Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
  • Utente: Password: Password dimenticata? | Registrati
    Utente: E-mail: Riceverai la password via email. Entra | Password dimenticata?
    Utente: E-mail: Controlla la tua casella email. Entra | Registrati
  • 12 mar - 10:24: Il Tar ci ha dato ragione. Revocato il bavaglio. Lunedì L'Infedele può parlare di politica ...

    Lascia un commento 341 commenti

    “Il Secolo d’Italia” e le mie cittadinanze

    venerdì, 20 novembre 2009

    Scintille

    “Il Secolo d’Italia” e le mie cittadinanze

    Questa recensione di Luciano Lanna a “Scintille” è uscita sulla prima pagina de “Il Secolo d’Italia” il 17 novembre scorso.
    Quanti pensieri può ispirare il gioco dei passaporti, intorno a una tavola imbandita di mezzeh libanesi, gli antipasti più buoni del mondo, e
    di pesce fresco». Soprattutto a chi, come Gad Lerner, ancora a vent’anni, nel lontano 1974, era uno spaesato giovanotto del tutto «privo di cittadinanza». E che solo recentemente è tornato nella sua Beirut – la città dove è nato il 7 dicembre 1954 – per recuperare anche una copia del suo certificato di nascita: «Fu un vera noia – ammette adesso – non poterne disporre ogni volta che mi toccava rinnovare il permesso di soggiorno e nei vari tentativi respinti di ottenere la cittadinanza italiana, giunta solo nel 1986, dopo trent’anni che vivevo ininterrottamente in Italia, e solo grazie al mio primo matrimonio». È un passaggio che Lerner vuole spiegare a chi non ne è consapevole: «L’ho avuto tardi, il prezioso lasciapassare dell’Unione Europea, dopo aver sopportato per trent’anni gli odiosi impedimenti burocratici dell’espatrio cui venivo assoggettato in quanto apolide, così come capita ai titolari di nazionalità considerate scadenti».
    Questo e molto altro il celebre giornalista ce lo racconta in una sua autobiografia davvero ben scritta e che si legge come fosse una saga familiare d’invenzione letteraria: “Scintille. Una storia di anime vagabonde” (Feltrinelli, pp. 222, € 15,00). Un libro che integra e completa il discorso già avviato con i precedenti “Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità”
    (Feltrinelli) e “Martiri e assassini” (scritto insieme a Franco Cardini per Rizzoli). In questo nuovo libro, in cui Lerner si definisce «levantino d’Europa», approfondisce la stessa tematica attraverso un suo viaggio, reale e immaginario nel contempo, alla ricerca delle proprie radici familiari. Ne scaturisce un grande omaggio al paesaggio antropologico e mosaico culturale euro- mediterraneo, che si delinea tra i Carpazi e Beirut, Smirne e il Piemonte, Gerusalemme e Parigi, Leopoli e Milano, il Tigullio e Aleppo. Su tutto vale una conversazione riportata alla luce della visita di Gad nella sua città natale. «Cosa ci fa lei a Beirut?».
    «Sono un ebreo nato qui, grazie al mio nuovo passaporto italiano ieri ho potuto visitare la mia vecchia casa». Risponde l’interlocutore:
    «Che bella coincidenza, io sono un palestinese, fuggito in Libano da bambino, quando la mia casa è caduta in mano agli israeliani». In fondo quello che lui chiama il “gioco dei passaporti” si aggroviglia proprio lì, «lungo la linea di confine – scrive – tra il mio Libano e la mia Israele, dove la <
    mia Italia è stata chiamata a interporsi come
    cuscinetto a tutela di una pace precaria. E dove mia madre Tali scendeva in spiaggia a raccogliere conchiglie mentre mio nonno Joseph Taragan mostrava i documenti ai funzionari britannici e francesi dopo la caduta dell’impero ottomano».
    Il riferimento alla memoria familiare è centrale in tutta la ricostruzione perché è un po’ la chiave del complesso viaggio che spiega lo stesso titolo del libro. “Gilgul” significa infatti, nella Qabbalah, il frenetico movimento delle anime erranti che ci girano intorno quando il distacco dal corpo è figlio di circostanze ingiuste e dolorose, “scintille” d’anime prodotte dalla loro frantumazione. “Ai padri perdòno” si intitolava qualche anno fa un bel saggio di Geminello Alvi che rilanciava la necessità di una riconciliazione civile e spirituale con i nostri genitori. Un’analoga preoccupazione ispira anche le intriganti pagine di Lerner, felicemente intrecciate tra biografia, memoria e reportage.
    «Non siamo tributari al padre e alla madre – si legge nella premessa – di una nozione retorica d’onore e di gloria, come la tradizione potrebbe indurre a equivocare. Siamo invece tenuti a dare ai genitori il loro giusto peso, la dovuta importanza. Non trattare con leggerezza tuo padre e tua madre, se vuoi prolungare una vita degna e consapevole. Sforzati di comprenderli anche in ciò che non ti hanno trasmesso. Solo così ti rappacificherai».
    E in effetti Gad non è mai andato d’accordo con suo padre Moshé, non gli sono mai andati giù quei suoi improperi aspirati in arabo, quel suo eloquio maldestro tipico delle persone cresciute senza una vera lingua madre. «Ricordo – annota Lerner – una sorta di pantomima quando nel 1969 appesi in camera il poster di Che Guevara e lui si prese la briga di affiancarmelo con un ritratto di Moshé Dayan, oltretutto decisamente meno estetico con quella benda sull’occhio sinistro. Mio padre rideva di me...». Del resto Moshé Lerner è, ancora oggi a ottantatré anni, un apolide, un fuggiasco, un uomo che forse non ha mai trovato una sua naziona adottiva, che nel 1956 ricorse anche a un passaporto panamense: «Le foto giovanili lo ritraggono come un bell’uomo dagli occhi grigi e la carnagione olivastra vestito alla moda occidentale sotto il sole di Beirut. Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobaticamente nella più totale inconsapevolezza». Un’infanzia e una giovinezza accanto a ucraini e polacchi, maroniti e armeni, greco- ortodossi e musulmani, i suoi ebrei e i siriani.
    Visto che tutto ciò a Gad è stato in qualche modo precluso, visto anche che la confidenza con i genitori s’è ridotta col passare degli anni a mero ricordo dell’infanzia, è nato quindi in lui l’impulso a viaggiare, a visitare i luoghi della complessa memoria familiare, «frugando – come spiega – in un mosaico di felicità perdute». Da cui numerosi e disordinati viaggi fra Libano, Israele, Ucraina, Polonia, Lituania, Algeria... E i luoghi ancestrali della sua famiglia, plasmati dalle nazionalità mescolate e intrecciate dell’impero ottomano e dell’impero asburgico gli appaiono come lo specchio nel quale riflettere anche la propria vita: «Lungi dall’essere periferie marginali, le regioni orientali, di cui il Novecento ha sconvolto equilibri consolidati da secoli, esprimono un dilemma cruciale del mondo contemporaneo». È passato un secolo, commenta Lerner, ma sui territori della Mezzaluna non è stata trovata un’alternativa efficace al dosaggio fra etnie, nazionalità e confessioni religiose che i sultani turchi avevano codificato nella loro sintesi a mosaico. Così come non hanno ancora trovato pace tanti territori su cui regnava per secoli la nera aquila bicipite degli Asburgo e dove era normale, un tempo, «che la processione in onore di sua maestà l’imperatore fosse guidata a braccetto dal pope, dal rabbino e dal parroco». Guardando contemporaneamente alla Galizia di suo padre e al Libano di sua madre e risalendo dal Mediterraneo ai Balcani, dal Caucaso sino alle Repubbliche baltiche, l’autore di <+corsivo>Scintille<+tondo> è costretto a rilevare come oggi si sia tornati di nuovo a fare i conti con alfabeti che, di guerra in guerra, si sovrappongono nei cartelli stradali e nell’insegnamento scolastico: con popolazioni che si odiano parlando lingue quasi identiche, e dappertutto gli stessi bambini emaciati indossano le stesse divise calcistiche, sotto antenne paraboliche che pubblicizzano lo stesso lusso remoto. Oltre il Novecento, sconfitto il razzismo antisemita hitleriano, fallita la repressione sovietica delle nazionalità, caduta l’utopia del panarabismo laico degli anni Sessanta, le regioni in cui hanno vissuto i Lerner sono ancora alla ricerca di una composizione armonica: «Senza che gli imperi di Istanbul e di Vienna, distrutti dalla Prima guerra mondiale, abbiano trovato degni sostituti nella mediazione fra universalità dei diritti di cittadinanza e specificità delle etnie».
    Il portato delle ideologie nazionaliste che hanno devastato quegli assetti secolari di convivenza plurale è stato la tragedia del ’900:
    «Fa male riconoscerlo, perché a quella forma di patriottismo si erano aggrappate moltitudini di persone, ma i nazionalismi che ho incontrato nel mio viaggio sono ormai tutti decrepiti, sionismo compreso.
    Inadeguati alla pluralità naturale dell’umana convivenza, dopo che si è constatata l’impossibilità di far combaciare a forza gli Stati con le nazioni. Fallita è l’illusione di plasmare dall’alto, sul territorio, un popolo omogeneo che gli corrisponda».
    Sarebbe stata concepibile, si chiede Lerner, una Istanbul solo turca, una Haifa solo ebraica, una Alessandria solo musulmana? La loro brutale e innaturale metaformosi novecentesca rimanda, dopo il fallimento del secolo breve, a un ripensamento del mosaico euro- mediterraneo. Il filosofo ebreo Martin Buber, da lui citato, spiegava che la terra può esercitare un influsso santificatore sull’uomo. Ma precisava che «la terra può anche trascinare l’uomo in basso e istigare la sua presunzione contro lo spirito». La nazione e l’identità, insomma, non potranno mai essere racchiuse nella consanguineità e nel pezzetto di terra dove si è nati e cresciuti.
    Aggiunge Lerner: «Come l’identità personale, anche la nazione va considerata un perseguimento dinamico, rivolto al futuro». E così
    conclude: Se fossi rimasto a vivere là dove sono nato, a Beirut… me lo sono già chiesto. Dovrei piuttosto chiedermi cosa ne sarebbe di me se non avessi attraversato il mare, se non fossi italiano. Se la vita non mi avesse sospinto al di là del passato».
    Luciano Lanna

    Tag: , ,
    Scintille - Compra subito su Feltrinelli.it

    Articolo di:

    Gad - che ha scritto 1106 post su Gad Lerner.


    Commenti per questo articolo

    Altri commenti: [4] 3 2 1 » Mostra tutti i commenti

    1. 161
      sergio castignani scrive:

      Italo a me non interessa avere un parlamento di nominati e proni al volere dei nominatori,il centrosinistra come il centrodestra sono questo,e questa non è democrazia,la democrazia è il popolo sovrano,se chiedere democrazia vuol dire estremismo,allora sono estremista,dall’una e dall’altra parte abbiamo una classe politica inadeguata e mediocre che sta distruggendo l’Italia,una centrosinistra che ci vuol far credere di essere robin hood,un centrodestra autocelebrativo ma di fatto nullafacente,tutti e due casta politica che non rinuncia a nessun privilegio a dimostrazione che se ne fregano degli Italiani,per non parlare dei magistrati,lo stato nello stato,per non parlare dei giornalisti altra casta che in quanto a privilegi non è dietro a nessuno,sfruttano la notorietà,si fanno eleggere e non producono niente perchè incapaci,ma pronti ha prendere lo stipendio,se possibile anche due,pertanto non essendo un appecoronato rimango a difendere i miei valori,le mie tradizioni,la mia cultura e non accetterò mai che qualcuno venga a casa mia ha dirmi come devo vivere,la mia città è stata ridotta ad una grande cloaca a cielo aperto dai robin hood,venite a Prato se non ci credete, fini vuol dare il voto agli immigrati,solo ha pensarci mi viene la pelle d’oca!

    2. 160
      Virginia scrive:

      158 Italo
      e allora, se così è, si liberi di chi occupa il potere,
      in modo allarmante,
      distruggendo la possibilità che avrebbe la destra che descrivi, di governare il paese.
      Davvero mi auspico che vi mettiate sul serio in gioco al più presto, o lItalia toccherà un fondo fino a poco tempo fa inimmaginabile.

    3. 159
      marco scamardella scrive:

      158

      il ritratto del centro sinisitra come neanche riesce ad essere

    4. 158
      Italo scrive:

      esiste, e ancor più deve esistere, un popolo di centrodestra e di centro di persone perbene che non vogliono un governo di estrema destra tipo Lega e non vogliono le guerre civili inutili dei tribunali speciali mediatici e sfascisti di personaggi come Vittorio Feltri e di Belpietro. Vorrebbero invece una politica più pragmatica e liberale, che riuscisse ad approdare alle riforme istituzionali (presidenzialismo o premierato, federalismo solidale con Senato delle Regioni, riforma della PA e della giustizia), abbassare le tasse, sostenere e sviluppare il Mezzogiorno a differenza di quanto vogliono Tremonti e Bossi…

      il popolo di centrodestra, italiano o padano delle libertà, forse non è abbrutito come tu pensi, malgrado le martellanti campagne destabilizzanti del Giornale e compari, che colpiscono anzitutto la politica di Berlusconi e del Governo

    5. 157
      Italo scrive:

      Sergio 156, italiano,

      Fini rappresenta il futuro centrodestra nazionale, liberale e repubblicano, e con coerenza e coraggio l’ex leader di An e cofondatore del Pdl sta cercando di definire e promuovere.
      Senza Fini Berlusconi non avrebbe potuto fare il Pdl ed essere a capo del più grande partito italiano e di una larghissima maggioranza parlamentare. A proposito di lealtà.
      Bisognerebbe chiedere agli elettori moderati se, con un sussulto di responsabilità, preferiscono il futuro di disintegrazione nazionale, di isolamento internazionale, di rissa continua, di divisione ,di odio sociale disegnato da Vittorio Feltri e dalla Lega o preferiscono un centrodestra europeo che preferisce la stabilità politica, le riforme istituzionali ed un progresso sociale.
      Dopo Berlusconi o comanderanno nel centrodestra Fini e i liberali moderati o La Lega, Feltri, Belpietro, etc. a suon di querele, risse, divisioni.

      Gli elettori e i dirigenti politici del centrodestra valutino bene questi passaggi e pensino all’interesse nazionale.

    6. 156
      sergio castignani scrive:

      Salve
      Fini non rappresenta più la destra da molto tempo,pertanto non ci preoccupiamo di quello che dice,detto questo,non state in pensiero per noi perchè siamo sempre più vigili a difendere quei valori che la sinistra ha calpestato negli anni,e ribadiamo un secco no al voto degli immigrati invece di perdere tempo ha difendere un terrorista come battisti.

    7. 155
      UnitàAntifascista scrive:

      Battisti in Brasile, in albergo, a trascrivere i processi berlusconi subito !

    8. 154
      italiano scrive:

      .
      .

      GIANFRANCO FINI SVOLTA. …MA ADESSO LA DESTRA SI SENTE TRADITA.
      .

      Era il 23 novembre 1993. Silvio Berlusconi andò ad inaugurare l’Euromercato a Casalecchio di Reno, Bologna, e disse che tra Gianfranco Fini e Francesco Rutelli, nelle elezioni del Sindaco di Roma, avrebbe votato l’allora segretario del Movimento sociale.

      Il quotidiano Repubblica il giorno dopo titolò il «Cavaliere nero» perché secondo loro nero era Gianfranco Fini.

      16 anni dopo, e siamo ad oggi, Gianfranco Fini non è più nero,

      Repubblica ne esalta le virtù e lo usa come un bastone per darlo in testa al medesimo Berlusconi.

      Quante cose cambiano in soli 16 anni. Ciò che non cambia mai è Repubblica che, di riffa o di raffa, va comunque male. Il mondo evolve mentre Repubblica è fissa in una sorta di presente eternità sotto il manto protettivo di Scalfari che, come una sorta di divinità protegge, guida ed ispira il giornale da lui fondato. Amen.

      Berlusconi in quella occasione giustificò anche perché avrebbe votato Fini e disse così: «Rappresenta bene i valori del blocco moderato nei quali io credo: il libero mercato, la libera iniziativa, la libertà di impresa, in una parola il liberismo».
      E sempre nella stessa occasione disse che se le forze moderate non si sarebbero unite lui avrebbe dovuto assumersi le sue responsabilità.

      La storia successiva è nota a tutti: Movimento sociale, la svolta di Fiuggi, Alleanza Nazionale, via la Fiamma Tricolore, il Popolo della Libertà. A quel tempo Berlusconi fu politicamente scorretto indicando in Fini il suo candidato ideale a sindaco capitolino.
      Oggi Repubblica indica in Fini un soggetto del centrodestra politicamente corretto nel senso che dice cose che lisciano il pelo a una vaga e inconsistente e presunta opinione pubblica.

      Sui motivi per i quali Gianfranco Fini abbia fatto questa svolta si sono dette molte cose, il Giornale ha analizzato a fondo quello che potremmo definire il progetto politico del presidente della Camera.
      Si è indagata la questione che neanche Freud sul suo lettino: invidie, rapporti personali irrisolti, gelosie, fraintendimenti, indelicatezze.

      Sembrerebbe quasi che il popolo e ciò che il popolo pensa ed esprime alle elezioni politiche non conti.

      Ora Repubblica è troppo in alto per occuparsi di questioncelle come «ciò che pensa il popolo». Ma Fini no, Fini conosce il popolo, ha militato in un partito fatto di popolo, una delle sue fondamentali virtù è la capacità di parlare al popolo, di interpretarne quelle tendenze che alla nostra intellighenzia fanno sostanzialmente schifo.
      E questo è proprio il punto che non abbiamo capito di tutta questa vicenda.

      Nel ’93 e nel ’94 in molti pensarono che il popolo aveva sbagliato. Scalfari lo ha ripetuto anche domenica scorsa da Repubblica. Ma quando si comincia a percorrere questa china si va a finire alla necessità che il popolo sia guidato, che anche se pensa una cosa bisogna convincerlo a pensarne un’altra, che – insomma – occorre una guida forte, illuminata che tragga il popolo dalla sua condizione pecoreccia e lo porti verso una certa maturità.

      Mettiamo che le idee di Fini, oltre a essere ovviamente legittime, vadano a cercare i voti del popolo.

      Quale popolo le voterebbe? Novanta su cento non quello della libertà.
      Neanche la grande maggioranza della parte di popolo che viene da An.

      E allora quale altro popolo rimane. Ce n’è uno che non conosciamo e che alberga tra destra e sinistra, al centro? Mah.

      Altero Matteoli, domenica ha detto al Giornale che il percorso di Fini è un percorso personale. Che non c’entra con An e che non c’entra con il Pdl. Non l’ha detto Vittorio Feltri, che su Fini ha detto già ciò che doveva dire, ma l’uomo che accompagnava Fini nelle trattative elettorali dal ’94 in poi con Forza Italia e con la Lega: il ministro delle Infrastrutture, quindi evidentemente qualcuno che ha il polso di quel popolo.

      Allora delle due l’una: o Fini sposta il Popolo della Libertà sulle sue idee, o, sempre Fini, cerca un altro popolo.

      Ma quanti voti avrebbe quest’altro popolo? Mettiamo anche che fossero tutti quelli che scrivono e tutti quelli che leggono Repubblica: un po’ pochini. A meno che Fini non abbia in testa un partito di nicchia, in qualche modo élitario oppure altre cose che non sappiamo.

      Comunque ad oggi le idee di Fini non sono quelle di chi ha votato questa maggioranza di centrodestra, e difficilmente il popolo di centrodestra può oggi spostarsi su quelle posizioni di Fini.

      Lo sostiene anche Matteoli che Repubblica lo voglia o no.

      .

      ———————————————-

      GIANFRANCO FINI SVOLTA. …MA ADESSO LA DESTRA SI SENTE TRADITA.

      ———————————————

      .

    9. 153
      Italo scrive:

      http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE5AN0UZ20091124

      Gianfranco Fini indica una via interessante per ridare autorevolezza e peso al Parlamento.

      Fini è il leader più indipendente, moderno e autorevole per la guida del Pdl dei liberali e dei moderati, dopo Berlusconi.

    10. 152
      Italo scrive:

      Ha ragione il presidente Fini quando invita il centrodestra a misurarsi con la sfida ambiziosa delle riforme.
      Sulla bozza di Violante si può creare un consenso. Le riforme istituzionali sono salutari per il paese e potrebbero creare un clima dove inserire anche qualche riforma della giustizia.

      Al posto di criticare la propaganda del Giornale di Libero e della Padania (sic!) potrebbe riflettere con più serenità sulla strategia di FIni, che potrebbe solo rafforzare alla lunga il premier ed il governo.

    11. 151
      ernesto scrive:

      Maroni farebbe bene a dialogare seriamente con i paesi del Mediterraneo e ad abbandonare in materia di immigrazione e rapporti con l’Islam la "politica" di Calderoli, di Gentilini e della Santanché…il problema è che non ha un progetto, ma va avanti come a tentoni, tra spinte isolazioniste e falsi approcci bilaterali.
      E’ un Ministro coccolato dai media ma di poca sostanza.

    Altri commenti: [4] 3 2 1 » Mostra tutti i commenti


    Lascia un tuo Commento

    Se sei già iscritto a questo blog Entra oppure Registrati inserendo i tuoi dati nel form che trovi in alto a destra di questa pagina. Puoi lasciare un commento anche se non sei registrato.

    Ti preghiamo di mantenere i toni della discussione entro i limiti di buona educazione e netiquette.
    Inoltre usa con moderazione i seguenti comandi di formattazione testo.
    [?]