Questo articolo è uscito su “Repubblica”.
“Tutto ciò che è improvviso è male, il bene arriva piano piano”. Così pensava nella sua saggezza Mendel Singer, l’impareggiabile “Giobbe” di Joseph Roth.
Magari ne serbassero memoria gli israeliani, esasperati da un assedio senza fine ma tuttora accecati dal mito della guerra-lampo risolutiva che nel 1967 parve durare sei giorni appena e invece li trascina, dopo oltre 41 anni, a illudersi nuovamente: bang, un colpo improvviso bene assestato, e pazienza se il mondo disapprova, l’importante è che il nemico torni a piegare le ginocchia.
Solo che al posto dei fanti straccioni del panarabista Nasser ora c’è l’islamismo di Hamas e Hezbollah. Al posto del generale Dayan e del capo di stato maggiore Rabin, c’è il ministro Barak, pluridecorato ma già politicamente logoro. E alla guida provvisoria del governo c’è un dimezzato Olmert che non crede fino in fondo in quel che fa, dopo aver condiviso negli ultimi anni l’autocritica strategica di Sharon.
Il bene arriva piano piano. Tutto ciò che è improvviso è male. Non sono massime buone solo per deboli ebrei diasporici come quel Giobbe di un’Europa che non c’è più. E’ la sapienza antica d’Israele che ci ammonisce –da Davide e Golia in poi- come la superiorità militare non basti a dare sicurezza. Perché la forza non è tutto, anzi, può trascinare alla sconfitta le buone ragioni.
Tre minuti di bombardamento micidiale preparati da mesi di lavoro d’intelligence possono schiacciare l’apparato visibile di Hamas ma non disinnescano il suo potenziale offensivo clandestino. Così i minuti si prolungano in giorni, mesi, anni. Seminando un odio tale da rendere sempre meno probabile che tra i palestinesi recuperi legittimità la componente moderata dell’Anp, destinata a soccombere dopo Gaza anche in Cisgiordania.
Il risultato sarà un Israele che riesce a mettersi dalla parte del torto e del disonore pur avendo ragione nel denunciare la sofferenza delle sue contrade meridionali bombardate e, di più, la ferocia del regime imposto dagli sceicchi fondamentalisti alla popolazione di Gaza che tengono in ostaggio con la scusa di proteggerla.
La competizione elettorale israeliana del prossimo 10 febbraio non offrirà più l’alternativa del 2005: di qua la coalizione che prospettava la pace in cambio di sacrifici territoriali, di là l’oltranzismo di chi considera gli arabi capaci d’intendere solo le bastonate. Ora tutti i contendenti gareggiano nel mostrarsi inflessibili, a costo di sacrificare le trattative con l’Anp e la Siria. L’opinione pubblica si rassegna all’inevitabilità della guerra, ma non per questo ritrova fiducia e combattività. All’indomani dell’attacco riaffiorano le divisioni. Gli stessi celebri scrittori, rappresentativi di un’intellighenzia minoritaria, dapprima hanno confidato che la rappresaglia di Tsahal rimanesse limitata, ma ora già chiedono un cessate il fuoco. Sono i primi ad avvertire, nel loro profetico distacco dalla politica, come il disonore possa trascendere nella perdizione d’Israele. Esprimono il malessere di una comunità frantumata cui riesce sempre più difficile riconoscersi in una cultura nazionale unitaria.
L’affievolirsi della solidarietà esterna costringe Israele a guardarsi dentro, sottoponendo a autoanalisi pure le sofferenze indicibili, come il trauma della generazione ebraica sterminata. Si misurano i danni dell’ultimo lascito velenoso di Hitler, cioè il transfert nelle generazioni successive dei “sopravvissuti per procura”. E’ il richiamo terribile con cui scuote Israele l’ex presidente del suo parlamento, Avraham Burg: non hai un futuro di nazione come “portavoce dei morti della Shoah”; noi dobbiamo diventare altro che un’insana, dubbia rappresentanza delle vittime. Il nostro futuro pensabile è di compenetrazione con l’Oriente nel quale di nuovo gli ebrei provenienti da regioni lontane si sono fra loro mescolati; è di relazione con le altre vittime di questa terra.
Perfino l’unico obiettivo politico realistico –due popoli, due Stati- come notava ieri Bernardo Valli, viene rimesso in discussione da un orizzonte storico in cui si registra il declino parallelo dei due nazionalismi (sionismo e panarabismo) in lotta da un secolo. Quanto al rimpianto per le innumerevoli occasioni perdute, la guerra lo confina in un ambito letterario e cinematografico. Si legga il bel romanzo dell’ebreo irakeno Eli Amir, immigrato in Israele nel 1951, “Jasmine” (Einaudi). Racconta l’incapacità di trarre frutto dalla consuetudine con gli arabi degli ebrei orientali, che pure sarebbe stata preziosa quando si cercava una soluzione per i territori occupati nella guerra-lampo. Invano zio Khezkel, reduce da una lunga detenzione per sionismo nelle prigioni di Bagdad, liberato dopo la vittoria del 1967, cerca di convincere una platea laburista di Gerusalemme: “Noi dobbiamo prestare ascolto al loro dolore, non ignorare la Nabka, la loro tragedia, ricordare che anche loro hanno una dignità. Dobbiamo ricordare che il debole odia il forte e chi oggi è sull’altare domani potrebbe ritrovarsi nella polvere”. La leadership ashkenazita non poteva intendere l’appello di zio Khezkel, i giovani gli danno del codardo.
Mi ha fatto impressione domenica sera vedere al telegiornale il migliaio di musulmani convenuti di fronte al Duomo di Milano per pregare Allah dopo il bombardamento di Gaza. Ho ricordato la notte del 1982 in cui, per protestare contro la strage di Sabra e Chatila, ci ritrovammo in quella piazza arabi ed ebrei insieme, laicamente, non certo a genufletterci verso la Mecca. Oggi pare impossibile, costretti ad appartenenze irriducibili da un fondamentalismo che inferocisce la guerra nei suoi connotati religiosi. Hamas all’epoca non esisteva. Nasceva in Israele il movimento “Pace adesso” che avrebbe spinto al dialogo con i palestinesi. La rivoluzione iraniana degli ayatollah, nei suoi primi tre anni di vita, non era ancora riuscita a contagiare d’odio (suicida) l’islam globale.
Oggi viviamo il pericolo di un conflitto che si estende e si assolutizza dall’una all’altra sponda del Mediterraneo, bersagliando Israele come tumore da estirpare.
Distruggere Hamas, cioè l’islam fondamentalista penetrato fino a immedesimarsi nella causa nazionale palestinese, appare obiettivo difficilissimo da conseguire. Dubito che il governo di Gerusalemme, dichiarandolo, creda davvero che sia questa, chissà perché, la volta buona. Il rischio, al contrario, è che si consegni all’obbligo di combattere una guerra senza fine.
Solo qualche settimana fa Ehud Olmert , un leader che non ha più niente da perdere e quindi s’è preso la libertà di dire le verità scomode, raccomandava ben altro futuro agli israeliani. Dobbiamo ripensare ciò in cui abbiamo creduto per una vita, anche se è doloroso. Rinunce territoriali, un lembo di Gerusalemme capitale palestinese. Olmert ha usato perfino una parola terribile, “pogrom”, per sanzionare le violenze messe in atto dai coloni contro i palestinesi di Hebron. Era prossimo a raggiungere un accordo con la Siria quando Hamas, rompendo la tregua e scatenando l’offensiva missilistica, ha trascinato l’establishment israeliano nella coazione a ripetere di questa guerra dei cent’anni.
Spero di sbagliarmi, ma temo che i più entusiasti sostenitori dell’operazione “Piombo Fuso” saranno i primi a squagliarsi, quando si avvicineranno le ore fatali d’Israele.
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23 gennaio, 2009 alle 6:35 pm
Ho letto solo adesso il tuo articolo. Non vorrei fare i soliti "complimenti per la trasmissione", ma è davvero completo, documentato, profondo. Ma ha il gusto amaro di qualcosa di definitivo. E quindi? E poi? Possibile che non ci sia una via d’uscita?
11 gennaio, 2009 alle 10:32 pm
Controinformazione e Resistenza eventi, commenti, analisi dal / sul Campo di concentramento e di sterminio di Gaza (23 dicembre 2008 – 10 gennaio 2009)
su http://www.rivistaindipendenza.org
Se Auschwitz, al pari di Hiroshima, è stato il simbolo degli orrori del XX° secolo, Gaza vanta con Falluja (Iraq) ottime credenziali per assurgere ad emblema delle atrocità del XXI°. Nella «prigione a cielo aperto» di Gaza (28, 30 dicembre, 4, 6, 7 gennaio), ad una situazione già drammatica a causa del "blocco" –che ha ulteriormente inasprito l’occupazione israeliana, nodo di fondo insoluto della questione palestinese (28, 30 dicembre, 3, 8 gennaio)– si sono aggiunti i bombardamenti. Questo è parte di un piano secondo alcuni ideato da tempo (6, 8 gennaio) per sottomettere una volta per tutte la popolazione locale (8 gennaio) se non addirittura promuovere l’ennesima "pulizia etnica", il fondamento dello Stato d’Israele (23 dicembre) che, al di là dei ritriti slogan sul "processo di pace" (30 dicembre), mira solo a ripulire dagli arabi la terra di Palestina per "riunire" l’inesistente "popolo ebraico" (24, 26 dicembre). I bombardamenti israeliani, «illegali» e «crimini contro l’umanità» anche per l’ONU (27 dicembre, 9 gennaio), stanno causando una carneficina di donne, vecchi e bambini, oltre alla distruzione di campi profughi, infrastrutture sanitarie, scuole, moschee, palazzi interi (28, 30, 31 dicembre, 2, 3, 7 e 8 gennaio). Dal fosforo bianco ai nuovi ordigni "Dense inert metal explosive" (5, 7, 8 e 9 gennaio), Israele non risparmia l’uso di armi proibite dalle convenzioni internazionali e dagli effetti terrificanti. Ma tutto è permesso all’"unica democrazia del Medio Oriente", unica davvero in tema di menzogne (29 dicembre, 4 gennaio)! Impunità garantita, grazie al sostegno degli USA (10 gennaio) e alla condiscendenza del cosiddetto "Occidente", tra cui non mancano di distinguersi, per servilismo, il governo Berlusconi ed i mass media di casa nostra. Si ha un’idea delle morti, delle mutilazioni e delle distruzioni provocati quotidianamente dai bombardamenti? Si dia un’occhiata a questo video ed a quelli collegati, veri e propri documentari dalla Striscia: http://www.youtube.com/watch?v=d5KyhllGXiE&feature=related.
Tutto questo non dice ancora tutto di quel che sta avvenendo a Gaza. Ci sono una popolazione ed una resistenza che si mostrano indomite all’aggressione e nient’affatto disposte a piegarsi. Soprattutto in questi tremendi giorni Gaza rappresenta il Davide provvisto di pochi mezzi che eroicamente fronteggia il vile Golia sionista, tanto spietato e vigliacco nel massacrare dall’alto civili inermi (1 gennaio) quanto in difficoltà nel fronteggiare gli scontri corpo a corpo sul terreno di battaglia (2, 10 gennaio). Gaza incarna oggi i valori universali ed eterni della solidarietà e della resistenza popolare, assurge a simbolo della lotta per la tutela della propria libertà e dignità e per una vita degna di essere vissuta, lotta che approverebbe persino il "non violento" Mahatma Gandhi (26 dicembre). Le autorità israeliane pensavano che, massacrando con i bombardamenti, sarebbero riusciti a vincere nel più breve tempo possibile (30 dicembre). La loro cieca furia assassina sta producendo invece un rafforzamento della resistenza palestinese (2, 3 gennaio), oggi incarnata dal movimento «apparentemente religioso» (1 gennaio) di Hamas, che proprio grazie ai bombardamenti sta incrementando la propria popolarità a Gaza ed in Cisgiordania (30, 31 dicembre, 2, 9 gennaio) oltre che nel mondo arabo (29 dicembre, 3, 8, 9 gennaio).
Dal notiziario (stavolta concentrato solo sui fatti di Gaza, sulla Palestina) riteniamo importante richiamare la notizia che segue, nonostante sia espressione di una larghissima minoranza:
10 gennaio. Ascolta, Israele! Stefano Nahmad, della Rete degli ebrei contro l’occupazione, scrive una lettera ai massacratori sionisti, pubblicata su il Manifesto di ieri: «hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame (…) li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l’umanità intera». Nahmad, ricordando che anche la sua famiglia ha subito le persecuzioni naziste, proclama di rinnegare lo Stato di Israele. «Io oggi sono palestinese. Io sto dalla parte del popolo palestinese e della sua eroica resistenza. Io sto con l’eroica resistenza delle donne palestinesi che hanno continuato a fare bambine e bambini palestinesi nei campi profughi, nei villaggi tagliati a metà dai muri che tu hai costruito, nei villaggi a cui hai sradicato gli ulivi, rubato la terra. Sto con le migliaia di palestinesi chiusi nelle tue prigioni per aver fatto resistenza al tuo piano di annessione (…) Ascolta Israele, ascolta questi nomi: Deir Yassin, Tel al-Zaatar, Sabra e Chatila, Gaza. Sono alcuni nomi, iscritti nella Storia, che verranno fuori ogni qualvolta si vedrà alla voce: Israele».
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11 gennaio, 2009 alle 5:18 pm
X Onyric
E’ questa qua:
To all the leaders of Palestinian military, paramilitary and guerilla
organizations
To all the soldiers of Palestinian militant groups:
My name is Marek Edelman, I am a former Deputy Commander of the Jewish Military organization in Poland, one of the leaders of the Warsaw Ghetto Insurrection, In the memorable year of the insurrection – 1943 – we were fighting for the survival of the Jewish community in Warsaw. We were fighting for mere life, not for territory, nor for a national identity. We
were fighting with a hopeless determination, but our weapons were never directed against the defenseless civilian populations, we never killed women and children, In a world devoid of principles and values, despite a constant danger of death, we did remain faithful to these values and moral principles.
We were isolated in our fight, and yet the powerful opposing army was not able to destroy these barely armed boys and girls.
Our fight in Warsaw lasted several weeks, later we fought in the Underground and in the Warsaw insurrection of 1944.
Yet nowhere in the world can a guerilla force bring conclusive victory, nowhere can it be defeated by weapon-full armies, Neither can your war attain any resolution. Blood will be spilled in vain and lives will be lost on both sides.
We have never been careless with life. We have never sent our soldiers to certain death. Life is one for eternity. Nobody has the right to mindlessly take it away. It is high time for everybody to understand just that.
Just look around you, Look at Ireland. After 50 years of bloody war, peace has arrived. Formerly deadly enemies have set down at a common table. Look at Poland at Wales and Kuron, Without a shot being fired, the criminal communist system has been defeated. Both You and the State of Israel have to radically change your attitude. You have to want peace in order to save the lives of hundreds and perhaps thousands of people, and to create a better future for your loved ones, for your children. I know from my own experience that the current unfolding of events depends on you, the Military Leaders. The Influence of political and civilian actors is much smaller. Some of you studied at the university in my town dY- some of you know me. You are wise and intelligent enough to understand that without peace there is no future for Palestine, and that peace can be attained only at the cost of both sides agreeing to some concessions.