Martedì 15 dicembre parteciperò alla tavola rotonda “Dilettanti.com? Web 2.0 e il futuro dell’informazione in Italia”, organizzata dai ragazzi di SottoLaPanca, in cui parleremo di informazione online in Italia.
Se sempre più contenuti vengono prodotti da persone che come qualifica hanno poco più dell’accesso a internet come faremo a riconoscerne e a valutarne la qualità? Ne discuterò con Claudio Caprara, Vittorio Pasteris, Bruno Pellegrini, Andrea Santagata e Guido Scorza.
Vi aspetto martedì al Sgt. Pepper’s di Milano in Via Vetere 9 alle 21.





18 dicembre, 2009 alle 12:28 pm
http://www.youtube.com/watch?v=vWmvrYIKitA&feature=related
Il web in se stesso é una fonte d’informazione, stile le dichiarazioni dei pentiti, che possono essere soggette a smentite conferme ed anche procedure penali se necessario.
Una smentita per il link annesso é facilmente ottenibile con il confronto tra l’oggetto utilizzato e le lesioni riportate, che é solitamente la prima che dovrebbe essere eseguita nel caso di una inchiesta.
Per quanto concerne l’inasprimento della legislazione di fatto, dal momento che ogni legge puo essere contornata, esso contribuisce a creare una differenza tra coloro che hanno i mezzi per farlo e gli altri.
Le organizzazioni terroristiche, mafia etc che sono strutturate e che ne dispongono dei mezzi sono meno vulnerabili dei normali cittadini che ne sono sprovveduti.
15 dicembre, 2009 alle 7:18 pm
L WEB INVASO DA MINACCE E INSULTI
Il lato oscuro della rete
di G.A. Stella dal corriere di oggi.
Ma davvero «in democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchezze più grandi che crede», come teorizzò nel 2003 l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli mettendosi di traverso alla legge europea che voleva ridefinire i reati di razzismo e xenofobia? Roberto Maroni, vista l’immondizia che trabocca online a sostegno dell’uomo che ha scaraventato una statuetta in faccia a Silvio Berlusconi (c’è chi si è spinto a scrivere: «Gli doveva rompere il cranio a quel testa d’asfalto!») pensa di no. E ha ragione.
Se è vero che la nostra libertà finisce là dove inizia la libertà degli altri, anche la libertà di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un limite. Che non è solo il buon senso: è il codice penale.
Ci sono delle leggi: l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove divampa una guerra che quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta.
Come ha spiegato Antonio Roversi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento ».
Tomas Maldonado l’aveva già intuito anni fa: «In queste comunità elettroniche cessa il confronto, il dialogo, il dissenso e cresce il rischio del fanatismo.
Web significa Rete ma anche ragnatela.
Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comunicazione, a differenza del la tivù, sembra potersi esercitare senza controllo».
Ma più libertà di odio è più democrazia?
È una tesi dura da sostenere.
E pericolosa.
Perché, diceva Fulvio Tomizza, che aveva visto il suo piccolo paradiso istriano disintegrarsi in una faida etnica un tempo inimmaginabile, «devono ancora inventarlo un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio».
Colpire Internet, dicono gli avvocati di Google denunciata per certi video infami su YouTube (esempio: un disabile pestato e irriso dai compagni) «è come processare i postini per il contenuto delle lettere che portano». E lo stesso ministro degli Interni non si è nascosto la difficoltà di avventurarsi in battaglie internazionali contro un gigante immenso e impalpabile. Peggio, c’è il rischio di far la fine dello scoiattolino dell’«Era glaciale»: a ogni forellino che tappa, l’acqua irrompe da un’altra parte. Ancora più rischioso, però, sarebbe avviare una (giusta) campagna contro solo una parte dell’odio online. Trascurando tutti gli altri siti che tracimano di fiele come quelli che impunemente scrivono d’un «olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei», di «fottuti schifosi puzzoni stramaledetti sporchi negri mangiabanana », di «maledetti zingari immigrati razza inutile sporca da torturare», di respingimenti da abolire perché «la soluzione a questi problemi è il napalm, altro che rimpatri».
Non puoi combattere l’odio se non lo combatti tutto. Andando a colpire sia i teppisti razzisti che sputano online su Umberto Bossi chiamandolo «paralitico di m.» sia quanti aprono gruppi di Facebook intitolati «Io odio Di Pietro» o «Uccidiamo Bassolino».
Mai come stavolta, però, il buon esempio deve venire dall’alto.
Occorre abbassare i toni.
Tutti.
15 dicembre, 2009 alle 6:31 pm
ciao Cara Henriette e grazie per le foto
15 dicembre, 2009 alle 6:24 pm
ricevuto Snep, ciao Grande UNC
15 dicembre, 2009 alle 5:56 pm
per i ragazzi di sotto la panca :
sarebbe interessante confrontare la teoria di Andrew Keen con quella di Lawrence Lessig che in fondo farebbe da base alla discussione e dalla quale possono svilupparsi diversi punti di vista in base alla propria esperienza con il web 2.0.
ciao Snep,
per il parccheggio c’è sempre una soluzione
15 dicembre, 2009 alle 5:52 pm
Abbiamo capito tutti che Silvio Berlusconi è rimasto all’età catodica.
e punta alla rete come un ‘animale’ ferito.
15 dicembre, 2009 alle 5:51 pm
49-Henriette mi è sopravvenuto un inghippo pure a me, quindi niente trasferta a Milano stasera. Uffa.
15 dicembre, 2009 alle 5:34 pm
Bis.
Guardare indietro non aiuta a capire
Il mondo in cui la contestazione giovanile diventa violenza non ha niente in comune con quello di oggi
Articolo di Tommaso Pellizzari pubblicato nel corriere di oggi.
Sono giorni concitati, questi, in cui non è il caso di aggiungere polemiche a polemiche. Quindi è con il massimo spirito costruttivo possibile (cioè con l’intenzione di aiutare a capire meglio quello che sta succedendo) che conviene diffidare dei facili paragoni.
Sono in tanti a pensare (e a dire e a scrivere) che le tensioni italiane di questo periodo ricordano quelle degli anni 70 che poi sfociarono nella violenza politica e nel terrorismo. E sono in tanti a pensare (e a dire e a scrivere) che l’aggressione a Silvio Berlusconi sia la prova della fondatezza di quel ragionamento. Invece, quanto accaduto in piazza Duomo dimostra semmai un’altra cosa: che, come troppo spesso succede in Italia, si preferisce leggere il presente con gli occhiali del passato. Con il rischio, molto forte, di non capire.
Il mondo in cui, tra gli anni 60 e i 70, la contestazione giovanile diventa violenza, è un mondo che non ha niente in comune con quello di oggi. C’erano la cortina di ferro e il muro di Berlino, dietro i quali l’Unione sovietica era un sistema totalitario che per molti partiti comunisti dell’occidente democratico era un punto di riferimento. I movimenti operai erano numericamente enormi, con una potentissima coscienza di classe e un ferreo legame con i movimenti sindacali: anche perché la fabbrica fordista era una delle strutture portanti del capitalismo. E proprio il capitalismo era il sistema che per molti era non da riformare ma da abbattere, e parliamo di un tempo in cui le ideologie svolgevano un ruolo fondamentale, infinitamente più importante rispetto a oggi.
Nello specifico italiano, anche per queste ragioni, il sistema politico era “bloccato”, nel senso che l’alleanza con gli Stati Uniti e l’Occidente rendeva impossibile un’alternanza di governo finché il maggiore partito d’opposizione si dichiarava comunista. Eccetera eccetera eccetera.
Nessuna di queste condizioni caratterizza il mondo e l’Italia di oggi. Abbiamo appena celebrato i vent’anni calla caduta del Muro. La grande industria è scomparsa e con lei la classe operaia con la sua coscienza. Le ideologie guidano solo gruppetti marginali, gli unici rimasti a mettere in discussione il capitalismo. Altre, e di tutt’altro genere, sono le anomalie del nostro Paese. Il che non significa che non ci si debba preoccupare o che la situazione non sia grave o potenzialmente pericolosa.
Massimo Tartaglia, l’aggressore di Berlusconi, lo dimostra. Ma il suo essere una persona con problemi mentali e non un estremista politico, dimostra che quanto iniziò quarant’anni fa in Italia non c’entra nulla. Guai a cadere nella tentazione, complice un anniversario come quello di piazza Fontana, di mettere in piedi parallelismi tanto facili quanto sbagliati. Altrimenti l’Italia continuerà a guardare indietro, invece che avanti. Cioè, appunto, a non capire.
15 dicembre, 2009 alle 5:29 pm
e punta alla rete come un ‘animale’ ferito.