Vi propongo la mia introduzione a un bellissimo libro-conversazione con Marek Edelman scritto da Hanna Krall, “Arrivare prima del Signore Iddio”, edito da Giuntina (pagg.136, euro 12).
Ebbi la fortuna di leggere questo libro straordinario in una traduzione dal francese pubblicata, nel 1996, dalla casa editrice Città Nuova, e ne rimasi folgorato. Volevo conoscere Marek Edelman, volevo farlo conoscere ai miei figli, e al tempo stesso ero intimidito dalla sua figura di antieroe ruvido e scontroso, restio a lasciarsi celebrare, così come me la trasmettevano i suoi amici Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri.
Considero dunque un onore immeritato che tocchi a me raccomandare la lettura di questa traduzione, finalmente dall’originale polacco, dell’opera di Hanna Krall, scrittrice dotata di rara sensibilità e forza narrativa.
“Arrivare prima del Signore Iddio” non è solo il resoconto più vivo della rivolta del ghetto di Varsavia, scaturito dalla testimonianza del vicecomandante dell’Organizzazione ebraica di combattimento (ZOB) scampato miracolosamente alla morte. E’ molto di più. La Krall si scontra pagina dopo pagina con la reticenza di Edelman, il testimone. Egli teme che il suo ricordo venga snaturato, ridotto a leggenda inautentica. Ricordare per lui significa anche smitizzare, sottrarsi all’agiografia. Solo così riesce a dare un senso ai decenni successivi in cui esercitò la professione di medico cardiologo all’ospedale di Lodz: collocato di nuovo molteplici volte su quell’esile confine tra la vita e la morte che aveva visto oltrepassare da centinaia di migliaia di persone sull’Umschlagplatz mentre salivano sui vagoni stracolmi diretti a Treblinka, con l’ultima pagnotta messa loro tra le mani dai nazisti allo scopo di garantirsi un flusso di smaltimento ordinato.
Li ho visti morire tutti quanti, ripete Edelman. Poi all’improvviso si rivolta contro la Krall: cosa mi domandi? Potrei dirti dieci volte di più sui miei malati. Ci tiene a precisare che lui è rimasto al cancello dell’Umschlagplatz tutta la vita. Sì, anche dopo. Anche in ospedale: “Stavo al cancello e tiravo fuori degli individui da una folla di condannati”.
Il libro è permeato di un sarcasmo polacco che è l’esatto contrario del cinismo. Grazie ad esso apprendiamo che Marek Edelman è certamente un temerario –la sua singolare caratteristica è di apparire un uomo del tutto esente dalla paura- ma non è un soldato. Lo si capisce subito, quando gli insorti s’imbattono il 19 aprile 1943 nel primo manipolo di tedeschi ignari del fatto che ci fossero degli ebrei armati. Potevano sparargli, a dire il vero andavano ammazzati: “Avremmo dovuto, ma non eravamo ancora abituati a uccidere”. Che senso poteva avere, del resto, usare le poche e malandate armi pervenute nel ghetto dalla parte ariana della città? “Gli uomini hanno sempre creduto che sparare è il massimo dell’eroismo. Allora abbiamo sparato”. E ancora: “Visto che l’umanità si è accordata che morire con le armi in pugno è più bello che senza, allora ci siamo sottomessi a questa convenzione”.
Purché sia chiaro, si preoccupa di ricordarci Edelman attraverso innumerevoli esempi, che il coraggio non fu certo una virtù esclusiva dei combattenti. La funzione di questi ultimi era limitata: bisognava morire pubblicamente, sotto gli occhi del mondo.
Non stupisce quindi la diminuzione sistematica con cui contraddice l’epopea raccontata da chi non c’era: cinquecento i membri attivi del ZOB? Macché, eravamo molti meno. Mordechaj Anielewitcz, il suo comandante, figura immacolata? Certo, ma che male c’è a ricordare che era figlio di una pescivendola e che al mercato non esitava a tingere con vernice rossa le branchie delle carpe per farle sembrare più fresche? Anche il cielo si è tinto di rosso nell’incendio del ghetto di Varsavia, cosa volete che sia un po’ di vernice scarlatta. Per sé e i suoi compagni, il nostro testimone rivendica che gli concediamo se non altro il beneficio della normalità.
Detesta la retorica dei superuomini. Ma nello stesso tempo detesta gli uomini che delegano a Dio le responsabilità che spetta loro assumere. E’ questo l’unico frangente in cui il dottor Edelman, chiamato a prendere decisioni temerarie di fronte a casi clinici disperati, ama esibire superbia. Lui, il Signore, non è tanto giusto. Talvolta è piacevole raggirarlo, approfittare di un Suo momento di distrazione e proteggere la fiamma che Iddio era già lì pronto a spegnere. Una bestemmia? Certo che no: i rivoltosi del ghetto di Varsavia sono interpreti dell’autonomia dell’umano senza cui neppure la Legge sarebbe in grado di fondare una morale di civiltà.
Tentare sempre di sopravvivere con dignità: pur di trasmetterci questo insegnamento Edelman non esita a criticare la scelta del suicidio messa in atto nel bunker di via Mila 18 dal comandante Anielewitcz insieme agli ultimi resistenti. Del resto avevano dissentito insieme, il 23 luglio 1942, quando a togliersi la vita era stato il presidente del Consiglio ebraico, Adam Czerniakov, non appena aveva appreso che i tedeschi avevano deciso la liquidazione del ghetto. Riconoscevano la rettitudine di Czerniakov, ma gli imputavano di non avere indicato per primo la via obbligata dell’insurrezione.
Ciò naturalmente non gli ha impedito, nel dopoguerra, fino all’ultima celebrazione dell’anniversario della rivolta cui ha partecipato nell’aprile 2009, di sostare in raccoglimento di fronte alla lapide che ricorda Szmul Zygielbojm, il rappresentante del Bund nel governo polacco in esilio che il 12 maggio 1943 si suicidò a Londra per protesta contro l’indifferenza dei governi alleati. Il cerimoniale da lui predisposto contemplava che a quel punto dell’itinerario, prima di proseguire verso l’Umschlagplatz e il bunker di via Mila 18, un coro di ragazzi intonasse piano l’inno del Bund, il “suo” partito operaio ebraico contrario al progetto di emigrazione sionista in Palestina.
Marek Edelman rimarrà fino all’ultimo dei suoi giorni, il 2 ottobre 2009, quando si spense serenamente a Varsavia nella casa dell’amica Paula Sawicka, un militante del Bund. Ovvero della nobile idea democratica secondo cui un ebreo deve poter vivere libero e alla pari con i suoi concittadini là dove nasce. Se poi volesse andare a vivere in Israele per sua libera scelta –aggiungiamo noi- lo faccia. Ma non più, mai più, come via di fuga.
Come è noto questo ideale di Edelman gli procurò l’inimicizia dei sionisti e il sospetto dello Stato d’Israele. Ma per fortuna non ha potuto impedire che la sua fotografia venisse collocata quando era ancora vivo nella galleria degli eroi della rivolta del ghetto allo Yad Vashem di Gerusalemme. Il principio dell’uguaglianza e della cittadinanza ebraica in qualsiasi paese della terra è un’eredità che il Bund consegna attraverso di lui alle generazioni successive.
L’immagine che forse più lo ferisce, fra le tante umiliazioni inflitte agli ebrei sottomessi, è quella di un piccolo vecchio ingobbito, issato a forza su una botte e schernito dai suoi aguzzini che ciocca dopo ciocca gli tagliavano la barba, mentre intorno la folla rideva.
“Ho capito allora che la cosa più importante era di non lasciarsi più mettere sulla botte. Mai, da nessuno. Lo capisci?
Tutto quello che ho fatto in seguito, l’ho fatto per non lasciarmici mettere”.
Di quella scena l’aveva colpito anche il contrasto fra i due soldati, uomini alti e belli, e quell’ebreo d’aspetto miserabile. Lui stesso, mingherlino, col suo naso curvo e la carnagione scura, rivendica conversando con Hanna Krall l’orgoglio dei suoi tratti semiti. Dei combattenti del ghetto può dire, sì, “giovani sani, risoluti”, ma ne sottolinea compiaciuto l’antiesteticità ebraica. Eravamo brutti, e allora? Ironizza sui magnifici, confortevoli combattimenti cui prese parte in seguito con i partigiani polacchi, culminati nell’insurrezione di Varsavia dell’agosto 1944. Ma nessuno lo convincerà mai che meritino considerazione maggiore degli uomini e delle donne ammazzati come topi sul fondo di una cantina.
Una volta ho partecipato anch’io, con tutta la mia famiglia, sotto una pioggia torrenziale e dietro la sedia a rotelle su cui incedeva Marek Edelman, alla cerimonia di commemorazione che egli teneva si svolgesse ogni anno, il 19 aprile, in forma separata dalla cerimonia ufficiale, rimasta fino al 1990 sottoposta alla supervisione del regime comunista. Quello stesso regime che nel dopoguerra aveva disposto lo scioglimento del Bund; che nel 1968 lo allontanò dal suo ospedale di Lodz coinvolgendolo nella purga antisemita mascherata come “antisionista”; e che nel 1991 si macchiò del disonore di arrestarlo in quanto sostenitore del sindacato libero Solidarnosc.
La testimonianza morale di Marek Edelman accompagnò la nascita e l’affermazione del movimento democratico anticomunista in Polonia. E fino all’ultimo la sua voce si levò con fermezza contro i rigurgiti di un antisemitismo di matrice nazionalista e cattolica, paradossale perché scatenato in un paese che aveva vissuto lo sterminio di quasi tutti i suoi ebrei: tre milioni e mezzo di persone.
L’ultima tappa del tragitto da lui predisposto con cura era sempre al bunker di via Mila 18. Qui si soffermava a lungo e in silenzio, quasi volesse entrare in dialogo con quel “ragazzo”: così definiva Mordechaj Anielewicz, che “ci teneva tanto” e così lo avevano accontentato, nominandolo loro comandante. Non mancava di ricordare che Anielewitcz era di un anno più giovane di lui. Già, nel 1943 Edelman con i suoi ventidue anni era il più “vecchio” tra le guide del ZOB. In cinque avevano centodieci anni.
Pochi altri libri come questo ci trasmettono il senso della parola “comunità”.
“All’epoca, la gente andava l’uno verso l’altro come mai prima, in una vita normale”, confida a Hanna Krall. E le racconta le storie incredibili di chi, già trovato rifugio nella parte ariana della città, decideva di fare ritorno nel ghetto pur sapendo che ciò significava trovarvi morte certa. Non a caso, ormai novantenne, con l’aiuto di Paula Savicka, fu proprio questo particolare senso di comunità e di intimità, profonda e carnale, l’ultima testimonianza che gli premeva consegnarci, attraverso il libro “E c’era l’amore nel ghetto”, tradotto in italiano dall’editore Sellerio.
Quel luogo infernale era l’unico in cui un ebreo potesse allora ritrovarsi tra simili, instaurare relazioni sentimentali e d’amicizia. Edelman torna giovane e si compiace di raccontarcene le vicende trasgressive, esasperate dalla violenza circostante: l’agio di esprimere la propria fisicità. Un modus vivendi cui non rinuncerà più.
Nel maggio del 2008, quando andai a intervistarlo nel modesto villino di Lodz insieme al mio primogenito Giuseppe, lo trovai alle undici del mattino seduto in cucina che fumava sorseggiando vodka. Gli avevo portato in dono del vino piemontese che disdegnò come bevanda per signorine. Per fortuna in aeroporto avevo comprato pure una bottiglia di whisky che lo rimise di buonumore e subito stappò, proponendoci un brindisi. Accendeva una nuova sigaretta senza filtro con il mozzicone della precedente. Niente male per un medico cardiologo affezionato alla vita (degli altri)! Da poco aveva subito gli attacchi di “Radio Maria”, emittente del cattolicesimo polacco più reazionario, dopo che ne aveva denunciato la propaganda antieuropea e antisemita. Gli chiesi il perché dell’ostinazione con cui era rimasto a fare il guardiano delle tombe del suo popolo. “Perché qualcuno provi dispiacere quando lo guardo negli occhi. Voglio dispiacere a quelli che sono contenti che gli ebrei siano morti in Polonia. Hanno vergogna di guardarmi negli occhi, hanno paura di me. E questo mi fa piacere perché non hanno paura di me, ma della democrazia”. Puntava uno sguardo di fuoco sull’obbiettivo della telecamera. Poi mi congedò piuttosto bruscamente.
Stiamo parlando dell’uomo che nel 1993, esattamente cinquant’anni dopo la rivolta del ghetto di Varsavia, ormai anziano, accompagnò un convoglio umanitario dentro a Sarajevo assediata e bombardata. Questo libro era stato già pubblicato in Polonia, nazione mutilata da cui Marek Edelman si assentava malvolentieri. Basterà leggerlo per capire perché in quel frangente decise di fare un’eccezione.
Gad Lerner
P.S. Dedico questo testo alla memoria di Wolf e Yaachov Lerner, fratelli di mio nonno Elias. Le schede compilate su di loro a Yad Vashem indicano genericamente: morti nel ghetto di Varsavia. Di uno di loro, non so quale dei due, conservo delle fotografie scattate durante un viaggio in Palestina.
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6 maggio, 2010 alle 4:12 pm
Berlusconi, quando lasciò i suoi primi lavori da parte (cantare canzoni sulle navi e altre cavolate), iniziò a lavorare nella banca del padre a Milano. Codesta banca venne identificata come la banca per il riciclaggio del denaro sporco della mafia. Berlusconi poi fondò fininvest che nei primi 7 anni di vita, vide arrivare, nei suoi fondi, 15 miliardi di lire di cui non si è saputa mai la provenienza. Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, condannato a 11 anni di reclusione per associazione mafiosa, "assolda" Vittorio Mangano (3 anni di reclusione per traffico internazionale di droga, poi processato per mafia, e 2 ergastoli per triplice omicidio) come "stalliere".. Nel ’92, 48 ore prima che Falcone vennè fatto saltare in aria, si esegue un’ultima intervista a Borsellino, dove lo stesso giudice, dice che proprio in quel periodo stavano indagando su delle presunte congruenze tra Berlusconi,Dell’Utri e Mangano con Cosa Nostra. Guardacaso, dopo questa dichiarazione saltano in aria. Enzo Cartotto, testimone contro Cosa Nostra, parla proprio di Berlusconi e dell’Utri, dicendo che erano loro i mandanti a volto coperto delle famose stragi.14.03.2001Luttazzi intervista il giornalista Marco Travaglio, che parla proprio di come Berlusconi sia riuscito a sfondare così. I due vengono querelati da: Fininvest, Mediaset, Berlusconi e Forza Italia per 41 miliardi di lire. Vincono la causa, perchè i fatti citati nell’intervista, sotto domande "lecite" di Luttazzi, sono fondati e reali.
29 aprile, 2010 alle 5:30 pm
Gentile lettore, il Diritto alla salute (e alla felicità) di un bambino non è solamente contemplato dalla Costituzione, ma dipende anche dalla buona volontà e dall’impegno concreto degli adulti (cittadini comuni e Rappresentanti politici) che possono contribuire a decidere il suo futuro.
Cioè ciascuno di noi, è semplice.
Ritengo, quindi, che sia fondamentale per i nostri Rappresentanti Politici concentrarsi, innanzitutto, sulle tematiche sensibili: ad esempio: eliminazione delle code presso *Centri specializzati per bambini con problematiche comportamentali/audio-uditive di vario genere e gravità.
Per ciascuno di noi, inoltre, aiutare concretamente il *A.F.A Centro R.E.U.L. ONLUS di Corso Sardegna,36/1 a Genova (Polo d’eccellenza e di altissima professionalità della nostra città) significa, quindi, seminare bontà allo stato puro per veder crescere la speranza di un futuro sereno per tanti bimbi e molti papà e mamme.
E’ come tifare per la propria squadra del cuore, vincendo ogni partita! Meglio di così!
Una società Etica con la E maiuscola è una meravigliosa Società vincente costituita da persone corrette, coscienti, concretamente solidali e sensibili, e non una comunità formata solamente da freddi ed indifferenti codici fiscali che rimangono distaccati di fronte alle (altrui) difficoltà dei piccoli ed alle sofferenze e preoccupazioni di genitori che desiderano solamente piangere dalla gioia per poter vedere la luce di un futuro radioso, o quantomeno sereno, per i propri figli.
E’ un’occasione importante che abbiamo, tutti noi, per comparire con dignità di fronte all’inesorabile giudizio dell’eternità.
NON SPRECHIAMOLA, PER FAVORE!
Aiutare le persone in difficoltà non è solamente un dovere ma deve essere considerato un diritto! Forza!
Alessandro Venzano (alevenz) E mail: avenzano@tiscali.it A.F.A Centro R.E.U.L 010-5451214 info@afareul.it
Riflettere al meglio, condividendo le scelte e unendo le cerebralità, con rettezza morale e secondo l’ordinario buon senso, per decidere il bene comune, partendo da chi è in difficoltà.
Ecco il segreto
27 aprile, 2010 alle 4:27 pm
Uno scambio di e-mail rivela come l’amministratore delegato di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, esultasse con altri dirigenti per i guadagni tratti dalle scommesse al ribasso compiute proprio mentre il mercato immobiliare statunitense stava iniziando a vacillare.
La documentazione e’ stata raccolta dalla subcommissione del Senato Usa che sta indagando dopo che la Sec ha accusato la banca di frode per aver venduto a clienti istituzionali cdo tossici, mentre il fondo speculativo Paulson scommetteva al ribasso
mail certificate, molto prima che da Brunetta..
27 aprile, 2010 alle 9:17 am
I Karabinieri e i finanzieri di Caltanissetta hanno arrestato oggi 14 persone, tra cui esponenti di clan mafiosi siciliani e "dirigenti" della Calcestruzzi Spa di Bergamo, società del gruppo Italcementi.
26 aprile, 2010 alle 3:20 pm
Bravo Michele, non c’è limite alla democrazia!!!Ma pensa alla vera ricchezza invece delle culture delle razze…ma certo parlare con te significa parlare con i sordi…
26 aprile, 2010 alle 11:36 am
NO alla Globalizzazione Razziale. Queste lobby ebraiche vogliono disintegrare le identità nazionali europee tramite flussi migratori creati grazie al controllo dei prezzi delle materie nei paesi poveri. Ogni popolo deve vivere nella propria terra e l’Italia è degli italiani.
23 aprile, 2010 alle 12:04 am
OPS!!Probabilmente non sei a Perugia…un lapsus!!
22 aprile, 2010 alle 11:59 pm
Caro Gad,
stasera sarai a Perugia…la parola, quella del mio mestiere, sono psicoterapeuta, diventa puro ascolto e silenzio quando leggo la tua introduzione al libro di Edelman…
grazie,leggerò anche il libro, del resto molto utile alla società attuale…
Paola La Grotteria
21 aprile, 2010 alle 3:12 pm
CARO GAD, VORREI SCRIVERE UN COMMENTO, MA HO PAURA DI ESSERE BANALE, E’ STATA UNA COSA ORRENDA.
21 aprile, 2010 alle 1:27 pm
§63
aggiungo: una trasformazione spesso violenta. Non dimentichiamo che col martirio c’è la persecuzione. La violenza può trasformare le persone e le comunità. Come viene elaborata quindi la violenza subita? Se alla base c’è un senso, i diritti ad esempio, la violenza può cessare al raggiungimento dell’obiettivo. Ma non sempre è stato così: se il senso è astratto (spesso basato sull’odio preconcettuale, integralista o per motivazioni anacronistiche), e non ha limiti precisi, la violenza può continuare nei decenni se non nei secoli. Alla fine è violenza anche contro se stessi, è come il discorso dell’oro: per alcuni non basta mai, non c’è soddisfacimento. Bisogna spezzare la catena.
21 aprile, 2010 alle 1:16 pm
ipocrita , hai postato links antisemiti il tuo nick spesso fa apologia del neonazismo e dei suoi autori di riferimento
21 aprile, 2010 alle 12:42 pm
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66
Gad scrivi
Niente da eccepire.
Ma allora avresti dovuto scrivere
Il principio dell’uguaglianza della cittadinanza ebraica in qualsiasi paese della terra
(senza la "e" originale che può dar luogo a fraintendimenti, comunque grazieper la risposta)
21 aprile, 2010 alle 12:29 pm
Risposta a picodepaperis (57): il Bund sosteneva che gli ebrei devono avere pari diritti di cittadinanza nei paesi in cui sono nati e/o risiedono. Un principio più volte calpestato nel corso della storia
21 aprile, 2010 alle 12:14 pm
§63 Ma come mai il bambino gioca e vive spensierato (se non salta su mine a deframmentazione) e viene indotto a fare l’alchimista? i pre-giudizi arrivano post: nell’età adulta. Sembra quasi che l’uomo perda sempre più, durante gli anni, l’intelligenza e poi muoia.
L’oro, una volta soddisfatto il bisogno umano di sopravvivenza, è veramente poca roba. Non capisco la ricchezza e il denaro per il denaro, non comprendo il senso del capitale. Alla morte dovremo, agnosticamente, restituirlo. Il senso di onnipotenza dato dall’oro è solo un trucco di prepotenza sociale, bullismo. Una volta compreso questo trucco si può vivere in pace con se stessi, senza gloria e senza lode.
In caso di sopraffazione ci sono diverse strade, considerando che la storia può essere sempre diversa. Ne prendo due a me culturalmente lontane: quella rivoluzionaria francese, quella nonviolenta gandiana. La seconda, sottolineo, affonda le radici nel senso religioso (e sarebbe giusto e bene riconoscere che la diversità non è sempre "oppio dei popoli")
21 aprile, 2010 alle 12:13 pm
Roberto sapevo che prima o poi qualcuno avrebbe tirato in ballo Gaza. Ma che accadesse così presto, è proprio indicativo del fatto che la propaganda sta dando i suoi frutti. Peccato che attecchisce su chi di Gaza non ha capito niente
21 aprile, 2010 alle 11:35 am
@62 non mi pare per nulla una provocazione, c’è anche la realtà storica della trasformazione ( l’incubo dell’alchimista : dall’oro al piombo ) del cristianesimo nella sua istituzionalizzazione.
( o, forse, conquista della bivalenza istituzione / comunità )
21 aprile, 2010 alle 11:25 am
onyric carissimo, scusa la provocazione ma forse non è "resistito" nemmeno il cristianesimo..
allora. onyric, di quale "popolo" e "assimilazione" stiamo parlando? C’è un frammento di verità storica in quello che dici ma i confini del senso di alcune parole sono imperfetti, umanamente imperfetti (grazie a D)
21 aprile, 2010 alle 11:12 am
non c’era bisogno
21 aprile, 2010 alle 11:06 am
ribadisco
21 aprile, 2010 alle 11:00 am
BABBIONE!
21 aprile, 2010 alle 10:01 am
Ciao Gad,
se hai la possibilità ti consiglio di recuperare l’intervista fatta a Goldkorn su Una Città poche settimane fa, sempre su Marek. Che è davvero un eroe e la sua frase: "la patria sono gli amici e l’albero davanti a casa tua" l’ho eletta a mio personale motto. Grazie per aver ricordato sul blog questa grande figura e grazie per la segnalazione del libro (Di Edelman raccolgo quasi tutto).
http://lineadombra.wordpress.com/2009/10/08/intervista-edelman-linfedele/
http://lineadombra.wordpress.com/2009/07/19/contaminazione-felice/
21 aprile, 2010 alle 9:33 am
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Gad, mi fai capire il significato di questa frase, per favore?
Grazie!
21 aprile, 2010 alle 9:25 am
Ok per la pietruzza insieme
21 aprile, 2010 alle 9:10 am
Ciao Gad
e’ molto interessante questo post.
Intanto volevo segnalarti un evento che ieri si e’ tenuto a Varsavia presso ?ydowski Instytut Historyczny (Jewish Historical Institute) in ul. Tlomackie 3/5. All’interno di un programma chiamato "Il decalogo di Marek Edelman – in omaggio agli eroi del ghetto" che e’ durato tre giorni, c’è’ stata (tra le altre iniziative) la presentazione del libro Bog spi (Dio Dorme): ultima conversazione di Marek Edelman con gli autori Witold Beres e Krzysztof Burnetko.
Essendo stato presentato ieri, non credo ci sia la traduzione in italiano. Oggi ho visto in TV una intervista ai due autori e credo valga la pena leggerlo.
Ti faro’ sapere
PS: purtroppo non mi e’ stato possibile andare in Ul. Mila a Varsavia. A causa dei disagi aerei le persone con cui mi sarei dovuto incontrare non sono potute venire ed io abito a circa 180 km dalla capitale, quindi ci vado quando ho degli incontri di lavoro. Magari l’anno prossimo la pietruzza ce la mettiamo insieme.
21 aprile, 2010 alle 9:04 am
Ebbè, cara citoyenne, il popolo ebraico è l’unico esempio, credo, di resistenza di successo alla grande assimilazione cristiana: è sopravvissuto come nazione senza terra, più che solo etnìa e giustamente ha posto, da sempre, il problema del multiculturalismo in un mondo fondato sulle identità.
Una posizione che dice ‘son qui e qui resto, diverso e cittadino’ mi pare stupendamente senza paura: è riconoscere la dispora come fondante dell’identità ebraica.
21 aprile, 2010 alle 8:04 am
MALEDUCATO E FASCISTA,IO SCRIVO QUELLO KE VOGLIO E SOLO GAD MI PUò CENSURARE EMERITA TESTA DI MINKIA
21 aprile, 2010 alle 7:42 am
Certo che sei creti.no fes
21 aprile, 2010 alle 7:38 am
ruffiana,sant’antonio in nazionale