Pubblico volentieri questa lettera di Mario Segni uscita sul “Corriere della Sera”, perchè a mio avviso fa giustizia di molte inesattezze sul referendum elettorale del 21 giugno prossimo. Chi ha nostalgia del sistema proporzionale e della Prima Repubblica dovrebbe dichiararlo apertamente, spiegando perchè ciò gioverebbe all’Italia.
Caro Direttore,
Oscar Luigi Scalfaro si è aggiunto a quel pezzo della sinistra che conduce una dura campagna contro il referendum, che farebbe un regalo a Berlusconi, consentendogli di prendere col 40% dei voti il 55% dei seggi in Parlamento. E il referendum sarebbe quindi un «attentato alla democrazia».
La risposta è semplice. Questo risultato può avvenire già oggi, con la legge elettorale vigente. Il referendum agisce su altri piani, ma non sul premio di maggioranza. Con le percentuali che indicano i sondaggi, il Pdl può fare già oggi, anche senza la Lega, liste da solo e prendere la maggioranza assoluta. Non ha alcun bisogno del referendum.
Ma prendere la maggioranza in Parlamento con il 40% dei voti è un «attentato alla democrazia »? Nelle democrazie anglosassoni (e non solo) questo è normale. La Thatcher e Blair hanno sempre governato con queste percentuali e nel 2005 Tony Blair ottenne, con il 35,3% dei voti, 356 deputati, contro i 260 di tutte le opposizioni. In Gran Bretagna non vi è più democrazia? Del resto fu proprio la sinistra italiana a proporre per anni «il modello Westminster». Verrebbe da dire: signori, non ve ne eravate accorti?
Ma dietro questa campagna vi è una stra¬tegia che va ben oltre il referendum. Se la motivazione di Di Pietro è chiaramente furbesca (rubare qualche voto al Pd) quella di altre personalità, da Scalfaro, a Chiti agli intellettuali di Giustizia e Libertà, è strategica: è un ripensamento sul maggioritario e sul bipolarismo, è la volontà di tornare al proporzionale e alla politica delle mani libere, ai governi fatti e disfatti in Parlamento dai partiti: in altre parole di tornare alla Prima Repubblica. E Chiti propone infatti una riforma che abolisce tout court il premio di maggioranza e torna così al sistema precedente il referendum del 93.
Alla base di questo vi è, tristemente, la ri¬nuncia a sfidare Berlusconi, a costruire una alternativa che un giorno possa batterlo, limitarsi a un istinto di sopravvivenza. Se infatti l’obiettivo fosse altro si dovrebbero aiutare tutte le riforme, come quella referendaria, che spingono alla aggregazione, che diminuiscono i pericoli di ulteriori fratture. Si dimentica che con Reagan e Thatcher i democratici e i laburisti erano in condizioni drammatiche e proprio il maggioritario ha consentito loro di costruire una alternativa vincente.
Ma vi è una conseguenza più grave che non riguarda una parte politica, ma l’Italia. Tornare ai governi deboli e alle maggioranze variabili significa abbandonare la speranza di una guida politica forte, in grado di affrontare le grandi riforme, rassegnarsi a una politica immobile che mantiene immobile il Paese, con le ingessature e gli affanni che abbiamo davanti. È la politica più immobilista e più conservatrice che esista. È legittimo perseguirla, per carità, ma non travestiamola in un eroico tentativo si sventare un attentato alla democrazia.
Mario Segni
Comitato promotore del referendum (msegni@tin.it)
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6 giugno, 2009 alle 10:52 pm
Il referendum? E’ come la legge elettorale di Mussolini
e un altro di Gallo che credo valga pure la pena leggere….
(scusate, so che questo non e
il modo migliore di commentare (i.e., con articoli), ma come ho giadetto credo valga la pena leggerli…Non sono molto lunghi).di
Domenico Gallo
Il 28 novembre, quando l’Ufficio centrale per il referendum presso la
Corte di Cassazione ha dichiarato la legittimità di tutte e tre i quesiti
del referendum elettorale, è stata accesa la miccia di un ordigno
destinato inevitabilmente a deflagrare nell’ordinamento politico italiano
nella prossima primavera, a meno che non ci sia un intervento salvifico
della Corte Costituzionale, chiamata, per legge, a pronunziarsi
sull’ammissibilità delle richieste dei referendari entro il 20 gennaio.
Dopo la manomissione dell’ordinamento costituzionale della Repubblica
operato nella passata legislatura, con la riforma Calderoli, duramente
sconfitta dal voto popolare del 25/26 giugno 2006, il referendum
"Guzzetta" rappresenta il più insidioso attacco alla democrazia
costituzionale che sia mai stato portato avanti nel tempo della
Repubblica.
Le leggi elettorali, infatti, anche se non sono di rango costituzionale,
concorrono a determinare la "costituzione materiale", delineando la
fisionomia del sistema politico, sia per quanto riguarda l’esercizio
concreto della rappresentanza, sia per quanto riguarda la forma di
governo.
Non v’è dubbio che l’originario assetto della democrazia costituzionale,
come concepito nella Costituzione del 47, sia stato profondamente
sfigurato dalla riforma della legge elettorale in senso maggioritario,
introdotta a seguito dello sciagurato referendum Segni del 18 aprile 1993,
a cui la Corte costituzionale si arrese con una infelice decisione (n.
32/1993).
Dopo che il nostro paese ha sperimentato per tre legislature un sistema
elettorale prevalentemente maggioritario (c.d. Mattarellum), anche le
persone più semplici che nel 1993 approvarono il referendum sull’onda dei
miti e delle suggestioni diffuse, a piene mani, dai mass media, si sono
rese conto che questo sistema, che ha introdotto una sorta di "bipolarismo
coatto", producendo una artefatta rarefazione della rappresentanza
sociale, non ha certo diminuito il numero dei partiti, né il potere delle
loro burocrazie, né la loro litigiosità, né ha avvicinato i cittadini ai
loro rappresentanti. Anzi ha favorito la torsione oligarchica del sistema
politico, favorendo il congedo delle classi popolari dalla politica.
Con l’approvazione, nella passata legislatura di una nuova legge
elettorale apparentemente proporzionale (la legge n. 270 del 2005), con
premio di maggioranza, il c.d. "porcellum", è stato portato a compimento
il processo di involuzione oligarchica dell’ordinamento politico, avviato
con il maggioritario, espropriando gli elettori della benché minima
possibilità di concorrere a determinare la composizione della
rappresentanza politica in Parlamento.
Infatti nella ultima consultazione elettorale, gli elettori hanno perso
ogni residua possibilità di correggere od interloquire con le scelte
operate dagli apparati di partito. Con il paradosso che tutti i
"rappresentanti" del popolo sono stati nominati dai dirigenti dei partiti
ovvero dal padrone del partito-azienda. Agli elettori, attraverso la
differenziazione del voto fra liste concorrenti, è stato attribuito
soltanto un potere di arbitrato fra i vari capi politici in ordine al
numero di rappresentanti di cui ciascuno poteva disporre.
In questo modo il principio costituzionale della rappresentanza,
attraverso la quale i cittadini concorrono a determinare la politica
nazionale, ha subito il massimo svuotamento possibile, aggravando ancor di
più la crisi costituzionale italiana, il cui cuore è costituito dal
distacco dei cittadini dalla politica del Palazzo, espropriata da un ceto
politico che viene qualunquisticamente percepito come una "casta".
In questa situazione così compromessa, è mai possibile che il referendum
Guzzetta possa fare ulteriori danni? Purtroppo è così.
Questo referendum, utilizzando la tecnica manipolativa (di dubbia
ammissibilità costituzionale) già adoperata dai precedenti referendum
Segni, non si limita ad abrogare qualche parte della legge Calderoli, ma
delinea un nuovo sistema elettorale, che si differenzia da quello attuale
su una questione fondamentale. Esso prevede che il premio di maggioranza,
tanto alla Camera quanto al Senato, non sia attribuito alla coalizione che
raccoglie il maggior numero di voti, bensì alla singola lista che raccolga
anche un voto in più rispetto ad ogni altra lista.
E’ bene rilevare che un sistema elettorale del genere non esiste in alcun
ordinamento di democrazia occidentale, ma non è inusitato nel nostro
paese. Esso assomiglia, infatti, come si possono assomigliare due gocce
d’acqua, al sistema elettorale introdotto con la Legge 18 novembre 1923,
n. 2444, più nota come legge "Acerbo", dal nome del Vice Presidente del
Consiglio del primo Governo Mussolini. La legge Acerbo era una legge
elettorale proporzionale che prevedeva l’assegnazione di un forte premio
di maggioranza alla lista che avesse ottenuto il maggior numero di voti su
base nazionale, rispetto ad ogni altra lista.
Le uniche differenze sono date dal fatto che la legge "Acerbo" prevedeva
un premio di maggioranza schiacciante (75%), mentre la legge "Guzzetta"
prevede un premio di maggioranza più contenuto (54%). Prevedeva, inoltre
una soglia minima (il 25%) dei voti validi e lasciava agli elettori la
possibilità di esprimere un voto di preferenza, garanzie che non esistono
nella legge "Guzzetta".
La legge Acerbo è stato lo snodo tecnico, preliminare ma indispensabile,
per l’instaurazione della dittatura fascista. Con essa, infatti, Mussolini
ottenne due risultati importanti, aggredì il pluralismo politico, facendo
scomparire nel listone presentato alle elezioni del 5 aprile 1924, ogni
altra identità o formazione politica che potesse fargli concorrenza, e
rese irrilevante la presenza in Parlamento dei suoi oppositori,
introducendo una sorta di dittatura della maggioranza. Il passo successivo
per la trasformazione in regime avvenne con le leggi speciali del 1925,
che non ci sarebbero potute essere se la Camera dei deputati avesse avuto
una composizione rispettosa del pluralismo politico. La legge "Guzzetta"
otterrebbe lo stesso effetto di quasi cancellare il pluralismo politico e
di consentire al Capo del partito beneficiato dal premio di maggioranza,
che molto probabilmente sarebbe Berlusconi, di poter controllare il
Parlamento e quindi di esercitare il potere di Governo, senza subire
condizionamenti da parte né di alleati, né di avversari. Insomma
l’obiettivo già perseguito con la riforma costituzionale del Polo di
instaurare un "premierato forte", con un solo uomo al comando, verrebbe
raggiunto, non attraverso la strada diretta della demolizione della
Costituzione repubblicana, praticata con insuccesso nella passata
legislatura, ma attraverso il metodo indiretto utilizzato, con successo,
dal cav. Benito Mussolini.
Alla luce di queste considerazioni è evidente che il referendum elettorale
è una vera e propria mina che potrebbe far saltare il banco della
democrazia.
A questo punto rimane una sola domanda: riuscirà la Corte Costituzionale a
spegnere la miccia del referendum, oppure le chiavi della salvezza della
Repubblica saranno di nuovo consegnate nelle mani del popolo, ultimo
baluardo quando tutte le altre garanzie sono cadute?
Domenico Gallo – Magistrato presso il Tribunale di Roma, è stato senatore
della Repubblica nella XII legislatura svolgendo le funzioni di segretario
della Commissione Difesa. Aderisce attivamente a Magistratura democratica
ed all’Associazione europea dei magistrati (MEDEL).
Autore e curatore di numerose pubblicazioni su temi attinenti a questioni
di carattere internazionale ed in materia di diritti dell’uomo. Collabora
con varie riviste giuridiche e quotidiani nazionali.
6 giugno, 2009 alle 10:48 pm
Sono in disaccordo totale con questa post.
Di seguito un articolo di Sartori che certo non e` uomo di sinistra ed esplecitamente per un sistema bipartitico che io personalmente considero un modello altamente problematico – e la crisi politica che sta attraversando la Gran Bretagna in questi giorni, un paese emblema del bipartitismo, con la mancanza di alterantive credibili mette in evidenza tutti i suoi limiti… – ma che Sartori difende se non altro con argomentazioni vere anche se criticabili.
Gli esiti nocivi del referendum
Tra poco saremo chiamati a votare parecchio. Ma il voto che sin d’ora
accende gli animi e fa più discutere è sul referendum Guzzetta-Segni in
calendario per il 21 giugno: un referendum che modifica il sistema
elettorale in vigore, il giustamente malfamato Porcellum. Per l’esattezza
i quesiti referendari sono due. Il secondo propone di vietare le
candidature multiple, e questa proposta è sacrosanta. Però il quesito
importante è il primo, che mantiene il premio di maggioranza ma lo
attribuisce soltanto alla lista vincente e non più alla coalizione
vincente. Di questa proposta 1) si deve dire bene, 2) si può aggiungere
che è inutile, ma 3) si deve anche dire che è pessima.
Bene perché il Porcellum esibiva un controsenso, il controsenso di
predisporre uno sbarramento (alla Camera il 4% per un partito, il 10 per
una coalizione) e di consentire al tempo stesso coalizioni che lo
avrebbero scavalcato. Per esempio, cinque «nanetti» del 2% cadauno si
potevano alleare e così beffare la barriera.
Il che non toglie, però, che il divieto di coalizioni previsto dal
referendum fosse inutile. Inutile perché la legge parla di «liste» e non
di partiti, e quindi quel divieto sarebbe stato aggirato dall’invenzione,
per le elezioni, di due «listoni » acchiappatutti al coperto dei quali
restavano e sarebbero riemersi i partiti di prima. Insomma, fatta la
legge, trovato l’inganno. Inganno lucidamente previsto da Franceschini,
allora presidente dei deputati Ds, che a quel tempo era evidentemente
ancora lucido. Pessima. Pessima perché si tratta davvero di un premio di
maggioranza truffaldino e distorcente. Il professor Guzzetta lo poteva
tranquillamente cancellare. Non lo ha fatto. Peccato.
Un premio di maggioranza non è truffaldino (come non lo fu all’inizio
degli anni Cinquanta) quando rinforza una vera maggioranza, e cioè
quando richiede, per scattare, che la coalizione vincente arrivi almeno
al 50% del voto. Invece il premio previsto dal referendum scatta in ogni
caso, e così trasforma in maggioranza la maggiore minoranza. Anche se, per
esempio, il Pdl ottenesse alle prossime elezioni soltanto il 30% dei
voti, otterrebbe lo stesso alla Camera il 55% dei seggi. Già lo scrivevo
in data 1 novembre 2006: il rischio più grave è che «un partito di
maggioranza relativa possa vincere il premio senza aggregarsi con
nessuno e così conseguire una maggioranza assoluta tutto da solo: il che
prefigura, in ipotesi, un inedito strapotere di Berlusconi». Purtroppo
l’ipotesi di allora è la certezza di oggi.
Che fare? Si avverta: il sistema elettorale, in Italia, è stabilito con
legge ordinaria a maggioranza semplice. Pertanto non è espressione di
una volontà popolare ma di una normale volontà parlamentare. Ma se
sottoposto a referendum, allora ottiene un rinforzo di legittimità. Nel
caso in esame, se vinceranno i No (il rifiuto delle modifiche
referendarie) allora si potrà dire che il popolo italiano vuole il
Porcellum così come è. Se invece vincessero i Sì, allora si dirà che la
sovranità popolare vuole una maggioranza ope legis.
E in entrambi i casi ci dovremo tenere questa manipolazione truffaldina
a lungo.
Allora, che fare? Personalmente io non voterò. Non per indifferenza o
pigrizia, ma perché rifiuto di conferire legittimità a due soluzioni che
sono entrambe nocive. Non sarà, questa, una soluzione brillante. Ma è
forse il male minore.
Giovanni Sartori