ROMA – Il rapporto tra deficit e pil al 9,3%, registrato nel primo trimestre 2009 risulta essere il dato più negativo almeno dal 1999, anno in cui è cominciata la serie statistica dell’Istat. Nel primo trimestre 2008 il rapporto era stato del 5,7%.
Secondo l’Istat, nei primi tre mesi dell’anno, l’indebitamento delle amministrazioni pubbliche ha raggiunto 34 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2008 aveva invece raggiunto i 21,8 miliardi di euro.
Entrate e uscite. Nel primo trimestre 2009 le uscite totali sono aumentate in termini tendenziali del 4,6%. Il loro valore in rapporto al pil è stato pari al 49,2% (era al 45,6% nel corrispondente trimestre del 2008).Per quanto riguarda le uscite sono aumentate in termini tendenziali del 4,6%. Il loro valore in rapporto al pil è stato pari al 49,2% (era al 45,6% nel corrispondente trimestre del 2008).
Saldo primario. L’indebitamento al netto degli interessi passivi è risultato negativo e pari a 16,865 miliardi di euro (era -3,133 miliardi nello stesso periodo dell’anno scorso), con un’incidenza negativa sul pil del 4,6% (era -0,8% nei primi tre mesi del 2008). Il saldo corrente (ovvero il risparmio) è stato negativo e pari a 21,977 miliardi, contro il valore negativo di 11,257 miliardi dello stesso periodo del 2008, con un’incidenza negativa sul pil del 6% (era -3% nei primi tre mesi del 2008.
Fin qui, nuda e cruda, la comunicazione dell’Istituto nazionale di statistica, tra gli organismi indipendenti cui il governo volentieri chiuderebbe la bocca. C’è solo da aggiungere che il provvedimento più incisivo con cui si vuole recuperare liquidità è un nuovo scudo fiscale finalizzato a far rientrare i capitali italiani depositati all’estero con un nuovo condono a vantaggio dei più ricchi e sleali. E naturalmente i commercialisti diffondono la speranza che, per un malinteso senso di equità, la baldoria possa venire estesa in sequenza anche agli evasori meno attrezzati che non hanno espatriato i soldi.





8 luglio, 2009 alle 11:30 am
I LIMITI DEL G8 SECONDO PRODI
http://www.romanoprodi.it/wordpress/articoli/italia/il-risveglio-della-cina-e-luscita-dalla-crisi_903.html
Considero quindi una assoluta bizzarrìa della storia che la Cina e gli altri grandi nuovi protagonisti della politica mondiale come l’India e il Brasile non si seggano attorno al tavolo dei G8 ma siano relegati, con complicate finzioni diplomatiche, a mangiare in cucina. Le finzioni possono mascherare la realtà per un periodo di tempo brevissimo. Il periodo per adattare il G8 alla realtà della storia è già passato da un pezzo.
7 luglio, 2009 alle 12:38 am
Dei del Cielo,liberateci da questo Ottimista Jettatore Mandrillon-Caimano!Amen.
6 luglio, 2009 alle 1:51 am
solo il Giornale non vede crisi.
L’Italia è ferma da troppo tempo. E’ su piedi d’argilla. Ha bisogno di grandi investimenti per risolvere i suoi endemici problemi, soprattutto infrastrutturali, amministrativi e di sicuerezza.
Come dice Poldisinistra solo i comunisti cinesi possono darci una mano con i loro soldi. Ma almeno ci liberino di Bossi! Presidente Hu, che ora è in Italia, ci ascolti.
http://italian.cri.cn/241/2009/07/05/126s122807.htm
http://italian.cri.cn/241/2009/07/04/125s122803.htm
5 luglio, 2009 alle 5:08 pm
Sapete cosa vi dico? Che mentre leggo il rendiconto del commercialista Lerner, io francamente sto benissimo: nessuna preoccupazione, nessun velo di tristezza, benessere psico-fisico alle stelle, salute a palla…guardate, per me se il debito va al 41% del pil credo proprio che in fondo in fondo continuerò a stare benissimo. Non so perchè, e se la questione vada portata davanti ad una commissione medico-scientifica, ma il pil sulla mia salute e sulla mia felicità non hanno proprio alcuna incidenza.
5 luglio, 2009 alle 1:01 pm
Sto veramente bene….io farei firma ogni giorno della mia vita per stare come sto oggi ed avere un debito del 9,3%. Sono veramente soddisfatto…
5 luglio, 2009 alle 9:43 am
269 Julio vedrei bene in era globalizzata dei commenti di Gad sulle situazioni di paesi come India, non dico cina per la quale abbiamo già degli ottimi finanziatori in blog.
5 luglio, 2009 alle 7:34 am
oltretutto è stucchevole l’abitudine della inistra di usar il vaticano o cercare di zittirlo prlndo di intreferenze a seconda delle convenieneze .
Una delle numerose spie dell’inconsitenza e dello sbndamento della sinistra
5 luglio, 2009 alle 3:19 am
"Levate la pubblicità alla Chiesa Cattolica!" Pronuncerà queste parole Silvio Berlusconi dopo la lettera che ha ricevuto dal Papa, secondo la quale la crisi esiste eccome, e l’Italia e gli altri paesi ricchi debbono aumentare gli aiuti ai paesi poveri?
Da il "Corriere" di oggi:
http://www.corriere.it/politica/09_luglio_04/papa_lettera_berlusconi_8ce34920-6892-11de-86b2-00144f02aabc.shtml
5 luglio, 2009 alle 2:15 am
Per 288, dal nick sempre più colorito:
Gli effetti di iniziative come la Tavola della Pace non sono misurabili con il centimetro. La diffusione di una cultura della pace, in un mondo in cui la guerra ancora la fa da padrone, è già qualcosa. Oggi ci sembra superata l’abitudine di dirimere le differenze tra i privati con i duelli, ed è anche superata in tanti paesi del mondo la pena di morte. Pensare ai modi per eliminare o almeno diminuire le guerre o ridurre le sofferenze che queste causano nelle popolazioni civili, non è tempo perso; lottare per l’utopia di un mondo senza guerre, nemmeno.
Che cosa hanno ottenuto tante persone che hanno lottato per tante altre cose impensabili da raggiungere all’epoca in cui lottavano, come ad esempio l’abolizione della schiavitù o delle differenze tra i bianchi e i neri? Spesso il carcere, la tortura e la morte. È da poco che gli Stati Uniti hanno eletto un presidente nero.
Quindi, le cose possono cambiare. L’essere umano è dotato da un’aggressività insopprimibile ma che certamente si può e si deve orientare verso attività pacifiche; la guerra è stata centrale da sempre nella storia ma si può e si deve andare oltre.
Per quanto riguarda il teatro, è vero che le opere di Shakespeare o di Sofocle si possono allestire con pochi soldi; ricordo una storia che racontava Borges: una volta ha visto una rappresentazione ora non so se di "Otello" o di "Macbeth" a Buenos Aires, in una cattiva traduzione e con degli attori scarsi ma è comunque uscito dal teatro "sconvolto di passione tragica" (queste erano le sue parole). Shakespeare aveva superato ogni ostacolo. Quindi, sì, è possibile rappresentare tanti autori con pochi soldi, ma non ti ingannare: il teatro richiede degli autori, registi, attori, scenografi, ecc., con una buona formazione, e quindi buone scuole; richiede anche un pubblico educato e appassionato, dei bravi critici, e quindi un’offerta di spettacoli ricca e costante nelle città dalla quale tutti possano essere stimolati. Tutto ciò deve essere finanziato, e con le sole entrate dai biglietti non ce la si fa. Penso che il buon teatro oltre ad essere appassionante abbia una grande rilevanza per la società, ma se per te la sciatteria, la volgarità e la limitatezza delle persone che hai attorno non sono un problema, capisco la tua comprensione verso i tagli ai finanziamenti.
5 luglio, 2009 alle 1:06 am
l’immagine internazionale del Papi nazionale…
http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-11/ras-4/ras-4.html
4 luglio, 2009 alle 11:50 pm
X julio-282- Se mi spieghi a cosa serve oltre che a sperperare soldi pubblici e che risultati positivi hanno portato finora i, cosidetti,tavoli della pace.
Shakespeare si puo allestire anche in un dopolavoro ferroviario, per Sofocle basta anche di meno, quando c’è una crisi globale come quell’attuale si deve stringere la cingia un po tutti non credi?
Per esempio so che Muti, in certi posti, ha dovuto rinunciare a metà del suo cachet, e in altre opere sono state fortemente ridimensionate le faraoniche e costosissime scenografie senza peraltro far perdere alle opere stesse il loro valore.
Per quanto rigurdo Paolo Rossi( Il giostraio) l’ho
sempre considerato un comico bravo ma non un bravo comico
4 luglio, 2009 alle 11:45 pm
Dal "Times", a proposito del terzo mondo e l’Italia:
http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-11/ras-4/ras-4.html
Questa notizia mi dispiace, non credo che l’Italia sarà esclusa dal G8 e ad ogni modo non ho particolari simpatie per questa piattaforma (il G20 -o G22 o 23, 24…- ha già un senso maggiore, e i limiti del G8 si vedono negli inviti rivolti ad altri paesi a partecipare in alcuni lavori anche di questa riunione). Il punto non è di orgoglio nazionale ma di progetto serio per lottare contro la povertà, che in Italia a quanto pare ha bisogno di una forte spinta, e ciò senza nascondere le carenze degli altri paesi, Spagna compresa. Auguriamoci che le cose cambino quanto prima.
4 luglio, 2009 alle 10:18 pm
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se si calcola quanto è stato donato dai paesi arabi e occidentali ai palestinesi ogni famiglia dovrebbe possedere una villa con piscina .
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…e non solo.
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4 luglio, 2009 alle 10:15 pm
…e non solo.
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4 luglio, 2009 alle 8:43 pm
solo distribuendo alla popolazione i proventi di estrazione materie prime gli africani potrebbero essere tutti ricchi .
se si calcola quanto è stato donato dai paesi arabi e occidentali ai palestinesi ogni famiglia dovrebbe possedere una villa con piscina .
I soldi sono finiti in armi corruzione conti svizzeri , alcuni tornati indietro ai supposti donatori .
Se non si tiene conto di questo ogmni dizcosrso sul terzo mondo o sui paòlestinesi è inutile .
4 luglio, 2009 alle 7:15 pm
Per Ernesto che ce frega 277-288, è vero che nell’articolo che avevo citato de "Il Manifesto" si parla della Tavola della Pace. Trovi che le loro attività siano disprezzabili? Io no.
Mi fa piacere che tu desideri solo la morte del teatro di Paolo Rossi e non quella della sua persona fisica. Comunque non credo che il tipo di teatro che fa Rossi sia in pericolo senza gli aiuti pubblici. È un teatro più costoso da produrre e più arduo da seguire quello che rischia la scomparsa: dalle messinscene di Sofocle a quelle di Shakespeare, da quelle di Cechov a quelle di Pirandello, se si vuole fare qualcosa di meglio di una recita scolastica. Ma il cognome che ti sei scelto denota bene il tuo pensiero: che ce frega? Occorre qualcosa di meglio di Maria di Filippi per vivere bene, sani e contenti?
4 luglio, 2009 alle 6:55 pm
Caro Marco-280, continuo a pensare che la soluzione che proponi sia al momento inattuabile. L’ONU non ha i poteri che occorrono per formare quei protettorati, e anche se li avesse la tua proposta ha un sapore troppo simile a quello del colonialismo, anche se è benintezionata. Non sono un esperto nell’argomento e ammetto con umiltà di non avere delle proposte magiche da fare. Segnalo solamente delle mancanze gravi nella lotta alla povertà che forse possono lasciare il tempo che trovano (ne sono consapevole), e combatto un approccio disincantato, sdrammatizzatore o cinico al problema. Mi auguro innanzitutto che diventi una priorità nell’agenda politica di tutti i governi, e che quindi vengano dedicate risorse di ogni genere alla sua soluzione, dagli sforzi dei più brillanti esperti in economia, politica internazionale, politica militare e via discorrendo, a soldi, macchinari e quant’altro.
L’articolo di Melania Perciballi postato da "Italiano", che si può leggere su "L’occidentale", sembra ispirato a una "realpolitik" che farebbe cadere ogni possibilità di combinazione seria di progresso politico, crescita economica e distribuzione equa delle risorse per l’Africa: eterno teatro di contese tra le potenze per le sue materie prime, ora la Cina vorrebbe prendersi la parte del leone mentre l’Occidente fa la verginella con i suoi condizionamenti politici agli aiuti economici. Ammesso che i dati che offre siano corretti (non ho adesso il tempo di contrastarli), uno scenario così, perfettamente possibile, non è quello che vorrei. Non credo, come ho detto, a una soluzione facile né globale, che nessuno possiede, ma credo che non dobbiamo rinunciare a un mondo migliore. Ad esempio, un’azione politica estera coordinata dei paesi europei potrebbe fare moltissimo. Questo finora è uno dei nei dell’UE. Dotare l’ONU di maggiori poteri in questo campo sarebbe anche passo decisivo. Sviluppare i centri di studio su questi argomenti e crearne altri, sviluppare le corti di giustizia internazionali, sviluppare il controllo della natalità e le condizioni igieniche e sanitarie, favorire i contatti tra le università di tutto il mondo, improntare la politica delle multinazionali al rispetto dei diritti umani e di un progetto democratico nei paesi dove operano, diffondere sistemi di colture sostenibili, fare una politica industriale al servizio dei bisogni delle persone senza che la produzione in se stessa di qualsiasi cosa diventi un fetticcio, fare una nuova politica energetica che tenga davvero conto della fine dell’epoca del petrolio, fare un’informazione continua e rigorosa, sarebbero dei passi notevolissimi. Se vuoi la mia opinione, sono pessimista sulla possibilità di riuscirci, e tuttavia i successi parziali che si possono ottenere mi animano a non buttare la spugna.
4 luglio, 2009 alle 5:08 pm
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“GLI AFRICANI ACCUSANO LA CINA E INVOCANO IL RITORNO DEI VECCHI COLONIZZATORI EUROPEI”
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Gli africani iniziano a capire che la Cina non è un modello da seguire. Continua la penetrazione economica della Cina in Africa. Dopo i prestiti e gli accordi commerciali con Angola, Guinea Bissau, Zambia, Etiopia, Eritrea e Congo, la Cina ha ora concesso un prestito di quasi 1 miliardo di dollari allo Zimbabwe.
Un tempo paese leader nel settore agricolo nel Continente africano, lo Zimbabwe si trova in un periodo di iper-recessione, e ha raggiunto, nell’ultimo anno, un tasso di inflazione record a sei zeri. Alla grave crisi economica che ha colpito il paese, si aggiunge una situazione politica incerta: dallo scorso febbraio, il potere è condiviso dal premier Morgan Tsvangirai, presidente del Movimento per il Cambiamento democratico e dal dittatore Robert Mugabe, ora presidente della Repubblica. Una soluzione di compromesso seguita ad elezioni dal risultato incerto.
Nei giorni scorsi, la necessita di liquidità per rimettere in moto l’economia e rimodernare le infrastrutture del paese ha spinto Tsvangirai a fare un viaggio in Europa e negli Stati Uniti alla ricerca di prestiti. Il viaggio gli è fruttato un finanziamento di 500 milioni di dollari, tra prestiti americani ed europei, condizionato al progresso del paese verso la democrazia. In una conferenza stampa al suo ritorno, il premier ha annunciato ai zimbawesi che per ottenere l’erogazione di ulteriori prestiti il Paese dovrà procedere alle riforme necessarie.
Ma durante l’assenza del premier il ministro delle Finanze Tendai Biti ha ricevuto un’offerta ancora più allettante proveniente dalla Cina: un finanziamento di 950 milioni di dollari, quasi il doppio di quanto offerto da americani ed europei messi insieme, e senza clausole democratiche da rispettare.
La generosità dei cinesi non deve sorprendere. Il finanziamento accordato al paese africano porterà indubbiamente dei vantaggi alle loro imprese. Gli appalti per la costruzione di infrastrutture finanziate con i prestiti cinesi ai paesi africani sono quasi sempre vinti da aziende della Repubblica popolare, che molto spesso portano manodopera non specializzata dalla Cina.
Il finanziamento allo Zimbabwe è solo l’ultimo di una lunga serie di aiuti cinesi elargiti al continente africano, anche in paesi governati da dittatori con cui americani e europei non sono disposti a trattare.
Gli Stati europei considerano pericoloso investire in questi paesi, a causa dell’instabilità politica e delle frequenti guerre.
La Cina, al contrario, vi ha trovato un’importante serbatoio di materie prime e manodopera a basso costo necessario a sostenere il suo sviluppo, nonché un mercato di sbocco per le sue merci.
Iniziata negli anni Novanta, la stagione del commercio cino-africano ha conosciuto una crescita straordinaria, di circa il 700 per cento. La Cina è diventato il terzo principale socio commerciale del continente, dopo Stati Uniti e Francia. I paesi africani coprono attualmente il 30 per cento delle importazioni cinesi di petrolio.
Tra loro, il maggiore esportatore è il Sudan, la cui produzione petrolifera è assorbito per il 65 per cento dalla Cina. Ma sulla lista della spesa cinese non c’è solo il petrolio: manganese da Gabon, Sudafrica e Ghana, rame dallo Zambia, ferro dal Sudafrica, cotone da Burkina Faso e Mali e cobalto da Repubblica democratica del Congo, Repubblica del Congo e Sudafrica.
Mentre altri stati si limitano ad acquistare le materie prime in Africa, la Cina si impegna nella costruzione di infrastrutture (ponti, impianti di raffineria, strade, linee elettriche e ferrovie), apportando know how e tecnologie. Così facendo, incidentalmente, porta anche sviluppo agli stati africani. L’investimento in infrastrutture è uno dei presupposti allo sviluppo dell’economia di un Paese ed è un settore in cui gli stati europei o americani investono raramente, almeno in Africa. Ciò spiega il successo delle iniziative cinesi nel continente.
I leader africani apprezzano l’aiuto cinese perché è veloce, efficiente, e non condizionato dal rispetto di clausole democratiche. I governanti africani sono trattati con molto rispetto da Pechino, e invitati regolarmente nella capitale. I leader cinesi parlano loro da pari a pari, facendo leva sui sentimenti di opposizione al capitalismo e presentando la Cina come un modello da seguire per uscire dal sottosviluppo e dall’assoggettamento occidentale.
In Europa, il tema della "invasione cinese" in Africa viene evocato più per la paura di perdere materie prime nella concorrenza con Pechino, che per un reale interesse verso lo sviluppo africano. La crescita dei commerci sino-africani è avvenuta in un momento di vuoto geopolitico, quando all’inizio degli anni Novanta gli europei hanno iniziato gradualmente ad abbandonare il continente nero, sottovalutando l’importanza del mercato africano.
Ora che la Cina ha riempito il vuoto, gli stati europei si rendono conto dell’importanza dell’area. Si moltiplicano le conferenze sull’argomento e le critiche rivolte alla Cina, ma mancano gli strumenti adatti per intervenire incisivamente sulla situazione. E molti politici europei iniziano a pensare che la politica degli investimenti in infrastrutture e il rispetto dei governi africani forse è una strada da seguire, anteponendo gli affari e il realismo politico al rispetto dei diritti umani e dei valori democratici.
Forse però si dovrebbe guardare agli africani stessi che si stanno rapidamente accorgendo delle falle nascoste dietro l’allettante sistema cinese.
Sono sempre più numerose le voci che si levano contro la politica di Pechino nel continente, soprattutto per ciò che concerne la sicurezza sul lavoro. Nei cantieri gestiti dai cinesi, dove non esiste il rispetto delle norme e dove gli incidenti sono all’ordine del giorno, sono sempre più frequenti le manifestazioni dei lavoratori contro le imprese cinesi.
In Zambia sono sempre più numerosi i lavoratori che chiedono ai cinesi di andarsene.
Anche alcuni leader africani, quelli del Sudafrica in testa, hanno manifestato il loro allarme per la colonizzazione in atto:
accusano la Cina di non preoccuparsi dello sviluppo locale e invocano il ritorno dei vecchi colonizzatori europei.
L’opinione pubblica africana sta gradualmente abbandonando la chimera della Cina come modello da seguire.
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(M. Perciballi)
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4 luglio, 2009 alle 4:33 pm
Julio con i soldi che vuole Stein si sfamano un sacco di africani .
Non hai risposto al mio concetto e hai divagato ( peraltro hai toni cortesi che ti ricambio con piacere )
Il giochino dei soldi spesi in milioni di attività piuttosto che per gli affamati si ritorce contro chi lo fa che inevtabiemnet se vive nelal società appoggia o è complice di spese altrettanto opinabili e non dirette agli affamati .
Per quanto riguarda Africa e Onu per me semplicemenente , visto che L’Africa è ricca di materie prime tante da sfamare ed addiruttura rendere ricchi gli abitanti , l?Onu che tanto ciancia etanto è complice in corruzioni e dittatura si prenbda la responsabilità di organizzare protettorati che formino costituzioen e devolvano le risorse l popolo con scadenze decennali e controllo intrnazionale .
Sarebbe finito il problema della fame e dell’emigrazione
4 luglio, 2009 alle 4:28 pm
Non ho mai vissuto così bene e non sono mai stato tanto in salute in vita mia cosiccome questo periodo in cui il debito è al 9,3%. Lunga vita al debito!
4 luglio, 2009 alle 4:24 pm
Julio.
Qui hai citato il tavolo della pace
era il tuo post-266-
….denuncia Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. "400 milioni di euro contro i miseri 321,8 milioni stanziati…..
4 luglio, 2009 alle 4:18 pm
X Julio 275-
Lo so, siete molti abili a girare la frittata, dal mio post si capisce benissimo che non ho scritto(e non intendevo) che morisse Paolo Rossi,( non fare il furbo) bensì il suo tipo di "teatro" che altro non è che un continuo vomitare sul Berlusca.
Per quanto riguarda il sucitato Paolo Rossi medesimo l’ho sempre considerato un giostraio, furbo si, ma sempre giostraio è.
Quindi questo Stein ha pure una tenuta?(quindi un poveraccio) guarda guarda, avrei dovuto sospettarlo che era un grande artista,d’altronde far durare un Faust 22 ore non è impresa per tutti.(Chissà che palle!)
P.S. una volta,durante una serata di liscio con la mia orchestrina, abbiamo fatto durare Romagna mia ben 4 giorni 8 ore 22 minuti e 6 secondi!
se non fosse che è mancata la corrente……………..
Wake up!( Svegliati!)
4 luglio, 2009 alle 3:43 pm
Ernesto che ce frega scrive al 272 e al 273:
"X Julio
Tavolo della pace AH,AH,AH, ma va là, non Facciamo ridere i polli.
Tanto non ridono più!
Se il "teatro" e quello fatto da Paolo Rossi è meglio che muoia centomila volte!
P.S copia e incolla di meno e pensa di più."
Ernesto, ridi di meno e pensa di più (tra l’altro Peter Stein non è Paolo Rossi, e quest’ultimo sarebbe il primo a riconoscerlo). Ad ogni modo la tua battuta su Rossi, che è un comico bravo ("è meglio che muoia centomila volte!"), mi ricorda uno spettacolo di uno dei più grandi uomini di teatro del ‘900: Tadeusz Kantor, che non so se ti dica qualcosa. Lo spettacolo, del 1985, era "Crepino gli artisti". Naturalmente il senso di questo titolo e di tutto lo spettacolo era diametralmente opposto al senso del tuo intervento.
Io non avevo parlato, del resto, di Tavolo della pace, ma poiché proponi questo termine, direi che sia quelle giusto: parlavo di giustizia, di distribuzione equa delle risorse, di lottà alla povertà, senza le quali evidentemente non ci sarà pace. Grazie del suggerimento.
4 luglio, 2009 alle 3:29 pm
Sono andato sul sito di "Medici senza frontiere", e all’indirizzo che vi copio sotto ho trovato questa informazione, complementare alle altre che ho proposto. Mancano, sia in questa, sia in quelle di "Avvenire", delle analisi economiche dettagliate, così come delle proposte di politica economica con cifre alla mano. Cose come queste: quanto denaro occorre per debellare la povertà e la fame nell’arco di venti anni?; quali istituzioni occorrono per assicurare che le risorse saranno impiegate bene?; quale deve essere il ruolo dei paesi ricchi e quale quello degli organismi internazionali?; fino a quale limite potrebbero impegnare le proprie risorse i paesi ricchi con il consenso dei loro popoli?; quali sarebbero i vantaggi che riporterebbero i paesi ricchi (ad esempio in termini di immigrazione, commercio e sicurezza)? Eccetera.
Penso che varrebbe la pena rispondere a queste domande, se non altro perché appare evidente il fallimento delle politiche finora attuate per combattere la fame e la povertà nel mondo. Il prossimo G8, per la cui organizzazione gli sprechi sono sotto gli occhi di tutti, aiuterà a cambiarle in meglio?
http://www.crisidimenticate.it/rapporti/rapporto_2008/malnutrizione_infantile
Milioni di bambini malnutriti non vengono curati malgrado le nuove terapie nutrizionali salvavita
Le sommosse per il cibo che si sono verificate all’inizio del 2008 in varie parti del mondo – da Haiti al Bangladesh alla Costa d’Avorio – hanno riportato all’attenzione del grande pubblico l’impatto dell’aumento dei prezzi alimentari. Meno visibile, sebbene più letale e pervasivo, è stato invece l’aumento della malnutrizione infantile. Mentre combattere la fame dipende dall’accesso al cibo in quantità sufficiente, vincere la malnutrizione significa anche garantire alimenti adeguati sul piano nutrizionale. Per i bambini malnutriti, alimenti ricchi di nutrienti, vitamine e minerali sono essenziali per la sopravvivenza e lo sviluppo.
Le cifre sono sconvolgenti. Le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) parlano di 178 milioni di bambini affetti da malnutrizione in tutto il mondo. In totale la malnutrizione causa dai 3.5 ai 5 milioni di decessi tra i bambini al di sotto dei cinque anni. Secondo l’UNICEF, la situazione sta di fatto peggiorando in 16 paesi particolarmente colpiti dalla malnutrizione. Nei cosiddetti "punti caldi" della malnutrizione, Corno d’Africa, Sahel e Asia meridionale, molte famiglie non possono permettersi alimenti nutrienti, in particolare alimenti di origine animale come il latte, la carne e le uova, necessari ai bambini per crescere sani. Al contrario, questi bambini lottano per la sopravvivenza, lontani dai riflettori puntati su emergenze umanitarie più rilevanti, cibandosi di pappe di cereali a base di mais o di riso, che equivalgono a pane e acqua.
Per le decine di milioni di bambini malnutriti, i programmi internazionali di aiuti alimentari e nutrizionali non hanno fatto abbastanza. Questo fallimento è dovuto al fatto che i programmi di aiuti sono sviluppati su alimenti inadeguati sotto il profilo nutrizionale per riabilitare i bambini malnutriti. Gli alimenti principali – miscele di farine arricchite di mais o di grano più soya – non soddisfano i requisiti nutrizionali minimi dei bambini più vulnerabili, tra i 6 e i 24 mesi. MSF si sta adoperando affinché governi e agenzie internazionali inseriscano negli aiuti alimentari dei prodotti che soddisfino maggiormente i bisogni delle persone che intendono aiutare, fornendo alimenti adeguati alle esigenze dei bambini, di alto valore nutrizionale come gli alimenti terapeutici pronti all’uso.
Oggi 20 milioni di bambini sono affetti dalla forma più grave di malnutrizione acuta e ogni anno circa 5 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono per le complicazioni legate alla malnutrizione. Eppure poco più del 7% di questi bambini gravemente malnutriti riceve il trattamento a base di alimenti terapeutici raccomandato dall’ONU.
Negli ultimi anni, i progressi fatti nelle terapie nutrizionali per le forme più gravi di malnutrizione hanno consentito a MSF e ad altre agenzie umanitarie di dimostrare con successo che i bambini affetti da malnutrizione grave possono guarire rapidamente grazie all’assunzione di un breve ciclo di alimenti terapeutici pronti all’uso, somministrabili anche a casa.
Negli ultimi due anni Medici Senza Frontiere ha curato oltre 300.000 bambini malnutriti in 22 paesi.
4 luglio, 2009 alle 3:22 pm
X Julio
Tavolo della pace AH,AH,AH, ma va là, non Facciamo ridere i polli.
Tanto non ridono più!
Se il "teatro" e quello fatto da Paolo Rossi è meglio che muoia centomila volte!
P.S copia e incolla di meno e pensa di più.
4 luglio, 2009 alle 3:19 pm
X Julio
Tavolo della pace AH,AH,AH, ma va là, non Facciamo ridere i polli.
Tanto non ridono più!
Se il "teatro" e quello fatto da Paolo Rossi è meglio che muoia centomila volte!
4 luglio, 2009 alle 2:52 pm
E per ultimo, vi copio un pezzo sull’Africa pubblicato sull’edizione odierna di "Avvenire". Sono noti i gravi disturbi psicologici degli abitanti di questa esotica meta per le vacanze. Mi viene in mente un’idea per migliorare l’istruzione nel continente: distribuire milioni di copie del breve racconto di Kafka "Un artista della fame". Così, anche se crepano, gli africani potranno sentirsi qualcuno; che meraviglia! Un popolo di artisti della fame!
AFRICA
«Scambi più liberi e infrastrutture»
Paolo M. Alfieri
Migliorare l’accesso al credito, resistere alla tentazione di erigere barriere ai commerci, incentivare le infrastrutture, investire su sanità ed istruzione, rafforzare le istituzioni di governo. Sono queste le principali raccomandazioni di Banca mondiale, Forum economico mondiale e Banca per lo sviluppo africano, contenute nell’ultimo rapporto sulla competitività del continente nero. Lo studio mette a nudo le debolezze africane anche alla luce delle nuove minacce portate dalla crisi economica, e suggerisce, al contempo, i necessari correttivi.
La ricetta per migliorare la competitività dell’economia africana a livello globale, secondo il rapporto, è costituita da due obiettivi a breve termine e tre a lungo termine. Occorre, innanzitutto, creare sistemi finanziari più efficienti e inclusivi, con un aumento dell’accesso al credito, oltre a mantenere i mercati il più possibile aperti. Secondo gli esperti, infatti, la crisi globale ha rafforzato negli ultimi tempi i sostenitori delle teorie del protezionismo. Se queste ultime venissero applicate, ad esempio con l’adozione di forti barriere doganali, gli spazi per gli scambi si restringerebbero, la domanda si ridurrebbe ulteriormente e la crescita diventerebbe ancora più compressa.
L’inversione di tendenza nel campo dello sviluppo africano, però, non potrà avvenire senza investimenti nelle infrastrutture. I problemi nei settori dell’energia e dei trasporti sono, ad esempio, tra i principali nodi che bloccano crescita e competitività. Migliorare le infrastrutture non solo contribuirebbero alla crescita, ma farebbe anche da stimolo fiscale in un momento critico come quello attuale.
Il potenziale produttivo dell’Africa, poi, è gravemente limitato dalle carenze negli ambiti dell’istruzione (si pensi alla mancanza di forza lavoro qualificata) e della sanità, probabilmente i settori nei quali va posta più urgentemente l’attenzione dei governi. Proprio ai governi, peraltro, è rivolta l’ultima raccomandazione del rapporto. Senza ambienti istituzionali trasparenti e forti, infatti, difficilmente l’Africa potrà sperare in un futuro più sereno. Prova ne è il fatto che proprio nei Paesi in cui prevale una buona governance (tra gli altri Sudafrica, Botswana, Marocco e Ghana) si sono riscontrati negli ultimi anni i maggiori miglioramenti anche sul fronte dello sviluppo economico.
4 luglio, 2009 alle 2:43 pm
Preso ancora da "Avvenire", che d’altra parte tanto ha sostenuto il governo Berlusconi (ahimé), un pezzo sull’America Latina. Ma anche là, perché non consumano?; perché non giocano in borsa?:
AMERICA LATINA
Il boom è già finito: giù export e rimesse
Michela Coricelli
Indici e percentuali non sono infallibili: i panieri fissati dai diversi Paesi a volte non sono del tutto aggiornati e il costo della vita continua ad aumentare. Al di là delle teorie, quel che conta sono i cartellini esposti sui banchi dei mercati popolari: i prezzi del riso, del mais o dei fagioli possono cambiare (e in peggio) la vita di milioni di famiglie. Gli standard generali dicono che in America Latina oltre 181 milioni di persone vivono in una situazione di povertà. Di questi, 70 milioni – ovvero il 13% del totale – tentano di sopravvivere in una fascia asfissiante, che gli esperti definiscono «estrema povertà». L’America Latina ha fatto importanti passi in avanti negli ultimi anni: dal 2000 al 2007 il tasso di povertà è diminuito del 9%. Ma i risultati positivi alimentati da un periodo di crescita, stabilità e investimenti, vacillano a causa della crisi internazionale: il rischio è tornare indietro.
La regione affronta la sua prima recessione in sette anni e le immediate conseguenze sono l’aumento della disoccupazione (nel 2009 tre milioni di senza lavoro in più) e la miseria: altri 8 milioni di persone finiranno in povertà. Pochi Paesi riusciranno ad evitare pesanti ricadute: il Perù (sulla scia del boom degli ultimi anni) potrebbe essere un’eccezione, ma le classi più povere del Paese andino denunciano gravissimi squilibri nella distribuzione del reddito.
Non soffriranno sono le fasce più deboli: la classe media latinoamericana sarà fortemente colpita dalla crisi, anche a causa del crollo delle esportazioni. L’America latina continua a vendere all’estero soprattutto materie prime, petrolio, prodotti minerari o agricoli, e i prezzi risentono della situazione mondiale. Insieme all’export, la crisi comporta la diminuzione degli investimenti diretti da parte dei Paesi più ricchi, impegnati in una drastica riduzione dei costi. Non ultimo, c’è il problema delle rimesse degli emigrati, vitali soprattutto in Messico e in Centroamerica: nel 2009 potrebbero calare fra il 4% e il 10%.
4 luglio, 2009 alle 2:40 pm
Sempre a conferma della motivazione psicologica della crisi e dell’assurdità di allarmarsi per la povertà, ecco un altro pezzo preso da "Avvenire" sull’Asia:
ASIA
Divario in aumento tra ricchi e indigenti
Stefano Vecchia
Asia che cresce, si arresta, forse arretra. Ma che continua a mantenere il triste primato dei due terzi dei poveri del pianeta. Difficoltà comuni alle altre aree del globo, ma con un vantaggio che deriva dalla tumultuosa rincorsa alla ricchezza e al benessere che ha preceduto le ultime fasi della crisi in atto. Rivisti i conti, le prospettive di sviluppo dell’economia indiana per l’anno in corso segnano ancora un più 7 per cento. Un record a livello mondiale. In positivo, ma questo non basta a far ignorare le gravi difficoltà che ancora una volta si scaricano sui settori più deboli della popolazione indiana e asiatica in generale. Di 1,2 miliardi di abitanti del continente che vivono con difficoltà crescenti la congiuntura attuale, i veri poveri – quelli a cui sono negati, insieme ad una alimentazione sufficiente, anche cure mediche, iscrizioni scolastiche, opportunità speranza e dignità – sono passati in meno di due anni da 300 a 400 milioni. Con una crescita maggiore proprio nel subcontinente indiano, con una preponderanza per quanto riguarda Bangladesh, Nepal e Pakistan.
Ancora una volta la fame torna a riaffacciarsi sul continente che vede i maggiori esportatori mondiali di alcune derrate alimentari (Thailandia e Vietnam, ma anche la stessa India e il Myanmar per annate particolarmente favorevoli, il preziosissimo riso, ad esempio) e ne è insieme massiccio importatore (i Paesi più sviluppati e diversi tra quelli più poveri, tra cui Bangladesh, Filippine, Corea del Nord).
Tra le ragioni non c’è tanto la disponibilità reale di molti beni di prima necessità, quanto il loro costo crescente. La speculazione che ha portato, ad esempio, il riso – alimento principe del continente – a triplicare il suo prezzo circa un anno fa, ha ora ridimensionato la sua morsa, tuttavia il prezioso chicco resta oggetto di attenzione e di tensioni al rialzo, a maggior ragione in vista di una annata che non dovrebbe presentarsi particolarmente favorevole. La dipendenza dall’export ha reso particolarmente fragili molte economie locali e la mancanza di ammortizzatori sociali in quasi tutti i Paesi in via di sviluppo della regione ha ulteriormente allargato la disoccupazione e la sotto-occupazione, accelerando il trend di un crescente divario tra ricchi e poveri.
4 luglio, 2009 alle 2:37 pm
267-Caro Marco, ma non dicevi tu qualche giorno fa che favorire il progresso in Africa e in altre regioni povere del mondo (parlo di progresso, non di sviluppo amorfo) sarebbe stato facile sotto l’egida dell’ONU?
So che mi accuserai di cattocomunista (non sono né cattolico né comunista ma nella critica della cultura politica che fate al PdL non è d’obbligo il rigore) ma dopo l’articolo de "Il Manifesto" adesso vi copio qualche pezzo preso da "Avvenire". Inizio con un lamento di Stein sull’abbandono in cui versa il teatro in Italia (non solo di pane vive l’uomo):
4 Luglio 2009
IL REGISTA PETER STEIN
«Il teatro è pubblico Senza fondi morirà»
«Senza finanziamenti pubblici il teatro muore». Peter Stein non ha dubbi. Le sue parole, in giorni in cui i tagli al Fus sollevano da più parti proteste infuocate, sono sassate: «Ma in Italia quali sono le logiche degli investimenti? I teatri sono nelle mani degli amministratori, persone lontanissime dalle problematiche artistische. Il teatro è un affare pubblico. E fin dalle sue origini ad Atene, dove addirittura veniva versato un obolo per permettere ai cittadini delle classi disagiate di assistere alle rappresentazioni».
E prosegue: «Ci può essere la partecipazione ma non l’esclusiva dei privati. Altrimenti resisterebbe soltanto un teatro per modo di dire, fatto da star della tv. O da qualche bellezza che dopo essere stata presentatrice, come accade qui in Italia, si cimenta con Cechov». Il grande regista tedesco (ma che vive da anni nel nostro Paese e ha sposato l’attrice Maddalena Crippa) era a Milano ieri per presentare I demoni, la pièce-monstre di 11 ore e con 26 attori tratta di suo pugno dal romanzo di Dostoevskij. Lo spettacolo, programmato la scorsa stagione dallo Stabile di Torino, aveva subito una storia travagliata a causa della crescita dei costi conseguenti alla durata (in origine prevista di sei ore) e dei tagli ai fondi destinati al teatro.
Saltata la produzione torinese, Stein lo ha messo in scena il maggio scorso nella sua tenuta di San Pancrazio in Umbria, pagando in gran parte di tasca propria, con unanimi consensi di critica. Lo recupera il milanese Teatro Filodrammatici trasformandolo, per il maggio prossimo, nel fiore all’occhiello della sua quarantesima stagione (dedicata alla Fondazione Exodus di don Mazzi) che va dal teatro canzone di Gaber con la Crippa al Fabbricone testoriano fino a Paolo Rossi. Sperando nell’arrivo dei fondi del Fus («al momento non sappiamo non solo l’ammontare della cifra ma neppure se arriveranno» ha detto la direzione) e contando nella coproduzione di teatri italiani e stranieri («per questo spettacolo abbiamo ricevuto già molti contatti»).
«È impossibile condensare I demoni in 3 o 4 ore» spiega Stein, non nuovo a messe in scena fiume (il suo Faust durava 22 ore). «Qualcuno sosteneva che 11 ore sono troppe, che il pubblico si sarebbe spaventato. È vero esattamente il contrario. Il pubblico è affascinato dalla durata. Si immerge nel mondo dell’autore, lo spettacolo diventa un’esperienza di vita». Nessuna scenografia, sul palco pochi mobili, quelli di casa: «È uno spettacolo in cui gli attori si riappropriano della scena. Direi pura ‘recitazione’, ma il termine italiano è fuorviante perché implica uno stile di pronuncia della parola forzato. Preferisco il tedesco spiel , gioco». Dostoevskij descrive un mondo che ha perso la fede nella religione diventando vittima dell’ideologia. I demoni del titolo sono le malattie, le deformazioni, le follie di una generazione votata al nichilismo.
«Dostoevskij, profetico e attualissimo, racconta le radici delle ideologie che hanno sconvolto il ventesimo secolo. La sua è una descrizione visionaria delle conseguenze del pensare moderno, materialista, razionale. Oggi noi viviamo sulle macerie di quelle ideologie, ma le polveri permeano ancora l’aria che respiriamo». I personaggi finiscono tutti in omicidi, suicidi o pazzie. «Il genio dello scrittore ha congelato la condizione di questa umanità nella straordinaria figura di Stavrogin, che incarna l’indifferenza. Quel che resta, alla fine di tutto, è il vuoto».
Come reagisce l’uomo Stein? «Non sono religioso ma credo profondamente nella forza creativa dell’uomo. L’arte è sempre stata connessa con il sacro. Si tratta di un legame che si è spezzato e che va recuperato attraverso il dialogo».
Alessandro Beltrami
4 luglio, 2009 alle 1:26 pm
266
il trucchetto di prendere cifre e far immaginare un loro uso altrenativo per operecpietose si può ribaltare a go go .
Il congresso del aprtito democratico costerà moltissimo , soldi da dare ai poveri
Le pubblicazioni i dipendenti l’organizzazione deklle marce Assisi Perugia cosatano molto ( le amrce sull’Iran nn quelle non si fanno .) , meglio devolvere a chi ha fame .
La inaugurazione delal presidenza Obama , il Quirinale che ci costa 200 milioni annui ………
Un giochetto infantile ipocrita qualunquistico povero di idee e di spirito
4 luglio, 2009 alle 2:23 am
Oddio, ho sbagliato al 265! Cerchiamo di interpretare questo dato senza faziosità: "Il G8 costa più dell’intero bilancio che l’Italia dedica alla lotta contro la povertà" – denuncia Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. "400 milioni di euro contro i miseri 321,8 milioni stanziati quest’anno dal governo italiano per lottare contro la morte per fame e la miseria nel mondo".
Non solo la crisi è virtuale; lo è anche la povertà! O potremmo mai pensare che se ci fosse un vero problema di povertà nel mondo, il governo italiano, con a capo l’uomo più buono che si possa immaginare, non investirebbe migliaia di milioni di euro per combatterla?
Disfattisti, cattivi, comunisti, scavafango, qui avete le prove: non c’è vera crisi, non c’è vera povertà, c’è solo odio sociale e politico nei confronti di Berlusconi, che si è guadagnato i suoi quattrini con il sudore della propria fronte.
4 luglio, 2009 alle 2:11 am
Viste le spese per il G8 la crisi è del tutto virtuale, o forse sono state virtuali queste spese? Da "Il Manifesto" riporto una notizia:
Andrea Pira*
Ma quanto ci costa il G8 "azzurro"?
A colloquio con la stampa estera il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, l’ha definito un "G8 low cost". Sobrio e "solidale", perché il vertice degli otto grandi, che si terrà all’Aquila dall’8 al 10 luglio, sarà un’occasione per "rilanciare un territorio, fare stare i grandi vicino alla tragedia della gente comune". Tutto il contrario rispetto allo sfarzo e al lusso della Maddalena, sede originaria del G8, prima che il terremoto del 6 aprile in Abruzzo spingesse il governo a spostare il vertice all’Aquila. Ma, spulciando tra le cifre, i costi complessivi per organizzare l’evento appaiono eccessivi. "Il G8 costa più dell’intero bilancio che l’Italia dedica alla lotta contro la povertà" – denuncia Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. "400 milioni di euro contro i miseri 321,8 milioni stanziati quest’anno dal governo italiano per lottare contro la morte per fame e la miseria nel mondo". Lotti analizza i numeri e precisa: "Abbiamo calcolato la spesa al minimo, non abbiamo voluto sparare cifre esorbitanti". I costi totali, presi in considerazione dalla Tavola della pace, comprendono sia le spese per l’adeguamento delle strutture alla Maddalena, sia i lavori svolti all’Aquila. Si parla di 209 milioni di euro per le opere di bonifica e adeguamento dell’Arsenale, la struttura della Marina militare che avrebbe dovuto ospitare il vertice, 50 milioni di euro spesi finora in Abruzzo, 35 milioni stanziati dal ministero degli esteri per le attività preparatorie del vertice e circa 85-90 milioni di euro spesi per la sicurezza dell’evento. Il sindacato di polizia parla di 87 milioni di euro contro i 113 previsti per La Maddalena. Non vengono prese in considerazione, anche perché sconosciute, le spese per l’organizzazione dei vertici tematici che si sono svolti in varie città italiane: dal G8 sull’ambiente di Siracusa all’incontro dei ministri degli esteri a Trieste. Il tutto per un totale di 379 milioni di euro. Ma le cifre variano e sembra non esserci un bilancio preciso e dettagliato. Dalla Protezione civile dicono che a far fede sono i numeri presentati da Bertolaso in occasione della conferenza stampa con i corrispondenti esteri del 23 giugno scorso. In quell’occasione il capo della Protezione civile confermava i 50 milioni di euro spesi per l’Abruzzo a fronte dei 320 utilizzati in Sardegna. E le stesse cifre appaiono sul sito ufficiale del vertice, alla voce “Tabelle spese opere G8 La Maddalena”. La spesa prevista era di 377 milioni di euro, ai quali vanno però sottratti 50 milioni, una riduzione, si legge nel documento, calcolata sulle indicazioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici "anche a seguito del trasferimento del G8 all’Aquila". Un trasferimento motivato con il risparmio di 220 milioni di euro da destinare alla ricostruzione delle zone terremotate. Ma si è trattato di vero risparmio? A dicembre 2008 tutti gli organi di stampa, dal Corriere della Sera al Giornale della famiglia Berlusconi, riportavano la notizia: «Per la realizzazione del G8 a presidenza italiana, che si terrà in Sardegna sull’isola della Maddalena a inizio luglio 2009, verranno spesi 400 milioni di euro». Una cifra che aveva fatto gridare allo scandalo qualcuno, constatando che la cifra era tre volte le spese sostenute per organizzare il vertice di Genova nel 2001. Per ora, a conti fatti, per il G8 erano stati previsti 400 milioni di euro e 400 milioni di euro sono stati spesi.
Alla confusione sull’ammontare delle cifre si aggiunge la confusione sulla provenienza dei soldi. Sempre Flavio Lotti sottolinea che per organizzare il vertice in Sardegna sono stati stanziati fondi Fas, ovvero di sviluppo alle aree del Mezzogiorno, che sarebbero dovuti servire, ad esempio, all’allargamento della strada Olbia–Sassari, ma che sono stati in gran parte usati per i lavori all’Arsenale. Una struttura che in futuro dovrebbe ospitare "altri eventi internazionali", dei quali ben otto entro la fine del 2009. Altra ipotesi, potrebbe diventare un centro commerciale. Inoltre si chiede Lotti, perché l’evento è gestito dalla Protezione civile, i cui compiti dovrebbero essere altri? I bilanci fanno parte di quelli della Protezione civile o si parla di contabilità separata? E soprattutto chi pagherà il conto?
*Lettera 22
3 luglio, 2009 alle 5:59 pm
#261. Se il paese è drammaticamente ridimensionato, pensa quanto drammaticamente ridimensionato si trovi ad essere uno come d’alema che io al pari di Gad considero una "parte lesa"
3 luglio, 2009 alle 5:57 pm
Caro Gad, nemmeno il Giornale ha taciuto la relazione dell’istat. Ed io ho massimo rispetto per te che sei una parte lesa. Ma se è vero che l’indebitamento è aumentato, è vero che la crisi ha prodotto i suoi effetti e che lo stato ha cercato di mantenere i propri impegni. Ma visto che la spesa sale non si potrebbe pensare di tagliare i rami secchi?
3 luglio, 2009 alle 5:54 pm
259 Anch’io ci sto, e la mia parte sicula diventa velocemente padana alla faccia….
3 luglio, 2009 alle 2:59 pm
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/07/g8-berlusconi-screditato.shtml?uuid=c261cbb8-67ce-11de-bb24-784de86f3209&DocRulesView=Libero
D’Alema sulla seconda pagina di oggi di ‘Le
Monde’: ”Uno, come cittadino, si sente umiliato perche’ la
percezione e’ quella di un Paese drammaticamente ridimensionato nella sua capacita’ di avere un ruolo a livello internazionale”.
3 luglio, 2009 alle 2:29 pm
Per 251
E’ tempo della Rivoluzione proletaria.
http://www.youtube.com/watch?v=GYWKDmwa3Ks&feature=channel_page
3 luglio, 2009 alle 10:40 am
254-In Brasile, se in un posto il bilancio è in passivo, quel posto si alza le sue belle tasse o si arrangia, il bilancio statale non deve nemmeno venirlo a sapere. Facciamo così: prendiamo il lato A ed il lato B. Regolarizziamo tutti ma che nessuno venga a chiedere soldi ai vicini, ogni regione si arrangia come nel socialistissimo Brasile. IO CI STO. BRASILE SI.
3 luglio, 2009 alle 9:22 am
Berlusconi rilascia interviste a riviste di gossip in cui parla della sua vita privata, e Fede le legge nel suo tg con commozione…parla dei figli, dei nipoti, di quanto è buono e affettuoso…
ma allora si può parlare della vita privata di B.?
Ah, ora ho capito, BENE se ne può parlare, MALE no. Ora mi è tutto chiaro… scemo io che non ci ero arrivato.
3 luglio, 2009 alle 8:02 am
c/i la voce.info
Il Punto
Che cosa c’è dietro le strane dimissioni del presidente della Consob, Lamberto Cardia, mai rese note ma respinte dal Governo? Un regalo agli editori di giornali, ripristinando gli annunci societari a pagamento sui quotidiani. Chissà in cambio di cosa in un momento così difficile per la carta stampata. C’è, ancora più grave, un attacco alle autorità indipendenti. Anche l’Istat, attaccato da Tremonti, subisce un tentativo di delegittimazione. Secondo il ministro dell’Economia le rilevazioni statistiche sulla disoccupazione sarebbero superficiali e inattendibili. In realtà l’Istituto utilizza lo stesso metodo adottato nei 27 paesi dell’Unione Europea e in tutti le nazioni sviluppate. Con una irresponsabile boutade, dunque, si cerca di nascondere la crisi e l’inerzia del Governo. Il decretino anticrisi introduce incentivi agli investimenti (non agli utili reinvestiti!) a favore soprattutto dell’industria meccanica. Tanto rumore per il solito piccolo intervento selettivo.
La Lega Nord che miete successi elettorali e i progetti di un partito del Sud sono le avvisaglie di una tendenza al cambiamento delle caratteristiche della rappresentanza democratica. Diminuisce il peso politico dei gruppi d’interesse caratterizzati socialmente e aumenta quello delle aggregazioni su basi territoriali.
Genera costi pesanti il nepotismo nella Pubblica amministrazione. Eppure rimane una malattia cronica del nostro paese. Dimostriamo, conti alla mano, che con il padre nella PA si hanno molte più probabilità di essere assunto rispetto agli altri
3 luglio, 2009 alle 8:01 am
Il governo di Lula in realtà non è socialista ma è espressione di un centrosinistra molto largo che va dai marxisti perfino a politici un tempo di destra, oggi moderati, oltre ovviamente ai cattolici.
3 luglio, 2009 alle 7:55 am
Secondo me il candidato premier del centrosinistra sarà un Casini un Montezemolo o un Draghi, che voteremo straturandoci il naso pur di mandare a casa il folle piduista viagrato di Arcore.
3 luglio, 2009 alle 1:31 am
DAL BRASILE UNA VERA ALTERNATIVA SOCIALISTA, ALTRO CHE I TIMIDI RIFORMISMI EUROPEI! e poi è pazzesco la diversità di approcci di Lula rispetto al governicchio italiano.
Brasile: Lula firma legge per regolarizzare clandestini
Mentre in Italia viene introdotto il reato di "immigrazione clandestina", in Brasile il presidente Lula firma una legge che consente agli immigrati clandestini di ottenere la cittadinanza. La legge aiutera’ da 50mila a 200mila persone, per lo piu’ peruviani, paraguayani, boliviani e cinesi. Il presidente brasiliano ha detto che questo provvedimento e’ un esempio per i Paesi che compiono rimpatri di massa o adottano politiche di immigrazione ingiuste.
3 luglio, 2009 alle 1:01 am
stasera ho avuto la disavventura di ascoltare un paio di telegiornali e sono abbastanza stomacato. massì, metto questo.
3 luglio, 2009 alle 12:45 am
In merito all’articolo posso solo dire che sento dagli esponenti di sinistra che il Governo ha fallito (?) nelle sue politiche di contrasto alla crisi perche’ non ha messo abbastanza risorse.
Con le cifre di cui sopra se avesse messo piu’ risorse come chiedevano i sinistri che deficit avremmo avuto ????
3 luglio, 2009 alle 12:06 am
Scamardella dare dei fascisti ai cinesi mi sembra azzardato…
Prodi si è stufato e anche a ragione, dopo il servizietto che gli ha fatto Veltroni…quindi non si ripresenterà, pur avendo vinto ben due volte sul "mitico" Berlusconi.
Adesso è tempo però di una nuova Unione di centro-sinistra delle opposizioni. Con questi fallimenti del governo, malgrado la propaganda a reti unificate, un’impresa è possibile.