire.
Lo dico con la convinzione di chi, da sindaco di Roma, non incontrò
l’allora vice primo ministro iracheno Tariq Aziz, che s’era
rifiutato di rispondere a un giornalista solo perché israeliano. E
lo dico con la determinazione di chi non ritiene ci sia più posto,
tra i riformisti, nell’identità del Pd, per alcuna forma di
ostilità e di pregiudizio verso Israele, verso un Paese
democratico, civile, ricco di cultura, con una società aperta,
plurale e dinamica. Verso un popolo, per dirla sempre con Grossman,
che ha diritto ad avere, oltre a una concreta sicurezza, quella
«normalità politica universale » che significa riconoscergli
laicamente ragioni e torti e che invece gli è sempre stata negata,
sostituita dal «trattamento speciale» di cui ha parlato ieri su
queste colonne Pierluigi Battista. Il cammino della pace è già
abbastanza ricco di ostacoli senza che si aggiunga
l’incoraggiamento che viene dato ai nemici della pace da chi
dichiara giusto «boicottare» Israele. «So che debellare
completamente l’antisemitismo — ha detto Yehoshua — è un obiettivo
proibitivo. Ma non lo è combatterlo. L’Europa lo deve combattere
con tutta la sua forza. Non per il bene degli ebrei ma per il
proprio bene». Attenzione e determinazione non dovranno mai
mancare. Anche quando protagoniste di gesti gravissimi come quelli
degli ultimi giorni sono poche persone. La migliore risposta, ne
sono certo, verrà già dalle prossime giornate torinesi, dalle
migliaia di cittadini che affolleranno il Salone del Libro, per
leggere e ascoltare le parole degli scrittori della terra
d’Israele. Veltroni Caro direttore, questa mattina sarò anch’io
alla Fiera del Libro che si inaugurerà al Lingotto con la
significativa e autorevole presenza del Presidente Napolitano. Ci
sarò in primo luogo come parlamentare della Repubblica italiana,
fondata su una Costituzione che all’articolo 11 ripudia la guerra
come mezzo di risoluzione dei conflitti. E chi vuole che il Medio
Oriente non sia incendiato da altre guerre e si batte per una pace
giusta per ebrei e palestinesi, non può che respingere ogni forma
di negazione di Israele. Sì perché non bisogna stancarsi di
ripetere che in Medio Oriente sono in conflitto non un torto (la
pretesa di Israele a esistere) e una ragione (l’aspirazione
palestinese ad uno Stato), ma due ragioni entrambe legittime: il
diritto di Israele a vivere sicuro di sé e senza paura dei propri
vicini; il diritto dei palestinesi ad una patria indipendente. Due
diritti che potranno realizzarsi solo se li si riconosce entrambi e
se ciascuno dei protagonisti è consapevole che il diritto
dell’altro è legittimo come il proprio e il diritto proprio potrà
essere riconosciuto e realizzato in quanto coesiste con il diritto
altrui. E tutto ciò potrà vedere la luce solo se il riconoscimento
prevarrà sulla negazione, il diritto sul sopruso, la parola sulla
violenza. E a chi alla presenza di Israele alla Fiera del Libro
contrappone una manifestazione per la «Palestina libera», occorre
replicare con chiarezza che uno Stato palestinese libero e
indipendente non ci sarà negando Israele, ma solo riconoscendone
l’esistenza e i diritti. Non è davvero scontato questo approccio
alla questione mediorientale. Anzi, è proprio la dialettica dura, e
spesso sanguinosa, apertasi nel campo palestinese tra Abu Mazen -
che vuole la pace con Israele – e Hamas – che nega a Israele non
solo la pace, ma il diritto stesso ad esistere – a dirci quanto sia
essenziale riaffermare le ragioni dello Stato ebraico perché una
pace giusta e durevole possa esserci davvero. Al Lingotto ci sarò
anche come cittadino democratico che rifiuta ogni forma di
intimidazione, di intolleranza, di violenza anche solo verbale. Se
bruciare le bandiere dello Stato ebraico è un gesto ignobile, non
meno scellerato è contestare la presenza di Israele ad una
iniziativa culturale fondata sul libro. Il libro è stato per secoli
lo strumento principale di conoscenza, di trasmissione del sapere e
di confronto a cui nazioni, popoli e l’umanità intera hanno
affidato i loro percorsi di libertà e di emancipazione. E
attraverso i libri che ogni civiltà ha elaborato e trasmesso la
propria identità e ha conosciuto e riconosciuto le identità diverse
da sé. Tant’è che ogni volta che si è voluto reprimere un popolo o
una cultura o una religione, se ne sono mandati al rogo i libri.
Negando il libro si nega il valore del sapere, del pensiero, delle
idee. E nessuna società sarà più libera, più giusta, più civile,
più democratica se fondata sul conformismo, sulla censura,
sull’oppressione culturale, sulla negazione dell’intelligenza e
delle identità. E, infine, sarò oggi alla Fiera del Libro come uomo
di sinistra, per ribadire il nesso inscindibile che nella storia si
è cementato tra sinistra ed ebraismo. Non solo perché la cultura
ebraica è una delle radici della civiltà europea – si pensi a
Praga! – ma perché lungo più di un secolo il socialismo come
movimento di liberazione sociale e il sionismo come movimento di
liberazione nazionale sono nati e cresciuti insieme, in un percorso
di storia e sofferenze comuni, a partire dalla comune lotta contro
il fascismo e il nazismo. Riconoscere Israele, difenderne
l’esistenza e i diritti significa riaffermare l’inalienabilità di
valori di libertà, di emancipazione, di pluralismo per cui la
sinistra è nata e continua a vivere. Insomma di fronte a chi vuole
negare a Israele il diritto ad esistere, ogni democratico non può
che dirsi «israeliano». E tanto più lo deve dire chi vuole che in
Medio Oriente ci sia una pace giusta anche per i palestinesi. Così
come lo deve dire chi vuole vivere in un mondo libero da fanatismi,
integralismi, oppressioni di ogni tipo e colore. Perché la libertà
- delle persone, dei popoli, delle nazioni – è un valore
inalienabile, indivisibile, incomprimibile Piero Fassino
8 maggio, 2008 alle 5:17 pm
http://stefanodisegni.nova100.ilsole24ore.com/2007/07/il-mio-dio-lava.html
8 maggio, 2008 alle 3:55 pm
se bruci una bandiera straniera, diventi terrorista. se usi la
bandiera italiana come carta igienica, diventi ministro.
8 maggio, 2008 alle 2:47 pm
Sù col morale GAD!! però prudenza..
Il principale problema dell’entrare e uscire più volte da una
comunità ebraica… è che rischia di non rimanere nulla.. parlo
degli effetti della circoncisione..
8 maggio, 2008 alle 2:13 pm
Coraggio GAD!!! Dai che ce la fai!!
8 maggio, 2008 alle 1:59 pm
..che fatica essere democratici… Muin… A Gad… Ma chi glielo
fa fare… il barbera intendo… Nel monferrato… Ma a chi lo da’
a bere…
Vorrei togliere qualche pallino da Gad e ho delle proposte
importanti per il palinsento di La7, che speriamo si ripenda. Non
voglio che finiscano sotto occhi sbagliati… a chi posso mandarle?
Ale.
8 maggio, 2008 alle 1:34 pm
eccellente e lucido come sempre
8 maggio, 2008 alle 5:02 am
caro albeto levy cerca di calmarti, non ti devi aggitare ti fai
male. tu vedi nazzisti da per tutto, fatti curare.
7 maggio, 2008 alle 10:54 pm
Gli uomini di buona volontà dovrebbero ugualmente temere, pur nelle
differenti situazioni, gli eventi che si succedono ormai
quotidianamente nell’antica terra di Cannaan. Se da una parte si
invoca il dio degli eserciti e dall’altra la guerra santa, credo
che la pace sia davvero lontana (mi domando addirittura se la si
vuole). Se poi nei nostri salotti, televisivi o “virtuali” (web),
senza dover rischiare la pelle, si ripropongono gli stessi schemi,
anche se solo verbalmente, dando del fascista (Vattimo) o
rifiutando il dialogo (Nirenstein), non vedo alcun segno di
speranza. Fatti e parole remano contro gli uomini di buona volontà
(mi consola sapere che essa non dipende dal grado di istruzione).
Cordialmente, Roberto. P.S. Ben venga un armistizio, una sorta di
sospensione mentale: riflettere ancora un pò e poi scrivere.
7 maggio, 2008 alle 10:43 pm
x66 La differenza sta nel fatto che di quei 4 milioni di arabi, 1,4
milioni sono cittadini israeliani che possono votare, eleggere loro
candidati e vivono molto meglio della maggior parte degli arabi
della regione. I meridionali che andarono a lavorare al Nord erano
discriminati, ma vivevano meglio dei loro compaesani ed al Nord ci
sono rimasti. Il punto è che i Palestinesi sono convinti che,
avendo un proprio Stato, vivrebbero come gli Israeliani, mentre
invece, molto più probabilmente, la loro vita sarebbe molto simile
a quella di tanti altri arabi, perchè gli Israeliani il benessere
se lo sono guadagnato, non è stata la terra a concederglielo.
Quanto ai numeri sono importanti. Molti antisemiti ritengono che
gli Israeliani siano decine di milioni e sai perchè? Per
giustificare le loro teorie sull’imperialismo sionista. Sarebbe
difficile sostenere che 5 milioni di ebrei, circondati da qualche
centinaio di milioni di arabi (di cui i Palestinesi costituiscono
meno del 5 %) vogliano conquistare il Medio Oriente, anzi il
mondo!!! In fondo tra molti estremisti islamici i Protocolli dei
Savi anziani di Sion sono considerati autentici e da oggi sappiamo
che anche Vattimo è dello stesso avviso. Che pena!
7 maggio, 2008 alle 10:21 pm
Scrivi qui il tuo commento Lerner, sei un ottimo emblema della
spocchia e dell’aria fritta della sinistra salottiera e
pseudo-intellettuale. Dovresti riflettere e non evitare di
discutere su ciò che ti dice Cacciari, che cioè ancora la batosta
elettorale non porta te e tanti altri che vi sentite “superiori” a
fare un serio esame di coscienza. Non avete capito niente da
decenni, non tanto negli ultimi mesi.
7 maggio, 2008 alle 10:11 pm
Ma che bravo questo Alberto Levy , 95, che a chi ragiona senza
offendere nessuno finisce per dare dello strumentalizzatore
anti-ebraico e anti-semita !!! Complimenti, continui così e vedrà
che i “veri” antisemiti aumenteranno davvero. Ma forse è quello che
in fondo lei desidera !
7 maggio, 2008 alle 10:00 pm
Scrivi qui il tuo commento Sono sempre più disgustata da certi
avvocati difensori che, in disprezzo dell’evidente verità, si
inventano delle realtà virtuali in barba alla giustizia. Come già
nel processo di Cogne, o in quello di Erba dove, nonostante ci
siano stati 2 rei confessi e la testimonianza dell’aggredito, gli
avvocati difensori negano l’evidenza, oggi mi sconvolge la
dichiarazione dell’avvocato difensore dei naziskin di Verona che,
intervistato al TG, ha candidamente sostenuto che le percosse
ricevute dal povero ragazzo morto non sono state la causa della
morte..Allora di cosa è morto il ragazzo? Mi sento presa in giro da
queste persone che io espellerei dall’ordine degli avvocati.
7 maggio, 2008 alle 9:47 pm
Stò ascoltando la vostra trasmissione ”mi congratulo” però devo
un pò contraddire le solite statistiche in quanto la criminalità è
in calo. Mi spiace ma devo contraddire perchè nella mia zona di
trento sono circa alcuni mesi che rubano nelle abitazioni mentre
dormono e non più tardi di giorni orsono pure di giorno ,però,
molti di questi,diciamo,”visitatori”non sono stati ne denunciati
ne resi pubblici sui quotidiani in quanto si considera oramai
cosa” inutile” . Non per la capacità delle forze
dell’ordine,anzi, ma per altre cose ben note,carenze di personale
nei tribunali ecc.ecc. Io sono convinto che la gente Italiana non è
razzista ”probabilmente” difendono la loro sicurezza.E vi
garantisco che fra gli stranieri ci sono più razzisti di noi ,nella
proporzione. Con stima buona trasmissione.
7 maggio, 2008 alle 9:28 pm
Le premesse della trasmissione “L’Infedele” di stasera denotano
faziosità da parte del conduttore. Infatti il problema della
sicurezza non è affatto di destra se molti più cittadini, anche di
sinistra hanno ritenuto più credibile il centro destra. Per quanto
riguarda i fatti di Verona è assurdo definire naziskin quegli
assassini e perciò la rimando all’illuminato giudizio del prof.
Andreoli il quale dice che ciò che muove la violenza fine a se
stessa è l’assenza di valori, la frustrazione psicologica e morale,
dove i simboli invocati sono vuoti stereotipi di cui non si conosce
nemmeno il vero significato. Grazia di Pesaro
7 maggio, 2008 alle 7:37 pm
Scrivi qui il tuo commento Quello che mi amareggia di più in tutta
la questione della Fiera del Libro è questo appiattimento sul
“boicottaggio sì – boicottaggio no”, tra chi sta con Israele e chi
sta con la Palestina: davvero questa è stata un’occasione perduta
di confronto e riflessione. Faccio parte della rete delle Donne in
Nero, fin dall’inizio abbiamo cercato di inserirci in questo
dibattito in modo pacato ma fermo ma non ci è stato possibile:
nessun giornale ha pubblicato la nostra lettera; abbiamo pensato
allora, nella tradizione delle Donne in Nero israeliane, di fare
una presenza silenziosa davanti alla Fiera, ma nemmeno questo ci è
stato permesso. Volevamo dire quello che incollo qui sotto. Mi
piacerebbe che venisse letto “Perché siamo qui Come Donne in nero
siamo qui, in occasione della Fiera del Libro che vede come “ospite
d’onore” lo stato di Israele, perché sentiamo la responsabilità di
esprimerci a partire dalla storia che ci lega ormai da vent’anni ad
una pratica di relazioni con donne israeliane e palestinesi. Il
nome che abbiamo assunto è infatti quello delle “donne in nero”
israeliane che hanno posto al centro della loro identità politica
la denuncia dell’occupazione dei territori palestinesi da parte del
proprio stato. “Non posso dire di non sapere” è la ragione profonda
che induce molte di loro, e noi insieme con loro, a sentire il
dovere di guardare e di vedere che il 1948, mentre è celebrato da
Israele come l’anno della fondazione dello stato, viene ricordato
dalla società palestinese come l’anno della “Nakba”: la
“catastrofe” che sradicò oltre 750.000 palestinesi dalle loro terre
e dalle loro case rendendoli profughi, distrusse più di 480
villaggi, produsse massacri, terrore, la confisca di proprietà mai
più restituite. È perciò che negli scorsi mesi abbiamo ritenuto di
prendere anche noi la parola nel dibattito che si era acceso
attorno all’invito a Israele come “stato ospite” proprio in
occasione dei sessant’anni dal 1948, per metterne in evidenza il
significato di scelta politica. Vogliamo ribadirlo anche ora con le
parole di Karim Metref: “Quando un conflitto è in atto, dimostrare
segni di solidarietà con una sola parte si chiama prendere parte.
Festeggiare l’anniversario della creazione dello stato di Israele
invitandolo come ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino,
oggi poi nella situazione terribile che vive il popolo palestinese,
è una presa di posizione netta e chiara” (lettera aperta “Israele
ospite d’onore. Non è né il luogo né il momento”, febbraio 2008).
Con ciò non intendiamo affatto rifiutare o censurare scrittori e
scrittrici provenienti da Israele: nei punti di vista e
nell’esperienza del mondo che ognuno e ognuna di loro può portare
ci sono certamente anche valenze politiche con cui riteniamo giusto
tenere aperto il dialogo. Non ci pare accettabile invece che il
contesto di un possibile confronto sia squilibrato a priori
dall’intento unilaterale e celebrativo dell’invito. Torniamo ancora
una volta a quello che riteniamo il nodo ineludibile: non solo
politicamente ma anche per rispetto di ciò che hanno vissuto e
vivono i protagonisti dell’altra metà della storia, riteniamo
profondamente ingiusto proporre il ricordo del 1948 soltanto
attraverso gli occhi di chi festeggia. Nella scelta compiuta vi è
una violazione talmente profonda di un senso condiviso di dignità
umana, che comprendiamo perché l’invito, tardivamente rivolto dalla
Fiera a scrittori/ scrittrici palestinesi, sia stato rifiutato da
molte/i . Tutto ciò è stato espresso con chiarezza da Suad Amiry,
intellettuale palestinese: “La Fiera del Libro di Torino non si è
limitata a scegliere come ospite d’onore l’occupante, ma ha
invitato l’occupato (persone come me) a partecipare alla
celebrazione del giorno della sua indipendenza” (La Stampa,
01.02.08). Analogamente Ibrahim Nasrallah ha scritto: “Nel giorno
della loro Nakba i palestinesi spererebbero in una reazione di
umanità, ricevono invece la vostra decisione che non prende in
considerazione l’ingiustizia e la sofferenza” (il manifesto,
30.01.08). E non possiamo dire di non sapere che ingiustizia e
sofferenza sono rese tuttora particolarmente gravi dalle
illegalità, dalle violazioni dei diritti umani, dal continuo uso
della violenza operato dallo stato di Israele: l’occupazione
militare, il Muro di separazione, la crescita degli insediamenti,
l’assedio di Gaza, le uccisioni, le distruzioni e il grande numero
di uomini, donne e ragazzi palestinesi prigionieri rendono sempre
più fragili le speranze in una pace giusta. È per questo che
sentiamo la responsabilità di denunciare la parzialità di un invito
che celebra la metà vincente di una storia e di continuare a
impegnarci perché sia finalmente riconosciuto il diritto anche
delle donne e degli uomini palestinesi a una vita degna e a una
parola libera. Donne in Nero Italia Grazie Marianita
7 maggio, 2008 alle 7:14 pm
Per 84 Alberto Levy Spero che le tue parole non si riferissero al
mio commento n°83. Io difendevo le RAGIONI di Israele visto che è
sempre e solo la sua politica a essere messa in discussione. Io
sostenevo che la stampa dipinge Israele come uno stato aggressore
mentre esso si DIFENDE. Se ho detto che ENTRAMBE le parti in causa
usano una politica discutibile ciò nasce dalla considerazione che i
problemi non sono risolti, non si intravedono spiragli di soluzione
e questo è un fallimento della politica. Per il resto io propendo
sfacciatamente per Israele e mi dispiace di essere stata fraintesa.
7 maggio, 2008 alle 6:52 pm
ERRATA CORRIGE “non è fantascienza”
7 maggio, 2008 alle 6:51 pm
Alberto 101: allora non discutere con chi non capisce niente.
Nessuno è fonte di verità assoluta. Forse non li hai letti gli
autori che cito. Kanafani, ucciso dal Mossad (non ha fantascienza,
l’hanno riconosciuto anche loro) non scriveva né di questioni
geologiche né economiche. Scriveva dell’incontro tra palestinesi
che fanno ritorno nelle proprie case dopo l’espulsione, solo per
qualche ora, e israeliani provenienti dall’Europa dei campi di
concentramento. Dalla negazione di questo intreccio (mica solo
Ahmadinejad è un negazionista, ce ne sono tanti, anche Dell’Utri lo
é) nasce la mancata riconciliazione. A mio avviso. I nazisti li
odio. Lo vuoi capire o no?
7 maggio, 2008 alle 6:49 pm
103- Margherita ,mi associo anch’io alla proposta: Fuori 8 e mezzo
e avanti “L’infedele”. Sì, ma la Armeni dove la mettiamo? Anche lei
è bravissima
7 maggio, 2008 alle 6:34 pm
caro Gad, proposta per la 7 : abolire l’inutile otto e mezzo e fare
tutte le sere l’Infedele. che ne dici?
7 maggio, 2008 alle 6:33 pm
Brrrr è arrivata colei che Magdi Allam ha definito come corpuscolo
di incopetenza settaria sulla questione israelo palestinese. Me ne
vado giancarlo
7 maggio, 2008 alle 6:32 pm
non capite nulla di nulla, siete dei nazisti moderni e basta. Tutto
quello che scrivete e’ bugia, falsita’ , nazismo moderno. Gli
scrittori arabi che citate non sono la fonte della verita’
assoluta. Raccontano delle proprie esperienze dimenticandosi
volutamente dei precedenti e del fatto che quello era un deserto
disabitato prima. Voi veramente non capite nulla del nulla. Siete
come lo erano i nazisti, siete uguali !