Questo articolo è uscito sulle pagine milanesi di “Repubblica”.
Se intendessi candidarmi a sindaco di Milano… Non temete, è solo un’ipotesi per assurdo, ma è utile porsela visto il rapido fiorire e appassire di nomi nel centrosinistra ambrosiano, tutti rimasti nell’ombra tranne il coraggioso Giuliano Pisapia.
Se dunque fossi animato da una tale rispettabile ambizione, cercherei di programmarmi con largo anticipo. L’ideale sarebbe una legislatura di apprendistato politico-amministrativo in consiglio comunale, per instaurarvi un dialogo con la cittadinanza. Accreditandomi quindi nella pubblica competizione con i requisiti indispensabili: esperienza e dedizione.
Ma nella Milano di oggi neppure questi requisiti basterebbero. Stavolta le possibilità di ribaltare il ventennio di governo della destra a Palazzo Marino, o quanto meno di propiziarvi una fase intermedia di opposizione incisiva, dipendono anche dalla caratura politica del candidato sindaco. L’acutezza delle ingiustizie sociali patite da tante famiglie, il degrado dell’ambiente e della vivibilità urbana, la degenerazione affaristica di una parte cospicua dell’élite cittadina, rendono evidente la necessità di un’alternativa culturale netta. Cioè di un’alternativa politica, moderata, civile, ma forte.
Non è il tempo di figure nobili ma neutre, né di candidature tecniche, col rischio di apparire sbiadite. Ciò che taluni rimproverano a Giuliano Pisapia -il profilo di dirigente politico della sinistra, seppure arricchito dalla familiarità con le tradizioni migliori della borghesia milanese- a me pare esattamente il suo punto di forza. L’esperienza parlamentare di Pisapia e la sua consuetudine col mondo del lavoro dipendente, dell’associazionismo sociale, della cultura alternativa, sono in grado di incentivare una spinta di partecipazione diffusa alla campagna elettorale senza cui la partita sarebbe persa in partenza. Altrettanto importante è l’impegno preventivo assunto da Pisapia: rimanere alla guida dell’opposizione, in caso di sconfitta, perché sta accingendosi a un progetto politico di lungo periodo, non a un’opa societaria.
Direi la stessa cosa se, al posto di Pisapia, si fosse fatto avanti al momento giusto un leader politico di caratteristiche diverse, da lui anche distanti, ma altrettanto schierato da tempo contro il sistema di potere berlusconiano. Come ad esempio Bruno Tabacci. Ma non mi risulta che tra gli altri, ottimi nomi circolanti, ce ne sia uno in grado di suscitare più entusiasmo e soprattutto di raccogliere più voti di Pisapia. Né vedo chi abbia le caratteristiche necessarie per assumere il ruolo di guida politica di un nuovo schieramento.
Siamo proprio sicuri che il candidato giusto per battere la Moratti debba “rappresentare l’imprenditoria, la borghesia, le categorie professionali”, come sostiene Massimo Cacciari? Temo che sia questo un riflesso pigro, legato a una visione sociologica superata di Milano. Non fa i conti con i fallimenti e gli arricchimenti speculativi dell’establishment che galleggia nella crisi economica, incurante delle disuguaglianze e dei guasti provocati intorno a sè. Ignora la portata dei nuovi conflitti metropolitani e il bisogno di giustizia, di efficienza amministrativa, di solidarietà che cresce fra i giovani tagliati fuori. Se c’è un luogo in Italia dove necessitiamo di elaborazione critica, di un pensiero finalizzato a superare la cantilena del neo-liberismo, quel luogo è proprio Milano.
Capisco che si ponga nel Pd un problema di compensazione, determinato dall’appartenenza di Pisapia al partito di Nichi Vendola (peraltro con un ruolo da sempre autonomo e indipendente). Lo si affronti in sede nazionale. Ma non si dica che la leadership di Pisapia risulterebbe estranea al progetto di un grande partito aperto e unitario del centrosinistra.
Ben vengano altre candidature, se ci sono: le primarie serviranno a selezionarle. Ma alle 90 personalità del mondo delle professioni coordinate da Riccardo Sarfatti, quando formuleranno la loro proposta di candidatura, chiederei di utilizzare lo stesso criterio che applicherebbero nell’ambito delle proprie competenze specifiche. Stiamo parlando di un potenziale sindaco di Milano. Designerebbero mai alla guida della loro attività un personaggio illustre ma inesperto?
Nella primavera del 2011 Milano sarà teatro di uno scontro politico aspro in cui si misureranno visioni alternative della società e della democrazia. Va guidato con moderazione e fermezza, virtù che non s’inventano dall’oggi al domani. Anche Cacciari veniva additato come filosofo estremista quando ottenne la sua prima vittoria a Venezia. A Milano è più difficile, ma abbiamo di fronte una classe dirigente di destra lacerata e sommersa dalla pubblica riprovazione. Giuliano Pisapia oggi figura più di chiunque altro come la persona giusta per guidare una riscossa civica.
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27 maggio, 2011 alle 10:23 am
[...] Ecco perché alla fine lo hanno fatto fuori e ora veleggia da solo Verso Nord. Gad Lerner dal suo blog gli diede subito contro sostenendo che Milano è ormai cambiata. Che il disagio è troppo [...]
12 maggio, 2011 alle 5:35 pm
Giuliano Pisapia, ex aderente del Movimento studentesco anni Sessanta/Settanta i cui sodali, nel luglio del 1969, mentre tenevano all’Università statale di Milano – Via Festa del Perdono – una “serata” a sostegno dell’”eroico” popolo palestinese oppresso dalla “tirannia” israeliana, aggredivano – sotto gli auspici di Mario Capanna, Luca Cafiero, Salvatore Toscano & Co. – mia moglie incinta e me che ci trovavamo in Aula a p.t. a CONTESTARE quelli che poi porteranno, nei 40 anni successivi e fino a oggi, al terrorismo di Abu Nidal, alla Strage di Monaco, a Fatah del “Premio Nobel per la pace” Yasser Arafat, allo “sceicco” Yassin, alle manifestazioni antisemite della Triplice sindacale di Assisi, a Hamas di Ismail Hanijeh, al rogo di bandiere israeliane a ogni angolo di strada e… il seguito è dietro l’angolo!
Pisapia, tu e chi ti sostiene: VERGOGNATEVI!!!…
12 aprile, 2011 alle 4:07 am
Great thinking! That really brkeas the mold!
28 settembre, 2010 alle 10:33 pm
[...] che antepongono gli interessi della città al proprio tornaconto. Come Gerardo D’Ambrosio o Gad Lerner, che si sono schierati per Giuliano Pisapia. Sono certo che altri seguiranno l’esempio, [...]
2 settembre, 2010 alle 6:49 pm
2 settembre, 2010 alle 5:06 pm
Problemino del giorno: tra un urbanista ed un avvocato, quale proporre per la carica di sindaco di una metropoli ? Chissà che mestiere è, fare il sindaco.
2 settembre, 2010 alle 4:59 pm
ciao Luther,certo Boeri (per il momento)ha più visibilità le sue opere di architetto si possono vedere toccare con mano una costruita realtà,tangibile e non verbale.Questo penso inciderà sulle preferenze(dell’intervista Moratti non sono al corrente)
1 settembre, 2010 alle 8:17 pm
ciao Henriette…io dico Pisapia, mi garba di più.
hai per caso letto l’intervista della Moratti sul bollettino? incredibile il suo paraculsimo
1 settembre, 2010 alle 7:32 pm
Pisapia o Boeri?
5 agosto, 2010 alle 12:22 pm
Un incontro segreto tra Haider e Gheddafi Jörg Haider
3 agosto, 2010 alle 4:08 pm
Per Napoli invece va bene anche il primo che passa, purchè abbia un nome conosciuto e NON abbia mai avuto a che fare con la politica (quella vera) nè, dioneguardi, con l’amministrazione. Infatti la sinistra punterebbe su De Magistris e la destra su Marinella (quello delle cravatte!). Nel primo caso, il tentativo di rispondere al populismo con il populismo (nella patria di Masaniello) e nel secondo, un gesto di pura investitura servile (lo stesso Marinella ha raccontato ai giornali di essersi avvicinato a Sua Maestà per ringraziarlo del favore attribuitogli scegliendo le sue cravatte e, per tutta risposta, il Magnanimo gli ha offerto la candidatura a sindaco della città).
3 agosto, 2010 alle 2:34 pm
Gheddafi è un fascista, e infatti nascondeva il gruzzolo ad haider un altro fascista, pure nazista.
3 agosto, 2010 alle 1:53 pm
Per 283
Ma stai scherzando? Lascia stare Gheddafi che resta un icona della sinistra nonostante sia stato "infettato" in parte dalla velenosa piovra del solito circo.
Gheddafi è molto meglio di tanti Zio Topia figli della Cia e della Dia…..
Magari avessimo un Gheddafi non avremmo i fascisti ed i piduisti al potere e nemmeno i terroristi usa in casa.
3 agosto, 2010 alle 1:37 pm
Il temino non ti stuzzica ma è mooolto interessante.
Quello che legava haider a Gheddafi ha la stessa fisiologia di quello che lega il nano a fascista Gheddafi e al neonazzista Bossi.
3 agosto, 2010 alle 1:34 pm
Per 281
Perchè quando parli del tappo voli così basso? Inventa qualcosa
di credibile su hitler-berlusconi già che ci sei, come se non bastassero la’attuale gurra e le sue atrocità già accertate: Mills
P3, tav, G8, repressioni, minacci, giornalisti mltrattati da La Russa che decide quali giornalisti rieducare a schiaffi ed olio di ricino e via dicendo…
Temino per le vacanze: Hitler e Berlusconi analogie e differenze.
3 agosto, 2010 alle 12:59 pm
Se bankimoon da il nulla osta anche il Mossad si puo’ prendere le proprie responsabilità, senza fingere di non sapere dei traffici tra Haider-Berlusconi-Gheddafi
3 agosto, 2010 alle 12:52 pm
Sondaggino piddino
Cosa getteresti dalla torre di Pisa,
la nutella,la mortadella, la melandri
la monaca di Monza, la foca monaca
o la Pisapia?
3 agosto, 2010 alle 8:54 am
Gentile Unità 278, mi scuso con te, perchè ti ho sempre considerato un po’ ‘fumato’, ma ora condivido le tue considerazioni.
(Certo però che inneggiare a Pol Pot, be’ questo ce lo puoi risparmiare, no?)
Quando la Gelmini presentò la riforma della scuola disse che si trattava di una riforma ‘epocale’ e subito pensai: ma come parla questa? Epocale? ma che razza di termini usa, che presunzione! Epocale forse nel senso di una distruzione mai vista prima d’ora!
Epocale, detto da uno storico dà l’idea di una valutazione a posteriori che valuta l’incidenza di un evento, ma detto nel presente per il presente, non lo capisco proprio. Detto poi con quell’entusiasmo, verve, gioiosità che la Gelmini (non) esprime, mi sembra proprio senza senso. Come sono senza senso molte parole della politica.
In Palombella Rossa, Nanni Moretti diceva alla giornalista: ma come parla? ma che cosa dice? chi parla male, pensa male.
Ciao.
Silvana
2 agosto, 2010 alle 10:34 pm
Per 277
La Gelmini pensavo recitasse la parte della maestrina di una scuola elementare durante il regime fascista. Poi mi hanno detto che non era un film era l’intervista vera a un ministro di Berlusconi.
Basta guardare come tieni i capelli raccolti,i gonnoni neri che porta malissimo, il falso pudore, gli occhiali neri da primi decenni del secolo passato, le parola compassate che usa, lo sguardo sempre serissimo mentre blatera sciocchezze e l’aria da scienziata mentre è solo una maestrina da ventennio, Ahahahah, ma ci rendiamo conto che l’orrore non sono olo le ruberie ma anche questi squalidi spettacoli dalla maestrina da ventennio alla Carfagna ex provocante diva da Calendario con pose da privè?
Basta osservare il finto pudore della maestrina da ventennio fascista,
l’atteggiamento puritano della Carfagna ex diva da calendari molto osè quasi vicini al genere porno, il "curato" Bondi che scopriamo divorziato e con precedenti violenze alla ex moglie presa a schiaffoni in faccia, per capire quanto sono ipocrite e ripugnanti le case delle libertà o meglio i casini o bordelli dele libertà come il tristemente famoso Palazzo Grazioli a Roma e Villa Certosa in Sardegna frequentato da ogni genere di prostituite ed a quanto pare dalla minorenne Noemi, da altra minorenne da Topolek nudo ovvero un ministro della Repubblica ceca che se ne va in giro nudo nella megavilla di Berlusconi di certo non in cerca della collezione di farfalle di papi Silvio.
Ma non hanno un miimo senso di decenza Berlusconi e la sua banda sempre più inguaiata in inchieste per ruberie e porcherie varie?
2 agosto, 2010 alle 9:34 pm
274 ci vuole pazienza, sono
tempi duri, ora anche le lauree non hanno piu’ il valore di un tempo, visto che le regalano a chiunque.
quale sarebbe l’Universita’ cosi’ generosa?merita un premio dalla Gelmini
2 agosto, 2010 alle 8:09 pm
Quanto vale la torre d’avorio di Piasapia costruita quando imbronglando gli elettori si candidava in un partito falsamente comunista e resposnabile dei crimini del governo prodi?
Dei loro miliardi questi clericali e nemici del popolo non parlano mai!
2 agosto, 2010 alle 7:45 pm
Ora, dopo aver fatto una lunga passeggiata su un piede solo, saltellando sul cornicione del tetto della mia abitazione,
insieme alla mia gatta preferita,
ritorno in cucina fiondandomi dalla finestra,
per mangiarmi 3 buone mozzarelle,
arrivate stamane fresche con l’aereo allo scalo di Linate.
E il primo che parla di frasi allusive è privo di buonasperanza.
2 agosto, 2010 alle 6:34 pm
273-Questa cosa dei 20 milioni di italiani pronti a lottare (ove per lottare si intende menar ceffoni, non credo che Bossi alluda a tenere il broncio per due mesi) la trovo gustosissima, in pratica 1 su tre inclusi neonati ed anzianotti sarebbero sul piede di guerra incivile.
E il bello è che NESSUNO si sia messo lì a far due conti e a dire al senatore (prossimo peraltro a ricevere una laurea in comunicazione a scrocco, certo uno che elabora il celodurismo+bandiera ad uso scottex vuoi non omaggiarlo con una laurea??) che se si prendesse del tempo per ripristinare il cervello sarebbe meglio per tutti.
2 agosto, 2010 alle 6:16 pm
gio57 scrive:
2 agosto, 2010 alle 6:06 pm
Allora è prossimo, a cadere.
2 agosto, 2010 alle 4:23 pm
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CASA A MONTECARLO, NON SANNO, NON RICORDANO, NON DICONO.
..PRIMI LAPSUS DEI TESORIERI AN.
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Non sanno, non ricordano, non dicono. Poi ammettono di sapere qualcosa, di ricordare effettivamente qualcos’altro, e finalmente qualcosina dicono, ma si contraddicono l’uno con l’altro.
L’imbarazzante ping pong sull’appartamento di Montecarlo fra i finani Donato Lamorte, ex capo della segreteria di An, e Francesco Pontone, tesoriere dell’ex partito, sta raggiungendo vette straordinarie.
Ieri l’ultima chicca. Al Corriere della Sera Lamorte si confessa: «L’ho vista quella casa (di Montecarlo, ndr). Nel 2008 facemmo una gita, eravamo in dieci». Domanda successiva: com’era? Bella? «Tremenda. In uno stato deplorevole, fatiscente. Cataste, vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di prenderti la setticemia e morire». Quindi non valeva tre milioni, chiede ancora il Corriere. «No, di sicuro. Se uno spende una cifra del genere è pazzo».
E ancora. Pare sia stata venduta per 67mila euro, a una società off-shore, non proprio trasparente: «Solo? Troppo poco. Ma non me ne intendo di queste cose: quando Almirante mi diceva firma, io firmavo. Chiederò a Pontone, che era il tesoriere quando fu venduta. I poteri ce li aveva lui». Bene.
La versione di Lamorte, come vedremo di qui a poco, fa acqua.
E aggrava sempre di più la posizione di chi, intorno al presidente della Camera, ha eretto un muro di gomma sulla casa monegasca dove oggi alloggia il «cognato» di Fini.
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Allora. Quando il Giornale ha sollevato il caso s’è premurato di chiedere conto anche ai due «amministratori» del partito che quel bene ereditato avevano gestito. Sul Giornale del 29 luglio, però, Lamorte cade dalle nuvole. Giura di non sapere niente dell’appartamento monegasco, se non che apparteneva a una simpatizzante di An, e che poi è stato venduto. Non ha idea a chi sia stato alienato e perché oggi ci abiti Giancarlo Tulliani: «Chiedete a Pontone».
Al Corriere, sempre il 29 luglio, però Lamorte ritrova invece la memoria e finalmente ammette di sapere qualcosa di quell’immobile per essersene occupato personalmente: «Andai a vederlo: circa 45 metri quadri, in condizioni fatiscenti. Niente vista mare, né finestre su strada. Chi comprò? Una società. Chiedete a Pontone», che col Giornale è caduto dal pero: «L’appartamento fu venduto, ma non ricordo a chi».
Lamorte dunque sapeva, ma al Giornale ha detto il contrario di quanto riferito al Corriere. Passi. Nel suo intervento bis sul quotidiano di via Solferino, però, il fedelissimo di Fini omette dettagli importanti. Che lo riguardano. Il primo si riferisce al fatto che non andò nel 2008 a visionare l’appartamento, bensì prima, molto tempo prima. Nel lontano anno 2000, pochi mesi dopo la morte della contessa Colleoni e l’apertura del testamento olografo.
Ci è stato confermato direttamente da chi, con l’onorevole Lamorte, dal 2000 al 2006 è stato ciclicamente in contatto per cercare di acquistare l’appartamento al 14 di Boulevard Princess Charlotte arrivando a offrire cifre enormemente più interessanti dei 67mila euro che nel 2008 basteranno a una società off-shore (con sede nel paradiso fiscale di Saint Lucia) per chiudere la compravendita.
Nel 2000 si è partiti col proporre un milione di euro, lievitato fino al milione e mezzo con l’ultima proposta d’acquisto recapitata nel 2006 «all’attenzione dell’onorevole Donato Lamorte» nella sede di Alleanza nazionale in via della Scrofa.
Perché dire no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo nel 2005, e dire sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato via l’immobile per solo 67mila euro (poi rivenduta a un’altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila)? Lamorte non sa spiegarlo, eppure dovrebbe ricordarsi di quando nel 2000 (e non nel 2008) andò a parlare col vicinato chiedendo spiegazioni sull’amministrazione del condominio.
Dovrebbe rammentare di quando ai condòmini lasciò biglietti da visita «per qualsiasi chiarimento in merito alla futura vendita dell’appartamento che il partito ha eredito da una nobildonna romana nostra simpatizzante», e proprio attraverso quei biglietti venne spesso disturbato via telefono o con raccomandate con ricevuta di ritorno. «Ogni volta che chiamavano per sapere se finalmente aveva deciso di mettere in vendita l’appartamento – hanno raccontato al Giornale gli inquilini – dal partito, a Roma, prendevano tempo.
Ci dicevano che ancora non era deciso nulla e bisognava aspettare e che poi ci avrebbero fatto sapere (…).
Poi c’è stato un buco di qualche anno, fino a che, all’incirca 2 anni fa, sono cominciati i lavori».
E proprio in quell’ultimo periodo i condòmini avrebbero visto materializzarsi nel palazzo Gianfranco Fini e signora, sorella del neo inquilino che a detta di chi ha svolto i lavori di ristrutturazione aveva contatti diretti con la Ltd caraibica.
E ancora. Quando Lamorte paragona a una topaia l’appartamento posizionato in una delle zone più belle di Montecarlo, dovrebbe ben sapere che proprio per l’inerzia di An l’immobile è stato inspiegabilmente abbandonato a se stesso dal 2000 al 2008, salvo essere ripreso in considerazione solo quand’è spuntato l’acquirente off-shore con una sua società anonima creata, guarda la coincidenza, proprio nei giorni del business immobiliare fra Roma e i Caraibi.
Eppoi al di là delle condizioni in cui l’immobile i referenti romani di An lo hanno effettivamente rinvenuto, la stima economica delle mura, in quel punto del Principato – a sentire le agenzie immobiliari del quartiere monegasco – è una sola: 20mila euro al metro quadro, che sale fino a 30mila in caso di locale appena ristrutturato.
E nell’immobile in cui è andato a vivere in affitto Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini, le opere di ristrutturazione sarebbero state fatte senza badare a spese, con il neo inquilino sempre presente nel cantiere per aggiornarsi sullo stato d’avanzamento lavori. Ovviamente Lamorte può non sapere a quanto la Timara Ltd ha poi affittato a Giancarlo Tulliani, «cognato» del suo presidente, l’appartamento che la contessa Anna Maria Colleoni ha lasciato in eredità ad Alleanza nazionale.
E anche se i legali dell’inquilino di Montecarlo assicurano che l’affitto viene puntualmente pagato sulla base di un «regolare contratto di locazione», ad oggi resta sconosciuto l’importo oltreché le circostanze che hanno portato Giancarlo Tulliani a occupare l’appartamento ereditato, per conto del partito, da suo «cognato».
Così come sconosciuti al mercato finanziario internazionale risultano i soci della società off-shore che hanno trattato con Alleanza nazionale (il deputato Lamorte, il senatore Pontone, o chi altro?) per vedersi «regalato» un appartamento che sarà stato anche maleodorante come uno slum indiano,
ma le cui mura ancor oggi profumano d’affare.
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(G.M. Chiocci)
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Casa a Montecarlo, primi lapsus dei tesorieri An
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2 agosto, 2010 alle 4:21 pm
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CASA A MONTECARLO, NON SANNO, NON RICORDANO, NON DICONO.
…PRIMI LAPSUS DEI TESORIERI AN.
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Non sanno, non ricordano, non dicono. Poi ammettono di sapere qualcosa, di ricordare effettivamente qualcos’altro, e finalmente qualcosina dicono, ma si contraddicono l’uno con l’altro.
L’imbarazzante ping pong sull’appartamento di Montecarlo fra i finani Donato Lamorte, ex capo della segreteria di An, e Francesco Pontone, tesoriere dell’ex partito, sta raggiungendo vette straordinarie.
Ieri l’ultima chicca. Al Corriere della Sera Lamorte si confessa: «L’ho vista quella casa (di Montecarlo, ndr). Nel 2008 facemmo una gita, eravamo in dieci». Domanda successiva: com’era? Bella? «Tremenda. In uno stato deplorevole, fatiscente. Cataste, vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di prenderti la setticemia e morire». Quindi non valeva tre milioni, chiede ancora il Corriere. «No, di sicuro. Se uno spende una cifra del genere è pazzo».
E ancora. Pare sia stata venduta per 67mila euro, a una società off-shore, non proprio trasparente: «Solo? Troppo poco. Ma non me ne intendo di queste cose: quando Almirante mi diceva firma, io firmavo. Chiederò a Pontone, che era il tesoriere quando fu venduta. I poteri ce li aveva lui». Bene.
La versione di Lamorte, come vedremo di qui a poco, fa acqua.
E aggrava sempre di più la posizione di chi, intorno al presidente della Camera, ha eretto un muro di gomma sulla casa monegasca dove oggi alloggia il «cognato» di Fini.
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Allora. Quando il Giornale ha sollevato il caso s’è premurato di chiedere conto anche ai due «amministratori» del partito che quel bene ereditato avevano gestito. Sul Giornale del 29 luglio, però, Lamorte cade dalle nuvole. Giura di non sapere niente dell’appartamento monegasco, se non che apparteneva a una simpatizzante di An, e che poi è stato venduto. Non ha idea a chi sia stato alienato e perché oggi ci abiti Giancarlo Tulliani: «Chiedete a Pontone».
Al Corriere, sempre il 29 luglio, però Lamorte ritrova invece la memoria e finalmente ammette di sapere qualcosa di quell’immobile per essersene occupato personalmente: «Andai a vederlo: circa 45 metri quadri, in condizioni fatiscenti. Niente vista mare, né finestre su strada. Chi comprò? Una società. Chiedete a Pontone», che col Giornale è caduto dal pero: «L’appartamento fu venduto, ma non ricordo a chi».
Lamorte dunque sapeva, ma al Giornale ha detto il contrario di quanto riferito al Corriere. Passi. Nel suo intervento bis sul quotidiano di via Solferino, però, il fedelissimo di Fini omette dettagli importanti. Che lo riguardano. Il primo si riferisce al fatto che non andò nel 2008 a visionare l’appartamento, bensì prima, molto tempo prima. Nel lontano anno 2000, pochi mesi dopo la morte della contessa Colleoni e l’apertura del testamento olografo.
Ci è stato confermato direttamente da chi, con l’onorevole Lamorte, dal 2000 al 2006 è stato ciclicamente in contatto per cercare di acquistare l’appartamento al 14 di Boulevard Princess Charlotte arrivando a offrire cifre enormemente più interessanti dei 67mila euro che nel 2008 basteranno a una società off-shore (con sede nel paradiso fiscale di Saint Lucia) per chiudere la compravendita.
Nel 2000 si è partiti col proporre un milione di euro, lievitato fino al milione e mezzo con l’ultima proposta d’acquisto recapitata nel 2006 «all’attenzione dell’onorevole Donato Lamorte» nella sede di Alleanza nazionale in via della Scrofa.
Perché dire no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo nel 2005, e dire sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato via l’immobile per solo 67mila euro (poi rivenduta a un’altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila)? Lamorte non sa spiegarlo, eppure dovrebbe ricordarsi di quando nel 2000 (e non nel 2008) andò a parlare col vicinato chiedendo spiegazioni sull’amministrazione del condominio.
Dovrebbe rammentare di quando ai condòmini lasciò biglietti da visita «per qualsiasi chiarimento in merito alla futura vendita dell’appartamento che il partito ha eredito da una nobildonna romana nostra simpatizzante», e proprio attraverso quei biglietti venne spesso disturbato via telefono o con raccomandate con ricevuta di ritorno. «Ogni volta che chiamavano per sapere se finalmente aveva deciso di mettere in vendita l’appartamento – hanno raccontato al Giornale gli inquilini – dal partito, a Roma, prendevano tempo.
Ci dicevano che ancora non era deciso nulla e bisognava aspettare e che poi ci avrebbero fatto sapere (…).
Poi c’è stato un buco di qualche anno, fino a che, all’incirca 2 anni fa, sono cominciati i lavori».
E proprio in quell’ultimo periodo i condòmini avrebbero visto materializzarsi nel palazzo Gianfranco Fini e signora, sorella del neo inquilino che a detta di chi ha svolto i lavori di ristrutturazione aveva contatti diretti con la Ltd caraibica.
E ancora. Quando Lamorte paragona a una topaia l’appartamento posizionato in una delle zone più belle di Montecarlo, dovrebbe ben sapere che proprio per l’inerzia di An l’immobile è stato inspiegabilmente abbandonato a se stesso dal 2000 al 2008, salvo essere ripreso in considerazione solo quand’è spuntato l’acquirente off-shore con una sua società anonima creata, guarda la coincidenza, proprio nei giorni del business immobiliare fra Roma e i Caraibi.
Eppoi al di là delle condizioni in cui l’immobile i referenti romani di An lo hanno effettivamente rinvenuto, la stima economica delle mura, in quel punto del Principato – a sentire le agenzie immobiliari del quartiere monegasco – è una sola: 20mila euro al metro quadro, che sale fino a 30mila in caso di locale appena ristrutturato.
E nell’immobile in cui è andato a vivere in affitto Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini, le opere di ristrutturazione sarebbero state fatte senza badare a spese, con il neo inquilino sempre presente nel cantiere per aggiornarsi sullo stato d’avanzamento lavori. Ovviamente Lamorte può non sapere a quanto la Timara Ltd ha poi affittato a Giancarlo Tulliani, «cognato» del suo presidente, l’appartamento che la contessa Anna Maria Colleoni ha lasciato in eredità ad Alleanza nazionale.
E anche se i legali dell’inquilino di Montecarlo assicurano che l’affitto viene puntualmente pagato sulla base di un «regolare contratto di locazione», ad oggi resta sconosciuto l’importo oltreché le circostanze che hanno portato Giancarlo Tulliani a occupare l’appartamento ereditato, per conto del partito, da suo «cognato».
Così come sconosciuti al mercato finanziario internazionale risultano i soci della società off-shore che hanno trattato con Alleanza nazionale (il deputato Lamorte, il senatore Pontone, o chi altro?) per vedersi «regalato» un appartamento che sarà stato anche maleodorante come uno slum indiano,
ma le cui mura ancor oggi profumano d’affare.
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(G.M. Chiocci)
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Casa a Montecarlo, primi lapsus dei tesorieri An
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2 agosto, 2010 alle 7:14 am
Quote latte : la Lega difende i disonesti – E così paghiamo noi. La notizia è scomparsa .
2 agosto, 2010 alle 6:57 am
semmai, per ripartire tutti col piede giusto:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/01/fini-ha-il-dovere-di-rispondere-ai-servi-del-sultano/46511/
2 agosto, 2010 alle 6:53 am
Per 266
Stai tu farneticando Linda. Le delocalizzazioni sono avvenute proprio per la distruzione e i relativo saccheggio e sfruttamento di quelle popolazioni da parte dei porci capitalisti.
Prenditela con Prodi e con Gad che non ha fatto che esaltare questo reazionario responsabile di guerre, di eccidi nei paesi aggrediti e del massacro di milioni di lavoratori italiani e di altri paesi.
Se vogliamo garantire a tutti un lavoro, una casa dignitosa e buoni salari dobbiamo giustiiziare dopo regolare processo gli imprenditori nazisti ed imperialsti ed i loro servi, non continuare nelle campagne terroriste sulla "morte del comunismo".
Non siamo morti,dobbiamo colpire come il filmine i nemici del popolo in Italia ed in tutto il mondo, devono essere suppliziati perchè senza un vero stato proletario e terrorista non ci sarebbe oggi nè Cuba nè òa Cina.
I porci devono sapere che in una vera democrazia parlare di imprenditori o di capitalismo può comportare anche di essere linciati.
Noi dobbiamo amare di più Cuba, la Corea del Nord, il Venezuela, la Cina
ed odiare di più gli stati anticomunisti ovvero il nazismo imperialismo.
I dirigenti del PCI divenuti troie degli stati uniti che cosa hanno fatto? Hanno permesso ai porci nazisti usa di stuprare, di sterminare donne vecchi, bambini e neonati in Italia e nel mondo restando impuniti.
Questo non è solo un tradimento di qualche porco che si è arricchito occupando le sezioni del Pci costruite con il sacrificio della lotta armata partigiana, questo è un crimine contro l’umanità e dobbiamo farla pagare cara agli immondi corrotti e troie dei porci usa e di imprenditori nazisti apologeti della legge biagi, sfruttatori e massacratori di migliaia di operai.
UNITA’ OPERAI, STUDENTI, DOCENTI, IMMIGRATI PER L’ABBATTIMENTO DEL GOVERNO BERLUSCONI E DEL CAPITALISMO!
2 agosto, 2010 alle 6:51 am
vedi, italiano/veneziani, il capolinea, per definizione, è il punto di arrivo e di partenza.
mai come adesso le direzioni sono varie e la meno attraente e probabile è risalire sullo stesso mezzo per rifare la stessa strada.
2 agosto, 2010 alle 6:31 am
Unita’
ma noi chi?
e poi scusa ma non so se ti rendi conto che per dar da mangiare agli ex paese comunisti ci siamo impoveriti tutti noi (delocalizzazioni in Polonia Romania Cina)
Percio’ se fossi in te io eviterei di continuare a farneticare.
2 agosto, 2010 alle 1:58 am
La giustizia di Madre Teresa Covatta…
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=109944&sez=HOME_INITALIA
2 agosto, 2010 alle 12:26 am
Levate la foto di Pisapia, l’articolo è invenduto!
Un foto di Desdemona Lioce almeno qui no? Sempre
mummie e fossili della casta?
2 agosto, 2010 alle 12:16 am
unita’,
questa ultima e’ una interpretazione più convincente; anche se ti invito a riflettere 1) sulla necessita’ di pensare la dicotomia tra pensiero costituente e costitutivo, per niente irrilevante e scontata…2) sulle conseguenze che ha ‘il mutamento dei rapporti di produzione’ e ‘la fine della centralità operaia e della fabbrica’.
Su Impero e presupposta fine dell’imperialismo, sono d’accordo. La teoria di Negri e Hardt non mi convince affatto. Magari ne riparliamo. Ciao.
2 agosto, 2010 alle 12:09 am
P.S. Non si potrebbe "abbattere" la torre di Pisa?
Ogni volta che entriamo nel dibattito sembra di entrare nella torre di Pisa che non c’entra na mazza con l’argomento del quale stiamo parlando.
Se il buon gad recepisce quello di cui vuole parlare il proletarato ci fa una cortesia, se no si comporta come quelli stalinisti che impongono gli argomenti, i gerarchi, della serie mangia questa minestra o salti dalla finestra, in questo caso dalla torre di Pisapia. Beh Gad noi siamo comunisti e le torri ci piace abbatterle spece quelle della bastigla! Una foto di Tony ridens sarebbe più adatta, grazie!
2 agosto, 2010 alle 12:03 am
Per 260
Ancora una volta mi attribuisci una male interpretazione del pnsiero di Tony. So bene che Tony non sia pacifista e proprio per questo si pone a’interno del movimento anticapitalista, il suo pensiero da Impero in poi è antimarxista per altre ragioni. Ti sembra che le teorie di Impero si siano realizzate o che non esista una nazione egemone ovvero gli stati uniti?
Riguardo alla classe sociale Tony non sostiene che non esista o che non esista più la classe operaia. Per Tony è ancora molto importante la fabbrica, tuttavia riconosce da tempo il mutamento dei rapporti di produzione, la fine della centralità operaia e della fabbrica quale luogo egemone nella produzione dell’odio di classe.
Per Tony il proletariato oggi è più mobile, più cosciente, più organizzato nelal circolazione delle idee e delle persone ma manca una direzione leninista.
Interpreto così il suo pensiero e se anche non fosse proprio questo il pensiero del compagno Tony questa è la realtà che dobbiamo affrontare
con gli scioperi generali, le occupazioni e alla fine l’insurrezione con la costituzione di un potere costituente o meglio di una rivoluzione permanente, uno scontro dialettico e fisico continuo e globale.
1 agosto, 2010 alle 11:35 pm
Unita’ (257),
potere costituente e’ (per necessita’) CONTRO quello costituito, perciò non capisco bene cosa c’entrino i mezzi per affrontarlo (sassi, spranghe etc.).
Negri non e’ mai stato contro la violenza; se per tale si intende la necessita’ di lottare contro il potere e la violenza capitalista (su questo vedi pure anche l’ultimo libro di Losurdo, alcuni scritti di Zizek e Balibar). Semmai e’ Bertinotti che ha fatto della ‘non-violenza’ il suo mantra…
‘Credi che questo dibattito
teorico all’epoca come oggi avesse ed abbia molta importanza?’
Si molta! Perché anche ammettendo che ci sia la possibilità di ‘prendere il potere’, come dici tu, in una logica Leninista (anche se sinceramente mi sembrano discorsi molto campati in aria..perché e’ la ‘classe’ o soggetto rivoluzionario che manca…) e’ IL DOPO che e’ pure molto importante.
sulle contraddizioni interne, sono d’accordo…e credo pochi possano chiamarsi fuori.
1 agosto, 2010 alle 10:59 pm
Per 258
Perchè non te firmi Alberto da porco Rotondo? Solo un cattivo maestro come Altappone o il suo socio er sorcio Topolek nudo possono produrre
ste porcherie infami!
1 agosto, 2010 alle 10:54 pm
Anche il romanesco non ci scherza con i compagni
- Er principe rivoluzzionario (Compagno ricco)
Quanno fa li discorsi, ciacconsento,
è rivoluzzionario e te l’ammetto:
ma quanno che nun parla cambia aspetto,
diventa de tutt’antro sentimento.
È a casa che succede er cambiamento:
povero me, se manco de rispetto!
o se ner daje un fojo nu’ lo metto
come vò lui, ner gabbarè d’argento!
T’abbasti questo: quando va in campagna
a fa’ le conferenze ner comizzio
la moje sua la chiama: la compagna.
La compagna? Benissimo: ma allora
perché co’ le persone de servizzio
la seguita a chiamà: la mia signora? -
1 agosto, 2010 alle 10:51 pm
Per 255
Potere Operaio era un potere costituente non costituito.
Ah beh si beh, spranghe,sassi, Molotov,P38 e piombo entravano come potere costituente o come potere costituito? Credi che questo dibattito
teorico all’epoca come oggi avesse ed abbia molta importanza?
La pensione al Tony.
Excusatio non petita, sei tu che hai iniziato a parlare di questo argomento, della pensione a Tony; è una contraddizione interna a Tony semmai come il fatto che ha usato un partito della borghesia, i radicali per uscire di galera, per quanto mi riguarda altro che pensione lo farei Presidente della Repubblica (sovietica) e non mi frega un caxxo della coerenza, i miei genitori lo hanno votato all’epoca non perchè credevano ai radicali ma per liberarlo come Lenin ha utilizzato la borghesia tedesca per uccidere Nicola II e altri criminali della corona.
1 agosto, 2010 alle 10:42 pm
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L’ULTIMA CARTUCCIA DEL KAMIKAZE FINI.
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L’ultima cartuccia del kamikaze Fini. …è un kamikaze che passeggia per il Transatlantico imbottito di trentatré chili di tritolo.
Il suo potere è tutto in negativo, non ha sbocchi politici costruttivi ma solo distruttivi; non può dar vita a prospettive ma forse può far saltare in aria il governo e il Parlamento.
Il suo miniclub di parlamentari che lo seguono e la possibilità di collettore degli umori antiberlusconiani danno a lui un’arma micidiale.
Non sottovalutatelo da quel punto di vista.
Del resto la sua carriera politica è stata più quella di kamikaze o di curatore fallimentare, prima dell’Msi e poi di An, che di fondatore. Portò a schiantarsi i partiti che ha guidato. Sul piano politico, Fini rappresenta solo se stesso. Non esprime una linea, un programma, un disegno politico e tantomeno civile e culturale.
Non rappresenta un modo diverso di amministrare né un’esperienza diversa di governo, non dà voce a un significativo bacino di opinione pubblica e non è nemmeno una novità politica.
È infatti l’unico leader che guidava un partito nazionale già negli Anni ottanta. Non rappresenta poi la destra ma la sua dissoluzione.
Con lui la destra ha cessato di essere un soggetto politico per ridursi a una gelatina. Fu lui del resto a suicidare An, dopo aver celebrato il suicidio dell’Msi. Di quel piccolo, sterile e orgoglioso partito, Fini condivise il nostalgismo neofascista usato per fini elettorali ma non la passione ideale né la fiera e testarda coerenza. Condivise il rancore ma non l’etica della lealtà. In questi anni non è stato nemmeno il contrappeso nazionale e statale del leghismo e del mercatismo.
A Berlusconi rimprovera ora quel che lui è stato nel suo partito, un autocrate illiberale che reprime il dissenso e il libero dibattito interno. Chiese perfino la testa di questo giornale. E ora ti trovi un illiberale venuto dal passato come il vate di Futuro e Libertà… Due vaghezze che dicono il nulla e negano ogni identità e ogni tradizione.
Deve la sua fortuna politica alla sua indubbia efficacia oratoria e a tre persone che lo portarono in alto: Almirante che lo volle suo successore, immaginando che il leader della destra di opposizione dovesse avere come requisito quasi esclusivo l’oratoria perché destinato solo alla piazza; Tatarella che lo considerò un bel contenitore vuoto e trasparente che assumeva la sostanza e il colore di chi era alle sue spalle; e Berlusconi che lo inserì nel gioco politico delle alleanze e lo portò al governo.
Dal primo attinse la capacità oratoria e il lessico neofascista, ma senza l’estro e il carisma di Almirante.
Dal secondo ebbe in dono la destra politica e An, nata col concorso di pochi altri, ma senza avere l’intelligenza politica di Pinuccio.
Da Berlusconi ha avuto la grande possibilità di uscire dall’angolo di un partito marginale e andare addirittura al governo e poi alla presidenza della Camera. Ipotesi impensabili se fosse stato lui il leader.
Prescindo dalla ricerca delle ragioni private o psicanalitiche che lo hanno portato negli anni a questa svolta.
Fini porta con sé una pattuglia di reduci missini. Con una spericolata manovra politica ha lasciato un partito della consistenza di An per rifondare un partitino della consistenza del Msi negli anni più bui. Ma un Msi ad uso personale. Ci sono alcuni suoi famigli e miracolati, molti sono uniti dal collante antiberlusconiano e da un’ansia di legittimazione da parte del potere mediatico, culturale e giudiziario. Ma ci sono anche persone perbene o profili di qualità: Baldassarri non è Ronchi, Granata non è Bocchino, Viespoli non è Proietti, tanto per fare qualche paragone. Mai sparare nel mucchio e farsi prendere dal livore.
Fini non può essere il leader del terzo polo, perché c’è già Casini che è più credibile nel ruolo centrista per la provenienza democristiana ed è stato più coerente: quando ha rotto con Berlusconi è uscito con le sue gambe e non si è fatto cacciare, dopo aver ottenuto la nomina a presidente della Camera.
Sarebbe grottesco che ora finisse come vice di Casini, a fianco di Rutelli.
Fini si è giocato il suo ruolo di erede del Pdl e non ha la statura e la capacità per poterlo rifondare su nuovi valori e nuove sensibilità. Non si è mai fatto sentire per quindici anni, quando in molti avvertivamo il bisogno di una correzione di rotta, o anche solo di rappresentare nel Polo una diversa sensibilità politica, civile e culturale.
Non lo abbiamo mai visto impegnarsi a combattere dentro e fuori il centrodestra per selezionare una migliore classe dirigente, per filtrare ministri e capataz, valorizzando i più capaci. Semmai ha solo posto veti per ragioni di scuderia o perché vendicativo (famigerato quello su Tremonti ma ce ne sono tanti altri).
La pattuglia che ha piazzato nei posti di comando e al governo è tra le più scadenti che ci siano in giro. Nonostante lo critichi da diversi anni, non sono affatto contento oggi di descrivere la sua vacuità politica e di notare l’assenza di un disegno politico e culturale oltre il presente.
Il vuoto che ci circonda è impressionante, intorno a Berlusconi e dopo di lui c’è il nulla, e si vorrebbe che qualcosa si intravedesse all’orizzonte.
Ma non è Fini la speranza di un diverso avvenire. Non so se hanno fatto bene a metterlo fuori dal partito, ogni fallimento di un accordo politico è una sconfitta per tutti, seppure in diversa misura e grado di responsabilità.
Certo, Fini e i finiani erano ormai fuori e remavano contro il governo e il loro stesso bacino elettorale di utenza, contro la loro storia prima che contro i loro alleati; non erano più leali non solo al leader ma anche all’opinione pubblica dei suoi elettori.
A giudicare dall’assenza di prospettive, Fini sembra giunto al capolinea.
Ma il pericolo oggi è proprio quello: la disperazione del kamikaze, che ha solo un potere in negativo.
Nell’orizzonte ubriaco del nostro tempo, fra nugoli di propagandisti del nulla che ci circondano, tra forze politiche che collassano, non si può escludere che Fini possa trovare anche un suo spazio. Ma se ciò avverrà, vorrà dire che il contenitore vuoto e trasparente avrà trovato qualcuno pronto a riempirlo.
Ma di leader così, metà kamikaze e metà pilotati, francamente non sappiamo che farcene.
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(M.Veneziani)
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L’ultima cartuccia del kamikaze Fini
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1 agosto, 2010 alle 10:40 pm
Unita’,
SI ma POTERE OPERAIO è POTERE COSTITUENTE non COSTITUITO.
Sardu,
sul fatto che Negri percepisca la pensione da ex-parlamentare, be’ se e’ per questo si e’ fatto pure qualche anno galera solo per motivi politici…questi sono gli argomenti di quelli che non hanno argomenti!
1 agosto, 2010 alle 10:38 pm
Per 253
Ma va a ciapò i ratt ti e la moratt!
MILANO LIBERA DAI LEGHISTI-CAMORRISTI E DALLA P3!
BORTOLATO SINDACO DI MILANO!
http://www.youtube.com/watch?v=jz0fiUljw8I
1 agosto, 2010 alle 10:35 pm
- Canten tucc "lontan de Napoli se moeur"
ma po’ i vegnen chi a Milan -
Se qualcuno, mentre si cuoce il riso, vuol fare un tentativo di familiarizzare un poco con la lingua BAUSCIA; si sa che la cultura non è mai troppa.
- Dormiven dò tosann tutt dò attaccaa
alla stanza de lecc della mammina,
vergin istess tutt dò, ma in quella etaa
che comenza a spiurigh la passarina;
tant che a dispett della verginitaa
faven tra lor di cunt ona mattina
sul gust che pò dà on cazz bell e tiraa
e sulla forma che pò fagh pù mina.
Vuna la dava el vant al curt e al gross,
l’ oltra allongh e suttil, e in del descor
diseven e prò e contra di bej coss;
quand, stuffa, la mammina la se mett
a sbraggià a quanta vos: Cossa san lor?
Dur, e ch’ el dura, e citto vessighett.-
1 agosto, 2010 alle 10:34 pm
Per 251
Lo ammetto, non mi chiamo nè Massimo Tartaglia nè Desdemona Lioce.
Devo vergognarmi di questo?
1 agosto, 2010 alle 10:32 pm
Unità scrive ;
mi interessa abbattere il regime di Berlusconi e farlo tutti assieme.
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Vigliachetto, da solo non te la senti eh?