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La città multietnica c’è sempre stata

giovedì, 18 febbraio 2010

Rassegna Stampa

La città multietnica c’è sempre stata

Questo articolo è uscito su “Repubblica”.
Per secoli Costantinopoli, l’odierna Istanbul, fu al tempo stesso la più grande città turca, greca, armena, curda, ebraica, romena del Mediterraneo. Era la New York del suo tempo, la capitale del mondo (ammesso che possiamo permetterci il lusso, allora come oggi, di escludere la Cina). Grazie a questa straordinaria peculiarità multietnica la metropoli plurale cresciuta sul Bosforo, al confine tra Europa e Asia, prosperava senza paragoni possibili con gli altri centri urbani europei: Parigi e Londra apparivano borghi trascurabili al suo cospetto.
Prima che sopraggiungesse l’epoca dei nazionalismi, contrassegnata da genocidi, trapianti di popolazione e pulizie etniche, la città-mosaico aveva rappresentato il più potente fattore di sviluppo economico e culturale lungo tutta la sponda sud del Mediterraneo: furono multietniche fino a non molto tempo fa Salonicco, Smirne, Antiochia, Aleppo, Haifa, Alessandria d’Egitto, Algeri, Orano, successivamente ridotte con la forza a innaturale omogeneità. Una convivenza rose e fiori? Naturalmente no, i conflitti intestini erano sempre all’ordine del giorno nella città multietnica. Ma vigeva una diffusa accettazione del comune destino sovranazionale, reso sopportabile dalla consuetudine allo scambio commerciale, dalle divisioni interne ai culti religiosi considerate ovvie (né i cristiani né gli islamici erano compatti) e soprattutto dal bisogno di un’esistenza pacifica.
E’ banale constatare come la brutale cancellazione dell’esperienza urbana levantina, nel giro di pochi decenni del secolo scorso, abbia contribuito decisivamente al declino delle regioni mediterranee interessate. La Istanbul monoetnica di oggi resta una grande città ma non è più una capitale. Un senso di vuoto, di mutilazione subita, infonde sentimenti di rimpianto e nostalgia nelle altre città che furono plurali e oggi sono ridotte al rango di province arretrate.
Tanto più che la crescita economica e l’eccellenza culturale diffuse sull’altra sponda del Mediterraneo fino all’Europa settentrionale, è andata di pari passo con la metamorfosi cosmopolita delle sue capitali, arricchite e ingrandite dai flussi migratori post-coloniali. E prima ancora, l’equazione multietnicità uguale progresso era stata confermata dalla nuova potenza mondiale: gli Stati Uniti d’America, un nuovo impero generato dall’incontro fra comunità migranti. Tuttora, per fare un solo esempio, New York ha una popolazione ebraica numericamente superiore alla somma di Tel Aviv e Gerusalemme. Mentre l’estirpazione della presenza ebraica dall’est Europa può essere annoverata tra le cause del suo impoverimento.
Magari bastasse la consapevolezza storica per convincere i popoli. Sopportare la condivisione armonica dei medesimi territori è da sempre un’impresa difficile per le classi dirigenti perché i benefici quasi mai vengono equamente ripartiti, così come del resto i disagi. Le recenti contrapposizioni ideologiche su un concetto astratto come il multiculturalismo segnalano dunque come sia difficile per le leadership politiche e culturali misurarsi con il fallimento di un’illusione: far coincidere semplicemente, sulla carta geografica, gli Stati con le nazioni. Perché di nuovo, implacabilmente, scopriamo che altre nazioni si fanno largo all’interno di confini tracciati, e reclamano cittadinanza prima ancora di fondersi in un lento, faticoso amalgama.
Quando un leader che è anche imprenditore globale come Berlusconi (con soci arabi e interessi sparsi oltreconfine) proclama di battersi “contro la società multietnica”, denota l’urgenza opportunistica di assecondare una spinta difensiva anacronistica lontana dal suo linguaggio originario: il format televisivo commerciale, apolide per definizione. Quando protesta contro il fatto che a passeggio nel centro di Milano s’incontrano troppi africani, nega l’abc della nuova metropoli europea di cui anche lui è figlio.
Quasi mai la città multietnica è il prodotto di una politica abitativa consapevole, pianificata. Perché i flussi migratori possono essere regolati da governi responsabili, ma ben difficilmente pianificati. Accade così, con il senno di poi, che le diverse visioni culturali e soprattutto le convenienze politiche diano luogo a teorie dell’integrazione o del rifiuto che solo a parole rivendicano la dignità di un progetto.
I due “modelli” alternativi di integrazione spesso contrapposti sono oggi in Europa il “modello repubblicano francese” e il “modello comunitari sta britannico”.
La Francia, erede di una concezione rivoluzionaria della cittadinanza fondata sui diritti, e quindi disgiunta dal vincolo di sangue della nazionalità, ha perseguito una pedagogia delle regole che trasformi gli immigrati in concittadini su base laica. Ciò non ha impedito la formazione di agglomerati urbani separati, di problematica integrazione. Ma è un fatto che finora le rivolte delle banlieu, seppure violente, hanno visto prevalere la dimensione sociale e semmai criminale rispetto a quella religiosa integralista.
Viceversa la storia coloniale dell’impero britannico ha favorito nel Regno Unito la crescita di vere e proprie comunità immigrate a sé stanti, dotate di leadership separate anche nell’elaborazione di codici morali e di cittadinanza, finendo per costituire entità in comunicanti. Perfino corpi estranei, talvolta “nemici interni”.
In diverse città italiane (Torino e Genova al nord, Palermo e Catania al sud) l’occupazione di vaste porzioni di centro storico da parte delle comunità immigrate è stata parzialmente gestita nel tempo con un’affannosa rincorsa di integrazione spontanea, affidata soprattutto alla scuola e al volontariato sociale, oltre che all’azione preventiva e repressiva delle forze di polizia. Diverso è il caso di Milano, governata ormai da decenni da amministrazioni di destra che rifiutano ideologicamente la nuova dimensione multietnica. Ciò naturalmente non ha frenato la vitalità dei nuovi cittadini milanesi immigrati, le cui imprese registrate presso la Camera di Commercio ormai detengono una quota di ricchezza irrinunciabile per l’economia metropolitana nel suo insieme; senza contare la quota dell’economia illegale e della malavita. Il risultato è che la nuova forza economica degli immigrati, rifiutata a parole e boicottata con normative anacronistiche, spontaneamente cerca luoghi di residenza e d’investimento che aggirino l’ostacolo.
Fu così per la prima “casbah” di Porta Venezia, oggi non solo bonificata ma arricchita grazie alla sua nuova dimensione multietnica. E’ toccato poi alla non distante arteria commerciale di via Padova di divenire il ricettacolo di subaffitti senza regole e di vendite d’appartamenti e negozi alla spicciolata, con prezzi in costante ribasso.
Il laissez faire di chi rifiutava ogni pianificazione perché elettoralmente gli conveniva proclamare “no allo straniero”, di certo non era in grado di bloccare la metamorfosi in atto. Ma ha causato un’identificazione fra città multietnica e degrado che stride con la storia della civiltà.

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Articolo di:

Gad - che ha scritto 2637 post su Gad Lerner.

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Commenti per questo articolo

[5] 4 3 2 1 » Mostra tutti i commenti

  1. 205
    italiano scrive:

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    GHEDDAFI: LA JIHAD CONTRO LA SVIZZERA, CONTRO IL SIONISMO, CONTRO L’AGGRESSIONE ESTERA NON E’ TERRORISMO.

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    Il colonnello libico Muammar Gheddafi ha invitato alla Jihad (la guerra santa, ndr) contro la Svizzera, da lui definita «miscredente» e «apostata», dopo l’approvazione del divieto di costruire minareti nel paese elvetico.

    «È contro la Svizzera miscredente e apostata che distrugge le case di Allah che la jihad deve essere proclamata con ogni mezzo», ha dichiarato il colonnello Gheddafi in un discorso a Bengasi, nell’est della Libia, in occasione della Festa del «Mouloud», che commemora la nascita del profeta Maometto.

    Per il numero uno libico, «la jihad contro la Svizzera, contro il sionismo, contro l’aggressione estera (…), non è terrorismo».

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    «Qualunque Musulmano nel mondo che tratta con la Svizzera è un infedele ed è contro l’islam, contro Maometto, contro Dio, contro il Corano», ha aggiunto il leader di Tripoli davanti a migliaia di persone.

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    Il 29 novembre scorso gli svizzeri hanno votato a larga maggioranza (57,5%) per vietare la costruzione di nuovi Minareti, in un referendum promosso dalla destra populista. Ma le relazioni tra Tripoli e Berna sono tesissime dopo l’arresto a luglio 2008 a Ginevra del figlio di Gheddafi, Hannibal, episodio che ha scatenato una serie di ritorsioni a catena.

    Intanto la Svizzera si è difesa giovedì dall’accusa di aver usato l’accordo di Schengen a fini politici, per risolvere la sua controversia con la Libia. «Noi siamo membri dello spazio Schengen e come ogni altro membro noi abbiamo il diritto di applicare queste disposizioni», ha detto il ministro della Giustizia svizzero Eveline Widemer-Schlumpf al termine di una riunione a Bruxelles con il ministri degli Interni dei Ventisette membri dell’Unione Europea.

    Widemer-Schlumpf si è in particolare difesa dalle accuse lanciate dal ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, il quale poco prima aveva detto ai giornalisti che non si può usare questo strumento di cooperazione internazionale «per risolvere controversie bilaterali come quella tra Berna e Tripoli».

    La Svizzera lo scorso autunno ha inserito nella lista nera di Schengen i nomi di 188 alti dirigenti libici, tra cui anche quello del colonnello Muammar Gheddafi, inasprendo la crisi con Tripoli scoppiata nell’estate del 2008, quando il figlio di Gheddafi, Hannibal, fu arrestato a Ginevra con l’accusa di aver maltrattato i suoi domestici.

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    GHEDDAFI: LA JIHAD CONTRO LA SVIZZERA, IL SIONISMO, CONTRO L?AGGRESSIONE ESTERA NON E’ TERRORISMO.

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  2. 204
    italiano scrive:

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    BERLUSCONI: IL CENTROSINISTRA VUOLE SPALANCARE LE PORTE DELL’ITALIA ALL’INVASIONE DEGLI STRANIERI.
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    "Scende in campo al mio fianco per difendere la libertà". Basta questo manifesto, secondo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per far capire la nuova iniziativa ideata dal Premier insieme a Michela Vittoria Brambilla. Durante la presentazione dell’iniziativa Promotori della libertà, il premier ha presentato un video realizzato per le Regionali:

    "Il nostro governo è rispettato nel mondo mentre l’opposizione è anti nazionale e anti italiana.
    Non si fa scrupolo di propagandare un’immagine negativa del nostro Paese".
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    Poi ha denunciato: "La sinistra vuiole spalancare le porte agli immigrati".

    Ma su questo punto è intervenuto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha invitato a non seguire "un approccio collegato alla campagna elettorale" che rischia di essere "fuorviante" e di "non risolvere la situazione".
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    L’appello agli elettori La proposta è semplice: "un esercito contro il male". Il presidente del Consiglio ha invitato "tutti gli italiani che non si riconoscono nella sinistra" a scendere in campo, a formare "l’esercito del bene contro l’esercito del male e dell’odio", un nuovo "movimento che nasca dal basso" e difenda la libertà.

    "A voi lancio un appello e una proposta", ha premesso il Cavaliere: "L’appello è quello di impegnarvi personalmente e scendere tutti in campo e se avete già preso la tessera, di impegnarvi ad andare oltre".

    "La proposta – ha proseguito Berlusconi – è quella di creare dei paladini della libertà, un esercito del bene contro l’esercito del male; di chi ama contro chi odia; una forza popolare, un vero e proprio esercito di difensori e di promotori della libertà, composto da uomini, donne, giovani, da italiani che si schierano e si impegnano per difendere e promuovere, proprio come dei paladini, la libertà".

    Tra gli impegni di questo "esercito", ha spiegato il leader del Pdl, quello "innanzitutto di sostenere l’azione del nostro governo", spiegando ad amici e conoscenti quello che è stato fatto finora.

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    Berlusconi: Il centrosinistra,Vuole Spalancare le porte dell’Italia all’Invasione degli Stranieri

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  3. 203
    De Carlo scrive:

    L’integralismo è una malattia, contagiosa anche per emulazione.

    Che l’inferno l’inghiotta.

  4. 202
    diegopit scrive:

    assorreta scrive:
    23 febbraio, 2010 alle 10:26 am
    questa di diegot è una storia vera che si butto di sotto na bella sera

    che fortuna averci questo terroncello nel blog…..
    che classe,che levatura….

  5. 201
    assorreta scrive:

    questa di diegot è una storia vera che si butto di sotto na bella sera

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