Angelo Guglielmi e l’invidia per Gad

martedì, 1 dicembre 2009

Questo articolo di Angelo Guglielmi è uscito su “La Stampa” di oggi.
La lettura di Scintille, il nuovo libro di Gad Lerner edito da Feltrinelli, mi ha procurato una vera emozione tanto da sentirmi quasi obbligato a scriverne. Certo in questa quasi imposizione, oltre al fascino del libro, hanno agito a sostegno altri motivi minori che qui voglio elencare: intanto io sono un sincero amico di Gad; poi non posso dimenticare il fondamentale contributo che ha dato (con Profondo Nord e Milano Italia) a promuovere e fare grande RaiTre che io allora dirigevo; né posso dimenticare che da ragazzo e (confesso) anche oltre io avevo un complesso di inferiorità nei riguardi degli ebrei che si manifestava stupidamente nell’invidiarli (sciagure comprese) in quanto appartenenti a un popolo che aveva dato i natali (si dice così) a Proust, Marx e Freud (le mie divinità di allora, ancora oggi amate); aggiungo che Scintille – che non è un testo letterario, perché il suo linguaggio ha l’efficacia della scrittura giornalistica e non l’ambiguità della scrittura poetica – tuttavia appartiene al genere storico-memorialistico in cui si sono esercitati i migliori autori della narrativa italiana (e non solo) più recente (vogliamo ricordare Del Giudice o Saviano? e perché no Philip Roth? o tra i più giovani Antonio Pascale e Riccardo Bologna?).
Come forse sapete Scintille è una vera e propria autobiografia in cui Gad viaggia alla ricerca delle sue origini davvero imbrogliate e misteriose in quanto impiantate in paesi e culture non solo assolutamente diverse ma attualmente attraversate da tensioni di scontro e irriducibili rivalse. Gad, che nasce a Beirut nel 1954 da genitrice libanese e padre ucraino, ora è un italiano di Milano dove ha trovato riparo ancora bambino fuggendo con la famiglia dalla guerra civile che stava straziando la città natale. Bisnonni, nonni, zii, cugini e nipoti tutti di ceppo ebraico, insomma l’intera parentela – almeno quel poco che resta – abita e vive in Israele.
Leggendo Scintille sono stato preso dalla stessa invidia che avevo provato da ragazzo. La nuova invidia nasce ovviamente da motivazioni diverse.
Noto lo stupore dei recensori nel rilevare la diversità tra il Lerner che conoscono attraverso le sue trasmissioni televisive, sempre così sicuro e tranchant nelle affermazione e nei giudizi, e questo Lerner di Scintille, così dubbioso, incerto tra opzioni opposte, tentennante e contraddittorio. Io sono affascinato proprio da questo contraddirsi, il suo esitare che, radicato in un uomo che nella vita pratica non sembra avere incertezze, rivela la non casualità della sua sicurezza. A Gad è consentito di essere limpido e determinato proprio perché è sostenuto da quella incertezza che non è altro se non consapevolezza che il mondo non ha confini, e che delimitarlo significa perderlo. Certo poi s’impone la necessità di scegliere e se quello che scegli sembra in contrasto con quello che pensi è perché sai che pensare è sinonimo di ricercare e può contenere anche il contrario di quel che pensavi.
Guarda che fortuna, Gad! Tu sei il frutto di un processo complesso; forse sei italiano, ma anche lituano, che era la nazionalità di una tua bisnonna, anche ucraino, la patria dei tuoi nonni paterni, anche siriano, anche libanese, la terra di tua madre, forse israeliano, il Paese che ha accolto i tuoi parenti. Sei un apolide, ma questo non ti ha fatto impazzire credendoti un uomo di nessuno. E oggi che ti sei messo in viaggio alla ricerca delle tue radici lo hai fatto non per trovarle ma per conoscerle, non per sistemarti in un profilo definitivo ma per tenerlo aperto, non alla ricerca di una identità ma per sfuggirla.
L’ammonizione che più spesso ricorre in questa tua biografia è vattene, vattene dalla casa del padre, non imprigionarti perché le mura di una prigione fai presto a conoscerle. Questa condizione di privilegio – il privilegio della tua diversità – ti permette di essere forte e anche meschino, freddo e appassionato, frigido e carnale, religioso e anche miscredente. Ti permette di amare tua madre perché elegante e nobile, e di sfuggire tuo padre perché puzza e non sa parlare; ti permette di incantarti di fronte ai dolci prati del Libano e essere insofferente (fino al rifiuto) di fronte alla terra sporca di petrolio dei Carpazi; ti permette di cinguettare con le ricche signore di Beirut partecipando al loro vanesio chiacchiericcio (e condividerne la sostanza) e provare vera sofferenza per la vita dei palestinesi in fuga da Israele chiusi in spazi-Lager.
Tu sei contraddittorio e insieme coerente. Noi non apolidi siamo alla continua ricerca del chi siamo, tu apolide e ebreo sei in continua e libera fuga da ogni ipotesi di identità e trovi la tua forza in questo sottrarti. Sei più felice di noi? Questo non lo so. Certo so che hai numerose criticabili debolezze e torti. Per esempio ti trovi bello da quando da bambino tua madre ti ha portato dal chirurgo plastico per correggere le orecchie a sventola. E finalmente ho capito il motivo dell’unico screzio che al tempo di Milano Italia abbiamo avuto, quando in una conferenza stampa a Saint-Vincent io, decantando i tuoi meriti, per non esagerare aggiunsi certo non è alto e bello (altri dicevano e dicono che sei antipatico): lo leggesti il giorno dopo e pateticamente e con aria dura mi contestasti che eri alto.
Ma la vera tua debolezza-colpa, della quale non puoi essere perdonato, testimoniata da questa tua autobiografia, è che, dopo aver per tutto il libro e per tutta la vita irriso la tua nonna paterna perché grassa, foruncolosa e sdentata, poi nelle ultime pagine del libro scopri (o fingi di scoprire in cerca di perdono?) che tua nonna era una donna straordinaria impegnata per buona parte della sua vita a aiutare e salvare gli ebrei dalla furia dei nazisti. Certo è un coup de théâtre che impreziosisce il libro assicurandogli il buon fine (la consolazione richiesta dal lettore) ma non ti salva dal sospetto che tra gli ingredienti più spesso invidiabili che fanno la tua persona vi è anche (e non in piccola dose) la furbizia mischiata alla crudeltà.
Angelo Guglielmi

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