Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Stavo sfogliando il mensile “Prima comunicazione” quando il mio sguardo è rimasto impigliato nella fotografia, pubblicata a tutta pagina, di Carlo Rossella. Nutro una tale considerazione per la sua eleganza che non ho potuto fare a meno di inviargli un sms: “Carlo, è atroce quella foto, va oltre il limite. Bisognerà ripensare lo stile maschile al tempo della crisi”. Mi aveva colpito quell’ampia sciarpa bianca a pois celeste, annodata come ornamento barocco sui quadretti e le tinte unite sottostanti.
L’uomo per fortuna è di spirito. Non dimenticherò mai quell’aperitivo all’Hotel de Paris di Montecarlo, una dozzina d’anni fa. I manager di Publitalia scendevano uno dopo l’altro diretti alla cena di gala e Rossella sapeva enumerarmi, di ciascuno smoking, il taglio e la sartoria. Forse bluffava, ma con l’impareggiabile leggiadria che tanto ha divertito Giovanni Agnelli.
Dunque mi ha subito telefonato, fingendo solo per un attimo che quello scatto gli fosse stato maliziosamente rubato. Mi ha confidato che la sciarpa era il dono di un amico caro e potente di cui non farò il nome (del resto quasi tutti gli amici di Carlo sono cari e potenti). E infine ci siamo intesi su quel che non andava: l’inflazione del cachemire a buon mercato negli anni del benessere ha sospinto l’élite cui egli appartiene nella ricerca esasperata di ulteriori morbidezze derivate dal vello caprino. I proibitivi scialli di chatouche in grado di scivolare attraverso una fede nuziale; le sciarpe ricamate di pashmina; e financo i cappotti di vicuna andina. Capolavori esibiti nelle tribune d’onore degli stadi di calcio e degli autodromi da una classe imprenditoriale che amava sovrapporli a colli di camicia rialzati con sapiente nonchalance, a lambire la chioma e il ciuffo.
Un modello di eleganza che si proponeva come evoluzione casual dell’icona dell’Avvocato (in seguito Lapo Elkann avrebbe provveduto a esasperarla parossisticamente), pur citandone i gessati. Uomini di successo che per guidare l’industria italiana non dovevano certo esibire mani callose. Ma siccome il troppo stroppia, gliene derivò inevitabile nocumento fra i travet arrabbiati delle piccole e medie imprese del capitalismo nostrano.
Lì, a mio parere, avrebbe dovuto suonare il campanello d’allarme. Anche se devo ammettere che il contagio infiltrò la vanitosa categoria cui appartengo: sicchè è divenuto fotomodello dilettante perfino un elegantone come Vittorio Feltri, portatore di giacche forse solo un poco più vistose. Con il direttore di “Libero” –che la scorsa settimana ha candidato Carlo Rossella alla direzione del “Corriere della Sera”- è successo perfino a me di posare per beneficenza, nonostante che il mio aspetto sgualcisca qualsiasi capo d’abbigliamento.
Dove voglio arrivare, con il sommesso altolà inviato al maestro Rossella? Mi pare che lui l’abbia capito e condiviso. Sarà bene fare un passo indietro di compostezza, se non nei materiali, almeno nella postura e negli addobbi. Confido che la moda al tempo della Grande Depressione non imponga un ritorno alle divise militaresche, ma non mi accontenterei di un banale richiamo alla sobrietà. Direi piuttosto che il passaggio storico contempla anche per questi nuovi nobili medicei il commiato dalle porpore e dai damaschi tipicamente rinascimentali, nella speranza (tutt’altro che scontata) di riuscire a incamminarci nella contemporaneità. Perché se, Dio non voglia, prevalesse una marcia all’indietro, ci troveremmo sul serio costretti nelle armature dei cavalieri di ventura.
Non consiglierò certo a Carlo Rossella di indossare d’ora in poi tute da operaio. Ma voglio ricordargli che uno degli uomini più eleganti del secolo scorso, Winston Churchill, vestiva spesso e volentieri una salopette. Naturalmente di flanella gessata.
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20 marzo, 2009 alle 9:36 am
Trovo assolutamente inessenziale l’argomento.
Se i media la smettessero di parlare di grandi fratelli, letterine, calciatori, le sciarpe di un giornalista…. ed invece selezionassero quello di cui parlare (e far parlare inevitabilmente) in base alla rilevanza, intellettuale, filosofica, politica economica o sociale degli argomenti,
probabilmente questo agglomerato di nani e ballerine che affollano i media susciterebbe meno interesse.
Io non credo che la sciarpa di Carlo Rossella susciti interesse in sé, e per questa ragione sia necessario parlarne (lo stesso argomento vale per grandi fratelli, veline, tronisti e amici di De Filippi), credo che sia vero il contrario, se attraverso i media si bombarda in continuazione il lettore/telespettatore/radioascoltatore, di baggianate del genere difficilmente il suddetto (lett/tele/radioascoltatore) sarà sollecitato/interessato alla lettura di Kundera, all’approfondimento del pensiero di Kant, all’astrofisica o qualsiasi altra cosa che non sia "questo fantastico mondo di nani e ballerine” che ormai domina da anni la scena di questo “mondo teatro”.
Se tutti quelli che hanno a disposizione strumenti di comunicazione di massa facessero uno sforzo in questa direzione, ci sarebbero piu’ Gabanelli e meno De Filippi in circolazione, e probabilmente anche gli ascolti, l’interesse del “pubblico“ sarebbe diverso e non così sproporzionatamente a favore “della dimensione culturale in cui domina la seconda (De Filippi).
Io ti considero, caro Gad Lerner, piu’ dalla parte “dell’estremo” Gabanelli che dalla parte “dell’estremo” de Filippi.
Vorrei suscitare proseliti su queste posizioni ed assistere, in un futuro spero prossimo, a palinsesti diversi per questo nostro “mondo-teatro”!
Max Cascini
17 marzo, 2009 alle 4:28 pm
Trovo fantastico il fatto che si dedichi del tempo a discutere la figura di carlo rossella… a quando una bella discussione su piero vigorelli (alias vampirelli) o su emilio fede (fido)… servirebbe un blog apposito su maggiordomi e servitori!!!
16 marzo, 2009 alle 11:56 pm
Oh Gesù, adesso compare anche Montezemolo con la stessa sciarpona. Dev’essere un regalo dello "scarparo", come lo chiama affettuosamente Anna Falchi. Penso sia molto più disgustoso vederla indossata da Rossella, non c’è proprio paragone, perchè dà l’idea di uno che non fa niente tutto il giorno. E’presidente di Medusa, ma risponde alle lettere d’amore farlocche in TV su "Verissimo" facendo delle smorfie insultanti e scrive articoli melensi di "bon ton" sul settimanale "Panorama", mentre permette che Tornatore giri il suo film per più di un anno saccheggiando impunemente le casse della società ed impedendo altri progetti. Hai proprio ragione, Gad.
16 marzo, 2009 alle 6:30 pm
#774. Padre del "pensiero moderno infelice"? Io poi ai presunti padri moderni ci credo sempre poco o nulla: in una società come la nostra Leopardi stesso probabilmente sarebbe stato qualcosa di diverso da ciò che è stato.
16 marzo, 2009 alle 3:33 pm
Odyoso. Telegraficamente, solo per esigenza di informazione: Leopardi è uno dei padri del pensiero moderno. Liquidarlo in due parole è come pretendere di cancellare l’Everest con uno schiocco di dita.
Per il resto, va bene così. Nel senso che ognuno si tiene le sue idee, com’è naturale e giusto che sia quando si parte da presupposti diversi e lontani.
Lungi da me l’idea di voler catechizzare qualcuno. Amo troppo la varietà. Perciò buon proseguimento a te,sulla tua strada, e a me sulla mia.
15 marzo, 2009 alle 12:33 pm
#764 Un esempio? Le tante ragazze (e anche ragazzi), che in numero crescente cadono nell’anoressia per inseguire il falso mito di una bellezza che è tale solo un tanto a osso. Non si tratta di casi isolati, ma di una piaga sociale che si sta estendendo in modo preoccupante.
L’anoressia è una malattia che andrebbe trattata in maniera seria e non in maniera grossolana e con le altrettante spiegazioni ed implicazioni sociologiche che vengono spese all’ingrosso da esperti e mass media. Ci sarebbe da approfondire molto di più ed in maniera molto ma molto più seria certe patologie di tipo comportamentale e neurovegetativo che colpiscono adolescenti fino a bambini. Dando magari un’occhiata sull’abuso di sostanze farmacologiche e non di cui una certa generazione ha fatto uso per poi finire con il mettere al mondo delle persone che presto, troppo presto cominciano a manifestare processi di astinenza e degenerazione. Altro che modelli del tubo che non c’entrano nulla! Evita di credere alle fandonie che ti propinano.
Se sì, ricorda il pessimismo leopardiano, che Leopardi però ricusava, dicendo: " mi dimostrino che sbaglio e allora potranno accusarmi di pessimismo. Ma siccome non possono dimostrarlo, dovranno accettare la mia idea come realistica".
Guarda…Leopardi fa testo al pari di tutti coloro che hanno vissuto come lui. Per me Leopardi semplicemente non è attendibile…e non mi sforzo nemmeno di voler smentirlo sulle sue verità: per carità…ogni singolo individuo, che esiste, che ha dei tratti caratteriali singolari ed originali è un pezzo della verità, un pezo del mosaico…io non escluso questo: ma che leopardi possa avere la preunzione di essere un campione rappresentativo francamente non mi interessa nè può essere oggetto di alcuna analisi interessante. Esistono certamente migliaia di anime alla leopardi o alla ligabue, o alla rimbaud, o alla van gogh: personaggi che non se li filava nessuno e la cui esistenza è stata rivalutata per quel pezzo di arte che faceva da contraltare ad un’esistenza misera e talvolta persino miserabile.
P.S.: I "miei" parametri di felicità sono molto ma molto modesti. Ma ritengo che ancora il discorso da me portato avanti non sia stato completamente compreso. Intendevo dire, in soldoni, che in un sistema come il nostro esiste la massima opportunità per la ricerca della "propria" felicità, con la disponibilità di strumenti che fino a qualche decina di anni fa o secoli fa erano impensabili. Oggi nel campo delle arti, dell’intrattenimento, dellle arti, delle professioni, dei mestieri, del tempo libero, della libertà di viaggiare, di conoscere e aggiungici pure tutto ciò che vuoi si può avere un ventaglio di opzioni assolutamente straordinario. Che poi si possa, dopo tutto questo, restare ancora insoddisfatti ed infelice non lo escludo: ma a quel punto sarebbe pure utile capire se non siamo nel campo della pura patologia e la persona interessata sarebbe bene che cominciasse a chidersi se esiste veramente qualcosa che la può rendere felice. Poi aspettare per vedere se è in grado di darsi una risposta, perchè forse non ha nemmeno quella. In quanto a Leopardi bisognerebbe capire se luu, un infelice ai tempi della lampada a petrolio, oggi potrebbe essere un uomo felice; ma come vedi uno che si "condanna" alla infelicità conta pure poco il modello sociale che si trova intorno ed il contesto in cui è calato.
14 marzo, 2009 alle 7:14 pm
La sciarpa cafona ed eccessiva era un regalo del Montezemolo grande e mai compiuta speranza terzista antiberlusconiana della sinistra perennemente in cerca d’autore
14 marzo, 2009 alle 6:27 pm
770- Edy, troppo buona! A domani
14 marzo, 2009 alle 6:17 pm
Cinzia, se ce la fai, ritroviamoci domani su questo post, che sembra poco frequentato e ci evita ingorghi di traffico!
Comunque mi hai fatto venire il dubbio sull’indirizzo di Serenella: che sia già nella mia rubrica? Non ricordo e controllerò.
Ma ora devo staccare. Non senza dirti che ho apprezzato moltissimo il tuo pezzo sul moderno Prometeo.
Se avessi il tempo, mi piacerebbe riproporti alcuni passi di Eschilo sul Prometeo incatenato (a proposito di amore per gli uomini!)
E vorrei anche dirti come un tema che affronti (sul rapporto fra uomo e tecnica) mi ricordi la filosofia del grande Emanuele Severino.
Davvero uno splendido pezzo, arricchito fra l’altro da citazioni illuminanti.
Vabbè, devo andare. Ma non finisce qui…
Torneremo a parlare di Prometeo, eroe dell’amore
14 marzo, 2009 alle 6:13 pm
Heiner grazie. Ma non so neanche io come è fatto il sito. So che l’autore degli articoli non può rispondere ai commenti. Però certo, se a loro appare l’e-mail dei commentatori, poi l’avrei anch’io. Idea geniale!
14 marzo, 2009 alle 6:05 pm
cara cinzia, e se edy ti lasciasse un commento a uno dei tuoi articoli su mauxa, riusciresti a vedere la mail? se è come un blog dovresti essere in grado; non so come è fatto quel sito
14 marzo, 2009 alle 5:53 pm
765- Serenella, mesi fa, lasciò l’indirizzo sul blog, credevo tu lo avessi. Io l’ho recuperato e le ho scritto. Lo recupero e, su autorizzazione di Serenella, nei prossimi giorni ti metto il link del commento dove c’è la sua e-mail.
14 marzo, 2009 alle 5:52 pm
Cinzia, ho trovato il tuo pezzo sul sito e adesso lo leggo!
Però dopo la lettura devo proprio andare.
Torno qui domani sperando di ritrovarti. Buona serata!!
14 marzo, 2009 alle 5:48 pm
762. Cinzia carissima, leggo solo ora il tuo commento. E’ consolante sentire che condividi.
Scambiarci gli indirizzi? Mi va benissimo, ma come si fa? Qui emerge tutta la mia ignoranza informatica. Mica mettiamo l’indirizzo sul blog??!!
Fammi sapere, in parole super-super semplici ed eseguo!! bacioni a te e a Serenella!!
14 marzo, 2009 alle 5:43 pm
761. Ti lancio la palla l’ultima volta prima di staccare.
Iu questo sistema, che sembri considerare come il migliore possibile,
l’infelicità è un fenomeno esistenziale che si manifesta fin dai primi anni di vita.
Un esempio? Le tante ragazze (e anche ragazzi), che in numero crescente cadono nell’anoressia per inseguire il falso mito di una bellezza che è tale solo un tanto a osso. Non si tratta di casi isolati, ma di una piaga sociale che si sta estendendo in modo preoccupante.
Per restare in tema, è forse interessare sapere che l’emarginazione interna alla scuola dipende spesso da diversità di look più che di razza. Zainetti o scarpe come status symbol, per intenderci senza troppi discorsi. Di esperienza in materia ne ho da vendere, vissuta come insegnante.
In tema di omologazione, aspetto fisico e abbigliamento la dicono lunga sull’appiattimento mentale a cui sono sottoposte le fasce giovanili della popolazione.
Mi fermo a questi esempi.
Che si tratti di una visione pessimista, come dici tu? Se sì, ricorda il pessimismo leopardiano, che Leopardi però ricusava, dicendo: " mi dimostrino che sbaglio e allora potranno accusarmi di pessimismo. Ma siccome non possono dimostrarlo, dovranno accettare la mia idea come realistica".
Ciò detto, buona continuazione nel migliore (per te) dei mondi possibili e se nei soldi trovi la felicità, anche l’augurio di farne tanti, meglio se non a spese di altri.
P.S. Anche ieri sul Corriere c’era un articolo di Piero Ostellino sul nostro paese. Ti consiglierei di leggerlo, ma siccome anche quello è poco allegro in relazione ai tuoi parametri di felicità, sarà meglio lasciarlo perdere.
14 marzo, 2009 alle 5:41 pm
762 x Edy 760
14 marzo, 2009 alle 5:38 pm
756-Edy, come sempre sulla stessa linea d’onda
Condivido anche il tuo commento di giorni fa, dove fai il paragone tra oggi e il Medioevo. Solo internet fa la differenza, e non è poco! A proposito, se hai l’e-mail di Serenella potremmo scambiarci gli indirizzi. Lei ha il mio.
761- Odioso, sei tu a concepire la vita come una condanna. Abbinare la felicità alla ricchezza materiale equivale a condannare all’infelicità miliardi di persone.
14 marzo, 2009 alle 4:22 pm
#760 Potenziare la rete ferroviaria e le autostrade siculo-calabre sarebbe un tantino più intelligente. Almeno intendendo questo potenziamento come conditio sine qua non per un ponte che dovrebbe garantire due cose: utilità per i fruitori e vantaggio economico (che non ci sarà, ma per questo è già previsto l’intervento dello Stato fra 30 anni, tanto per cambiare).
Potenziare il sistema viario per farne cosa? Per farne strumento di accesso ai bisogni superflui ed indotti, a tutte le vanità consumistiche inculcate nel cervello i poveri idioti che non sanno decidere? Fare delle strade per far viaggiare la gente nei luoghi di vacanza in alberghi a 5 stelle dove nel frigo-bar della camera si scolano "infelicità"? Raddoppiare corsie per far viaggiare le auto più veloci e far sentire il brivido dei 200 all’ora? O per far raggiungere il posto di lavoro più velocemente, e magari raggiungere più velocemente un luogo di lavoro che per molti è fonte di infelicità e depressione? O per far viaggiare più comodamente i tir che trasportano i beni di consumo superflui che portano l’uomo alla distruzione della sua anima? Senti…forse ti sentirai tu una vittima di un sistema così…io credo che invece il nostro sistema è un sistema in cui ciascuno, responsabilmente, può decidere tra moltissime opzioni e può decidere che vita donarsi. Non è certo come cent’anni fa che tutti dovevano vangare o chiudersi in una miniera o in una fabbrica! Ed una volta che ho guadagnato dei soldi decido io cosa farne, perchè i soldi sono lo strumento per darmi del piacere. Su questo punto divergo profondamente da ciò che tu pensi, ma che sopratutto pensi a titolo universale. Forse che gad Lerner che ha il casale, che ha la vigna, che si veste in maniera elegante, che gira l’italia da destra a sinistra per fare convegni, che scrive, che fa televisione, che va sul maciopicio, è un infelice o piuttosto una persona che ha scelto cosa fare della sua vita e come viverla? Pensi che Gad si senta pù realizzato anche umanamente così’, oppure si sarebbe sentito meglio cent’anni fa in belgio, in una miniera di carbone? Non mi piace affatto pensare che cisia una visione della vita e della realtà così angosciante ed angosciata, come se l’esistenza fosse una condanna, come se una bella casa da godere fosse una condanna (chissà di che cosa poi), come se avere la possibilità di scegliere tra decine e decine di professioni e mestieri sia sempreuna condanna. Scusami, ma una visione della vità così è arrogante, avvilente, deprimente e senza capacità di darne valore.
14 marzo, 2009 alle 3:55 pm
756 Marco. Hai ragione sulla probabilità che si tratti di una bufala giacobina. Ma resta la Storia a dimostrarne vera la sostanza.
E la sostanza purtroppo somiglia molto a quella attuale: due caste – clero e nobili (di sangue o di reddito, poco importa) – scandalosamente privilegiate rispetto al popolo, parassitarie, sorde a qualsiasi messaggio di giustizia sociale , padrone della cultura (oggi anche dell’informazione e della complementare e strategica disinformazione), indifferenti a ogni istanza costituzionale, pietrificate nel loro ruolo e nel loro potere monopolistico.
Se volessimo approfondire il discorso, le analogie fra la fine dell’ancien régime e la fine della modernità risulterebbero ancora più evidenti…
759. Odyoso. Condivido in gran parte le tue considerazioni. Infatti chi mai potrebbe negare che la cultura del benessere è un modello omologante per tutte le fasce sociali? Cultura non basata su bisogni reali, ma su quelli indotti. Cultura dell’erba voglio o del vorrei ma non posso. E’ la cultura dell’infelicità umana.
Roba da Grande Fratello orwelliano o da Matrix (il film con Keanu Reeves), che interpretava il fenomeno attraverso la formidabile metafora fantascientifica di una realtà virtuale più potente di quella autentica.
Si potrebbe scrivere per ore su questo argomento, ma soprassiedo volentieri.
Resta il fatto che certi modelli sociali e culturali sono unanimamente accettati non perché scelti liberamente dalle persone, ma perché sapientemente inculcati e coltivati nei nostri cervelli come valori positivi.
Il filtro artificiale di questa presunta positività riguarda ovviamente anche le scelte politico-economiche, su cui tanto si discute in questo blog.
A questo proposito l’idea che modelli diversi di sviluppo siano da intendersi come un ripiegamento verso il passato (economia di tipo artigianale o agricolo-pastorale, o peggio), mi sembra francamente fuori luogo.
Modelli nuovi potrebbero ispirarsi a istanze riformiste davvero autentiche, finalizzate al miglioramento strutturale dell’intero Paese. Un solo esempio, pensando al ponte di Messina: la grande opera unirà due punti morti. Sarà sottoutilizzato dal traffico pesante, che preferisce la via marittima, dai pendolari, che dovrebbero fare due giri dell’oca sulle rispettive coste per utilizzarlo, dai turisti per le stesse ragioni degli altri. Non aiuterà affatto lo sviluppo delle due regioni interessate e rivelerà nel tempo la sua vera natura di cattedrale nel deserto: l’inutilità.
Potenziare la rete ferroviaria e le autostrade siculo-calabre sarebbe un tantino più intelligente. Almeno intendendo questo potenziamento come conditio sine qua non per un ponte che dovrebbe garantire due cose: utilità per i fruitori e vantaggio economico (che non ci sarà, ma per questo è già previsto l’intervento dello Stato fra 30 anni, tanto per cambiare).
Si potrebbero fare altri esempi ovviamente, ma lasciamo aperto il discorso per un’altra occasione.
Spero sia chiara almeno una cosa: sui modi per spendere i soldi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sicuramente c’è un modo inutile, sprecone, come sempre parassitario, e c’è un modo più sensato e utile alla comunità. Vale per lo Stato, ma anche per i privati cittadini.
Questione di modelli. Tenere d’occhio Obama per intuire di quelli nuovi gli sviluppi e le potenzialità, è d’obbligo.
Ma gli Italiani fanno resistenza a istanze culturali che fanno traballare le loro certezze . Non c’è da meravigliarsi. Per eplicita estrinsecazione dei capi di maggioranza e opposizione, siamo stritolati fra catto-comunismo e clerico-fascismo: ossia fra due forze speculari che nel comune vassallaggio al Vaticano e nella comune radice totalitaria esprimono la comune idiosincrasia per modelli di vita democratica e liberale e per riforme sociali capaci di promuovere un reale progresso della Nazione.
Siamo egoisti e corporativi perché ci hanno cresciuto così fin dal tempo del biberon.
Siamo illiberali perché ci hanno insegnato che la verità (non solo quella di fede) ha una natura dogmatica.
Siamo camaleontici perché i troppi padroni della nostra Storia e della nostra vita, ci hanno costretto a imparare l’arte di arrangiarsi, soprattutto se si vuole fare carriera.
Il risultato è che l’italiano medio è gattopardesco e cinico. Si adatta alla realtà in cui vive e non sa credere a qualcosa di meglio.
Ma cambieremo anche noi, con buona pace di chi vuole impedircelo, perché in un sistema mondiale sempre più interconnesso, sempre più interdipendente, il sistema simil-feudale del privilegio opposto alla servitù sarà destinato a cadere come l’ultimo castello della fata Morgana.
14 marzo, 2009 alle 12:01 pm
#755. Mahhhh…credo che per parlare di massa di proletari e sottoproletari bisognerebbe condurre stime precise. I proletari di oggi hanno il telefonino, magari anche due, e lo ha anche il figlio, hanno la parabola e l’automobile e ci continuano a girare in automobile. Però il superfluo anche per i proletari è diventato bene di necessità. E qui allora mi viene da dire che anche l’etica del proletariato è stata corrotta, anche la loro morale non è più in condizione di distinguere: qui si arriva alla terza settimana senza mangiare, però di certi beni non se ne fa ugualmente a meno. E di casi così ce ne sono, non sono l’eccezione. Quindi anche il presunto proletariato moderno ha qualcosa da farsi perdonare e non è proprio quel proletariato immacolato, duro e puro di decenni o secoli fa: anch’esso si è messo, nella debita proporzione, al passo con i tempi. Comunque torno a ripetere: se l’invito di Gad è un invito ad un riflessione, ma una riflessione che come conseguenza porti non solo il rossella di turno a modificare il proprio stile di vita o abito, ma a prendere coscienza che intorno a lui c’è una comunità che sta chiedendo solidarietà, allora mi va bene. Ed auspico che tutti i Rossella d’italia si facciano carico di promuovere anche questa sollidarietà materiale che non si fermi all’atto formale di dismettere un vestito. Dopodichè io dico questo: una volta ci si manteneva del lavoro dei campi, di un artigianato povero e di un commercio povero. Se con l’onda demografica moderna l’uomo fosse rimasto ancorato a questi tre modi di fare mestieri, saremmo tutti in un stragrandissimo mare di miseria, di fame, di epidemie e di guerre. L’uomo, con il progresso, con il proprio intelletto, con il proprio intraprendere ha "inventato" nuovi mestieri, nuove arti, nuove professioni, nuove tecnologie, alcune più altre meno costose: Ma grazie a questo sistema ha promosso nella civiltà nuovi bisogni da soddisfare ed attraverso i nuovi bisogni da soddisfare ha creato posti di lavoro e nuovi e diversificati lavori. Sia che i bisogni fossero di natura primaria sia che i bisogni rispondessero ad un’asigenza extra-lusso. Ma tutto questo serve a far girare i soldi e redistribuirli nel circuito. Per me il lavoro è la più grande "scusa" del mondo. In nome di questa scusa le persone possono lavorare e guadagnare. Invocare la sobrietà significa portare le persone anche che hanno potenzialità e disponibilità a spendere meno: quando esse avranno speso meno stai certa che non avranno fatto un piacere nè a se stessi, nè all’economia, ne agli operai.
14 marzo, 2009 alle 7:52 am
I regali di Natale di Silvio?
14 marzo, 2009 alle 6:19 am
caro GAD anche Luca di Montezemolo non scherza con le sciarpe
13 marzo, 2009 alle 4:36 pm
propaganda Giacobina , tutti gli storici concordano nel ritenerla un bufala di propaganda .
13 marzo, 2009 alle 3:38 pm
Odyoso non-so-più-il numero-del-commento, non vorrei passare per una moralista parruccona e pure rompiscatole.
Forse non mi sono spiegata.
Per quanto mi riguarda, ognuno è padrone di abbigliarsi alla maniera che vuole e se la cosa aiuta l’economia italiana, be’, ancora meglio.
Di questi tempi però c’è chi sta davvero male. Chi seriamente, non per favola metropolitana, non ce la fa ad arrivare alla fine del mese (né alla terza settimana, se non addirittura alla seconda).
Il contrasto stridente fra queste due condizioni sembra non disturbare più di tanto chi non ha problemi economici, né – spesso – problemi etici, ma disturba invece molto chi paga senza colpa gli effetti di un capitalismo sfrenato, cinico e parassitario.
"Modus in rebus", dicevano gli antichi romani: misura nelle cose.
E’ una formula che dovrebbe essere ricordata sempre, nella sostanza delle cose e anche nella forma (es. appunto, l’ostentazione del lusso in momenti difficili), perché l’eccesso è per sua natura offensivo.
Alla vigilia della Rivoluzione francese, per indicare la scandalosa indifferenza della monarchia alle condizioni di miseria del popolo, si raccontava il famoso aneddoto su Maria Antonietta.
Al ministro che le diceva che i parigini non avevano pane, la regina rispondeva "davvero? mangino le brioches!".
Eccesso di humor? O di inconsapevolezza? O di imbecillità? Sempre eccesso era. Offensivo.
A Versailles, nell’atmosfera finto-pastorale del Petit Trianon, lei e la sua corte di nobili nullafacenti, ben pasciuti e molto ben vestiti, si illudevano che il mondo potesse continuare così all’infinito. Sappiamo come finì la storia.
Oggi, sull’onda di una globalizzazione che sta collassando, si ripete in termini planetari lo stesso fenomeno: una corte di redditieri incapaci di cogliere la realtà storica di una crisi non solo economica, ma anche e soprattutto culturale, e sul versante opposto una massa sterminata di proletari e sotto-proletari che inevitabilmente si riorganizzeranno per difendere e riaffermare i propri diritti.
C’è chi sostiene che questa crisi deve rappresentare l’occasione per liberarsi finalmente di modelli culturali sbagliati, legati ai falsi miti del successo e della crescita infinita di un’economia basata sul consumismo (roba da stress esistenziale, come sappiamo).
Riappare anche la vecchia idea di Fromm di una prevalenza della modalità dell’"essere" su quella dell"avere", che sembra ispirare anche la politica Di Obama.
Insomma il cambiamento non sembra essere un optional, ma una necessità e in questa esigenza di cambiamento anche la sensibilità umana (ammesso che esista) dovrebbe manifestarsi in forme diverse da quelle conosciute: verso un modello di AUTENTICA e non pelosa solidarietà, verso la consapevolezza che lo stramaledetto "Io", che ha rappresentato la costante della cultura occidentale, deve sapersi corredare di un altro pronome che è "loro", ossia tutti gli altri esseri umai.
E’ su questa necessità che si gioca il futuro del mondo e delle sue risorse sempre più limitate.
E’ in quest’ottica che l’ostentazione dell’Io diventa oggi, come dicevo, sempre più cafonesca e cialtronesca. Una questione di stile che però nelle sue diverse espressioni veicola anche un messaggio culturale ben chiaro di menefreghismo o di disponibilità a un cambiamento sociale imminente.
Perciò ripeto: mai come di questi tempi l’abito fa il monaco. Attenti a non far passare l’idea – magari anche infondata – che il lusso sia qualcosa di irrinunciabile come irrinunciabili erano le parrucche incipriate per i nobili del Settecento. Parrucche spazzate via, insieme alle teste di chi le portava, dalla rabbia di chi invece si trovava imposta – come irrinunciabile – la miseria.
13 marzo, 2009 alle 3:28 pm
Caro Gad, ho letto il tuo articolo su Carlo Rossella e sono perfettamente d’accordo con ciò che dici. Quella foto è disgustosa almeno quanto quella pubblicata da Dagospia in cui Lella Bertinotti bacia la mano a Paolo Mieli.
con saluti & stima FF
13 marzo, 2009 alle 12:13 pm
@ 752 Marco
L’accusa del giorno…
Un bacio e buona giornata.
13 marzo, 2009 alle 10:38 am
749
gattacomunista
12 marzo, 2009 alle 7:57 pm
747 Pure le rime ti fanno
peggio che a Giulio