Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Sono un uomo ricco? Ebbene sì, lo sono. Diciamo grosso modo duemila volte meno ricco di Berlusconi, mille volte meno ricco degli eredi di Agnelli, cinquecento volte meno ricco di De Benedetti, dieci volte meno ricco di un manager come Marchionne, ma ugualmente non posso lamentarmi: con alti e bassi godo da una quindicina d’anni di un reddito elevato. Dopo una gioventù indigente posso permettermi un tenore di vita da benestante, perché guadagno più o meno come un medio imprenditore, o se preferite un avvocato, un notaio, un dentista di successo. Da libero professionista, non dispongo di una rendita garantita: La7 mi ha appena rinnovato un contratto di collaborazione biennale –avrà fatto i suoi calcoli di convenienza- ma non è detto che nel 2012 qualcuno mi vorrà ancora far lavorare in televisione. Peraltro dubito anch’io di voler fare un programma in tv oltre i sessant’anni d’età che si avvicinano minacciosamente. Prevedo che a quel punto la mia dichiarazione dei redditi calerà di parecchio, dopo avere oscillato intorno ai 700 mila euro lordi annui. Come quella di Michele Santoro. O se preferite, il doppio di quel che guadagna ora a La7 il mio amico Enrico Mentana (che però a Mediaset mi surclassava negli introiti). Sempre e comunque un quarto di quel che la Rai paga a Bruno Vespa.
Suppongo di avervi irritati già abbastanza con questa esibizione che mi viene però necessaria per denunciare un vizio nazionale: qui in Italia parlare di soldi è tabù. Considerato volgare, pericoloso, comunque inopportuno. Col risultato che non si riflette mai sulla forma assunta dalla nostra piramide sociale.
Mi è successo l’altra settimana su “La Repubblica” di ragionare su questo tema delle disuguaglianze sociali che gli studiosi descrivono in forte crescita dappertutto, per via della crisi economica, ma che denotano essere particolarmente acute proprio in Italia. Più precisamente: non vi è mai stato nella storia dell’umanità un divario così abissale fra chi sta ai vertici e chi alla base della piramide sociale. Né tanto meno –all’interno di un’azienda- una forbice così allargata fra la retribuzione di chi la guida e la busta paga dei suoi dipendenti.
Per questo mi sono permesso di pubblicare due nude cifre. Nel 2009, annata dura di crisi e cassa integrazione, il nostro primo ministro Silvio Berlusconi ha guadagnato, di soli dividendi Fininvest 126,4 milioni; un operaio Fiat di Pomigliano d’Arco negli stessi dodici mesi ha guadagnato 11 mila euro lordi. Quindi Berlusconi ha percepito un reddito pari a 11.490 volte quello di un operaio di Pomigliano. Lo stesso calcolo applicato a Sergio Marchionne, cioè all’amministratore delegato che ha aperto una vertenza per riformare il contratto di lavoro a Pomigliano, rivela che il manager guadagna 435 volte un suo dipendente. Fino agli anni Ottanta un dirigente al top arrivava solo di rado a guadagnare 50 volte i suoi dipendenti. Siamo sicuri che questa tendenza a stressare le distanze di reddito non finisca per lacerare in modo irrimediabile la nostra società? Con tutta la devozione possibile per il talento di Berlusconi e Marchionne, riesce difficile considerare proporzionato ai meriti il multiplo che li separa dalla media. Se ne può discutere? O bisogna solo mugugnare sui redditi eccessivi di chi ci sta antipatico? Con prevedibilità imbarazzante, “Il Giornale” e “Libero” mi hanno risposto imprecando all’unisono: “Lerner critica i superstipendi. Ma non il suo”; “L’operaista Lerner prende come 72 tute blu”.
Avete presente lo stolto, il dito e la luna? Ora che vi siete tolti il gusto, andate a leggere il libro di Maurizio Franzini, “Ricchi e poveri. L’Italia e le disuguaglianze (in)accettabili”. Lo pubblica l’Università Bocconi. Anche lei troppo di sinistra?
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10 luglio, 2010 alle 9:24 am
Credere nell’Italia
Eccezionale semmai – per un’azienda – è la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire. Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia. L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attività lavorativa. Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo. Insieme ci impegneremo perché si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilità dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere. Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle. Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serietà del progetto «Fabbrica Italia», sento il dovere di difenderlo. Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tanto meno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.
Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere. E’ una delle più grandi assurdità che si possa sostenere. Quello che stiamo facendo, semmai, è compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui è fondata la Repubblica Italiana. L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo è la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra «padroni» e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi. Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.
Voi lo avete dimostrato nel modo più evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si è guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali. Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non può esistere nessuna logica di contrapposizione interna. Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo. Ed è una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.
Un impegno collettivo
Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di là della piccola visione personale. Questo è il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni.
Questo è il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono. Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore. Oggi è una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilità di realizzare questa visione. Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualità e la loro passione per fare la differenza.
Buon lavoro a tutti
10 luglio, 2010 alle 9:20 am
L’azienda e le organizzazioni sindacali che hanno firmato l’accordo -si legge ancora nella nota- si impegneranno per la sua applicazione con modalità che possano assicurare tutte le condizioni di governabilità dello stabilimento". "L’esecuzione di questo accordo nei tempi e nei termini concordati -conclude il comunicato della Fiat- è la condizione necessaria per la continuità dell’impegno della Fiat nella realizzazione del progetto Fabbrica Italia".
Marchionne ai dipendenti: "Scegliere se stare dentro o fuori" "Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono. L’unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco". Lo afferma l’Amministratore Delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in una lettera indirizzata "a tutti i dipendenti dell’azienda in Italia a tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia", sottoolineando che "ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro. Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale". "Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente. Se ho deciso di farlo -esordisce Marchionne- è perchè la cosa che mi sta più a cuore in questo momento è potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione. Non è la Fiat a scrivere questa lettera, non è quell’entità astratta che chiamiamo ’aziendà e non è, come direbbe qualcuno, il ’padronè". "Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare. Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene -ricorda Marchionne- la realtà che sta al di fuori del nostro Paese. Ed è questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perchè non resti isolata da quello che succede intorno. Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilità di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo. Prendete questa lettera come il modo più diretto e più umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose".
4 luglio, 2010 alle 3:24 pm
Io sono meno ricco di un operaio di Pomigliano, eppure mi ci ho saputo adattare bene, perche vivo mille volte meglio di Berlusconio, duemila volte meglio di De Benedetti, tremila volte meglio di Melchionne, quattromila volte meglio degli Agnelli, e diecimila volte meglio di Bossi……..
4 luglio, 2010 alle 9:18 am
Bella la foto, silvio è incontenibile, gli stara’ dicendo:
mi vuoi bene?
3 luglio, 2010 alle 11:27 pm
Condivido molto il suo articolo ma credo che sarebbe giusto inserire nel rapporto fra quanto guadagna Marchionne e quanto un operaio Fiat, magari uno di pomigliano a cui vengono chiesti sacrifici vadano inseriti i bonus, le stock option etc.
Nel 2009 Sergio Marchionne ha guadagnato 4,7 milioni di euro (senza mettere in conto quanto percepito da Chrysler) contro i 3,4 milioni dell’anno precedente. Luca Cordero di Montezemolo (compreso il compenso Ferrari) ha incassato 5,17 milioni di euro, ne percepiva 3,38 nel 2008 (quando le cose andavo bene). Il vicepresidente John Elkann sono andati 631 mila euro.
Se pensate che siano pochi, non vi preoccupate ci ha pensato l’assemblea degli azionisti ad aumentare i premi per il managment 12 milioni di azioni!!! L’anno precedente erano 8 milioni, i 4 di aumento non sono legati al raggiungimento degli obiettivi, sono un stock grant, ovvero l’assegnazione gratuita ai azioni; al prezzo attuale del titolo i 4 milioni di diritti equivalgono a circa 30 milioni di euro. A Marchionne il bonus verrà raddoppiato: da 2 a 4 milioni, legando la parte nuova non a obiettivi di performance ma unicamente al “perdurare dei rapporti professionali con il gruppo sino alla data di approvazione del bilancio consolidato al 31 dicembre 2011”. A Marchionne basterà restare in azienda fino alla primavera del 2012 per incassare il jackpot.
2 luglio, 2010 alle 7:42 pm
leggo in ritardo queso articolo che ci mostra l’ ELOQUENTE fotografia di Marchionne&Berlusconi.
Caro Gad trovo tue le argomentazioni oneste e decisamente corrette.
Quello di cui parli io lo chiamo il "giochino al ribasso"
(E’ un gioco perverso al quale assisto da molti anni, dai tempi della Bassanini e dei sindacati amici)
Come giustamente dici tu è un comodo e perverso modo di PROVARE a zittire chi non ti piace. Chapeau alla evidente volontà di trasparenza che dimostri, io non solo ti credo, ma mi pare di riconoscermi in te e nella stessa strana, insopprimibile, autolesionistica passione politica.
2 luglio, 2010 alle 12:10 pm
Per 352
Non è un circolo vizioso ma un circo di nani e puttanieri.
2 luglio, 2010 alle 12:07 pm
STACCA LA SPINA AL GOVERNO, ELEZIONI SUBITO
ELEZIONI SUBITO
tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-TU ES FOUTU-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu-ru-tu-tu-tu
http://www.youtube.com/watch?v=992RpYwjxxA
2 luglio, 2010 alle 12:03 pm
Parole ponderate e sensate le sue, suppongo che nessuno si possa opporre alle stesse (se non i dirigenti stessi) ma il circolo vizioso è che chi decide degli stipendi dei dirigenti sono i dirigenti stessi o i "padroni" delle aziende che impongono ai dirigenti obiettivi aziendali iperbolici vincolandoli all’erogazione di bonus spaziali. il male dei nostri tempi è l’esagerazione. AD che tagliano teste in azienda pur di contenere i costi (e per assicurarsi un lauto bonus) anzichè cercare di produrre nuove linee di business (non è forse questo il vero senso della parola IMPRENDITORE?). è vero che i dirigenti hanno forte responsabilità e orari di lavoro da tour de force ma è pur vero che il tanto biasimato sistema americano ha fatto proseliti in men che non si dica e a scapito dei lavoratori dipendentei troppo inermi di fronte a tutte le dinamiche distorte che prendono piede nelle aziende moderne. tutti i dirigenti che vogliamo citare avranno fatto anche bene ma ciò non giustifica comunque certe retribuzioni (vorrei abbassare il discorso parlando snche degli stipendi dei calciatori, degli sportivi). è la coscienza che va cambiata e francamente è la cosa più difficile da prevedere anche per il più ottimista di tutti noi.
2 luglio, 2010 alle 10:39 am
(http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Gli_economisti_e_i_fatti?fb=comments#c43822)