Facendosi a voce alta la domanda che riguarda tanti altri, il mio amico teologo Vito Mancuso ripropone a modo suo il tema spinoso della coerenza degli intellettuali. Lavorare per la Mondadori? (Ma, se permette, anche per Mediaset?) Magari dandosi l’alibi “di sinistra” che tanto tutti i padroni sono uguali, e di ciascuno puoi indicare una rogna?
Non mi addentro nella vicenda dell’emendamento “ad aziendam” con cui la Mondadori sarebbe stata favorita, consentendole di chiudere vantaggiosamente una controversia col fisco. Più in generale mi chiedo se scrittori che possano permettersi di pubblicare altrove facciano bene a consegnare le loro opere a un’azienda posseduta da Berlusconi facendo finta di ignorare l’impronta culturale di quest’ultimo.
Io non ho nulla contro chi lavora in Mondadori (e a Mediaset) essendo privo di alternative. E ovviamente riconosco che vi sono in quelle aziende ottimi professionisti. Ma chi invece può scegliere, cosa sta lì a fare? Segua l’esempio di Giorgio Bocca, che se n’è già andato. E di Vito Mancuso che per contratto deve ancora consegnare un libro all’editore di Segrate, ma poi intraprenderà nuove strade. Vale anche per Roberto Saviano, naturalmente.
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14 settembre, 2010 alle 1:31 am
Ho saputo della leggina ad aziendam da una televisione regionale, mi sembra che le GRANDI emittenti abbiano guardato volutamente altrove.
Anche LA7? Spero proprio di no altrimenti sarei costretto a portare il mio apparecchio televisivo all’ecocentro.
5 settembre, 2010 alle 7:09 pm
Venerdì 3 settembre nuovo articolo su "la Repubblica" in prima pagina di Mancuso su Mondadori
3 settembre, 2010 alle 7:09 pm
[...] che ho trovato in accorto con Mancuso, e in disaccordo con questi discorsi, è Gad Lerner: giusto citarlo per dovere di cronaca, ma non motiva le sue posizioni. Poi ci saranno i mille che [...]
30 agosto, 2010 alle 6:50 pm
Ho creato un sito per boicottare Mondadori
http://www.facebook.com/home.php?#!/event.php?eid=130547173657474&ref=mf
29 agosto, 2010 alle 10:48 pm
Approvo tutti gli interventi, ma…avrei una domanda: può un scrittore rifiutarsi di prendere soldi da chi ha a che fare con berlusconi e, coerentemente, accettarli da chi ha a che fare con de benedetti (ovvero, se non fosse chiaro, da repubblica)? è forse più grave essere accusati di conflitto di interesse, piuttosto che arrestato per tangenti e condannato per falso in bilancio? o sono forse verità certe quelle che si leggono contro l’uno e calunnie certe quelle che si leggono sui giornali contro l’altro? non sarebbe il caso, per coerenza, quanto meno porsi la domanda? perchè questa domanda me la pongo solo io??? forse sto esagerando con la coerenza…? nutelloso1995@gmail.com
29 agosto, 2010 alle 10:45 pm
Approvo in pieno..tutto perfetto..però…io che non ho niente da perdere avrei una domanda: può uno scrittore rifiutarsi di prendere soldi da chi ha a che fare con berlusconi e, coerentemente, accettarli da chi ha a che fare con de benedetti (ovvero, se non fosse chiaro, da repubblica)? è forse più grave essere accusati di conflitto di interesse, piuttosto che arrestato per tangenti e condannato per falso in bilancio? o sono forse verità certe quelle che si leggono contro l’uno e calunnie certe quelle che si leggono sui giornali contro l’altro? non sarebbe il caso, per coerenza, quanto meno porsi la domanda? perchè questa domanda me la pongo solo io??? forse sto esagerando con la coerenza…? nutelloso1995@gmail.com
26 agosto, 2010 alle 7:42 am
LA LUNGA INCERTEZZA DEL TEOLOGO RITARDATARIO
Pierluigi Battista per il Corriere della Sera
VITO MANCUSO
Andarsene o non andarsene da Segrate? La domanda capitale dell’autore mondadoriano Vito Mancuso è un dilemma al cui confronto i grandi interrogativi della teologia rimpiccioliscono e si appannano. Sul Fatto quotidiano Marco Travaglio tuttavia sostiene che Mancuso può essere legittimamente definito un «teologo ritardatario», che si accorge del conflitto di interessi solo alla «quarantesima legge ad personam », e che nemmeno dichiara la sua scelta, come si evince al termine della lettura («non senza una certa fatica») dell’articolo.
Palazzo_Mondadori
Se ne va? Non se ne va? Non si capisce (finora). E allora? Allora «voleva solo aprire il dibattito con gli altri autori Mondadori di provata fede antiberlusconiana, e vedere l’effetto che fa». Tradotto in termini vernacolari, continua Travaglio: «Che famo, se n’annamo o restamo? Fateme sape ». Facce sape, Mancù. Nun ce lascià cor dilemma mondadoriano ner gozzo.
25 agosto, 2010 alle 9:14 pm
Sarebbe bello conoscere la verità sulle torri ( simbolo dei tecnologici popoli d’occidente…civili? Sempre? Diciamo a volte..forse è più onesto ), una delle tante verità nascoste..
25 agosto, 2010 alle 11:21 am
Gentile Presidente On. Fini
Gentile Staff del Presidente
Gentile Lettore,
Vi confesso che non riesco proprio a capire come la nostra classe politica, in questo particolare momento assai delicato per la nostra economia, possa giornalmente discutere e polemizzare per quisquilie, sciocchezze e comunque elementi secondari, quando vi è in gioco il futuro della nostra amata Nazione.
Sembrano giochi infantili, ripicche stupide che intanto bloccano, o quantomeno ritardano la soluzione dei problemi reali delle persone.
Vi confesso che non riesco proprio ad accettare l’avidità di chi ha tanto, ma desidera fortemente il tutto. Sia che si tratti di banchieri truffaldini, imprenditori disonesti o politici scorretti o/e corrotti.
Mi sento ingenuo ad avanzare la mia candidatura ad occuparmi della cosa pubblica, senza prendere stipendio o, quantomeno, con uno stipendio giusto, equilibrato che mi ricompensi di un’attività che è, o dovrebbe essere, bellissima e che dovrebbe essere fonte di sano orgoglio. Aiutare il prossimo e contribuire ad innalzare il benessere dei cittadini, senza approfittare della situazione, rinunciando a privilegi da casta che indispettiscono l’uomo comune non è inutile populismo, bensì sano buon senso. Impegnato per risolvere i problemi, partendo dalle soluzioni alle sofferenze dei più piccoli per arrivare alle paure degli anziani.
Risolvere problemi senza dogmi, senza barriere religiose o pregiudizi atei, a prescindere dalle classi sociali di appartenenza. Questo è il punto. Volersi bene l’un l’altro. A prescindere.
Denudarsi intellettualmente al fine di capire i problemi senza inutili pregiudizi che possano ostacolare il corretto fluire delle idee e delle opinioni. Possibile che i politici non lo capiscano?
Possibile che il filo diretto con il popolo ( che dovrebbe anche essere aiutato a comportarsi nella maniera giusta e corretta) si attivi solo poche settimane prima del voto?
Vi confesso, inoltre, che non riesco a capire come il potente (e a volte, prepotente) non capisca che il suo ruolo debba essere, innanzitutto, quello di rappresentare un esempio di cristallina onestà, di reale perbenismo sano e non ipocrita. Per la costruzione di una società multiculturale basata sul rigoroso e convinto rispetto delle norme di pacifica convivenza sociale.
Una società nella quale il cittadino non debba accontentare di essere corretto e rispettare le norme, ma debba vigilare con serenità affinchè anche i propri simili si comportino in tal maniera. Per costruire il Palazzo della vita è necessario l’impegno di tutti, nessun escluso, partendo da robuste fondamenta di Etica.
Vi confesso che non riesco a capire come l’uomo politico non possa dispiacersi, o quantomeno preoccuparsi, assistendo ad un "sinistro" 40% di astensione dalle urne. Preoccupante, davvero.
Vi confesso che, se fossi un politico, cercherei di fare in modo di avvicinare tutti i cittadini alla mia professione, ricevendo volentieri anche critiche, purchè costruttive.
Vi confesso che, se fossi un politico, avrei l’umiltà necessaria per ascoltare le valutazioni di tutti, proprio tutti, dal Governatore della Banca d’Italia, all’ultimo homeless della Stazione Centrale di Milano. Tutti possono aiutarmi, tutti possono aiutarci, per il bene nostro e di tutta la comunità. Affetto, amore..sentimenti veri e non parole gettate al vento…
Vi confesso che spero che leggiate tale missiva.
Un caro saluto.
Dott.Venzano Alessandro
Via Casaregis, 20/14 sc dx
16129 Genova
347 6011472
avenzano@tiscali.it
25 agosto, 2010 alle 9:34 am
La coerenza è moda considerarla roba da stupidi. Si dice solo gli stupidi non cambiano mai idea. Fin qui nulla di strano.
Lo strano inizia ad arrivare quando il rispetto tra le cose dette e le cose fatte appare faticoso ed ancor peggio poco conveniente.
Qualche giorno da ascoltando un’intervista di erri de Luca mi sono annotato queste parole del Talmud: ‘Sinché le parole sono nella tua bocca sei il loro signore quando escono dalla tua bocca sei il loro servo’ .
Siamo un abbastanza lontani dall’uso che facciamo oggi della parola.
Ogni giorno lotto per non trasgredire questa semplicissima regola.
Semplicissima e molto dofficile.
25 agosto, 2010 alle 7:48 am
Berlusconi ha detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate – qualora il piano dei “cinque punti” non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento – non si farà incantare da nessuno, tanto meno dai “formalismi costituzionali”. Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla “sovranità popolare” che finora lo ha votato.
La Costituzione in realtà dice: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro “formalismo”. Quanti italiani avranno saputo di queste parole? Fra quelli che le hanno apprese, quanti le avranno approvate, quanti le avranno criticate, a quanti non sono importate nulla, alle prese come sono con ben altri problemi? Forse una risposta verrà dalle prossime elezioni, se si faranno presto e comunque, come sostiene Umberto Bossi (con la Lega che spera di conseguire il primato nel Nord e, di conseguenza, il solo potere concreto che conta oggi in Italia). Ma più probabilmente non lo sapremo mai. La situazione politica italiana è assolutamente unica in tutte le attuali democrazie, in Paesi dove – almeno da Machiavelli in poi – la questione del potere, attraverso cento passaggi teorici e pratici, è stata trattata in modo che si arrivasse a sistemi bilanciati, in cui nessun potere può arrogarsi il diritto di fare quello che vuole, avendo per di più in mano la grande maggioranza dei mezzi di comunicazione.
Beppe del Colle -Famiglia Cristiana
25 agosto, 2010 alle 12:58 am
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COSSIGA SOGNAVA LE RIFORME DEL CAV. BERLUSCONI.
DALL’ELEZIONE DIRETTA DEL CAPO DELLO STATO ALLA TUTELA DELLE ALTE CARICHE.
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Ora che i coccodrilli hanno smesso di piangere, le iene hanno smesso di gioire e gli sciacalli hanno smesso di fingersi suoi amici per sparlare di lui anche da morto, vorrei tentare un necrologio onesto di Francesco Cossiga, con un bilancio politico della sua eredità.
Cossiga, a differenza degli altri presidenti della Repubblica che hanno puntato, per dirla con Longanesi, alla manutenzione, vagheggiò invece la rivoluzione, o almeno la svolta.
Ha vissuto all’altezza del suo tempo burrascoso, è stato l’interprete più efficace di un trauma e di un crollo. E lascia un’eredità politica che non hanno lasciato né i suoi predecessori né i suoi successori.
Cossiga incarnò al massimo grado la lealtà alle istituzioni, l’ossequio alla ragion di Stato e al dettato costituzionale e al tempo stesso la ribellione, l’anarchia creativa, l’inquietudine, la gravidanza di una nuova Repubblica.
Tanto le sue ombre più fosche quanto le sue uscite più clamorose, sono il segno di quella doppia natura.
Cossiga si è pensato come traghettatore e non fondatore della seconda Repubblica, perché aveva la curiosità esplorativa del primo ma non l’indole generativa del secondo. Infatti si definiva un Coty e non un de Gaulle; ovvero un precursore, non un leader.
Cossiga ebbe un’indole anfibia, che si potrebbe definire una schizofrenia creativa: fu cattolico e pure amico della massoneria, fu notabile democristiano e guastatore, fu moderato e fu estremista, fu liberale e fu eversivo, fu statista e fu destabilizzatore, fu tragico e fu grottesco, fu protagonista ufficiale e insieme divertito osservatore della scena politica.
Fu il maggiore interprete e testimonial della svolta italiana verso una democrazia presidenziale.
Là resta la sua originalità, la sua eredità.
Lui che venerava lo spirito della Costituzione e il compromesso che ne era alla base tra cattolici, liberali e socialcomunisti, fu il primo presidente a metterne pubblicamente in dubbio la sostanza e l’insuperabilità, a contestare la subordinazione delle istituzioni ai partiti e dell’esecutivo al parlamento, a rimettere in discussione il primato della mediazione sulla decisione e il ruolo imprecisato del capo dello Stato di custode o garante della Costituzione.
Lui che proveniva dal partito del «niente nuove buone nuove», lui che veniva dal ventre flaccido e rassicurante della Dc, precorse il cambiamento, cavalcò il clima di eccitazione e d’incertezza.
Aveva il senso dello Stato ma coltivò, come insegnano i grandi giuristi, anche lo stato d’eccezione; capì il travaglio della sovranità politica in una fase in cui i vecchi dei sono scomparsi e nuovi dei non erano apparsi.
Il suo sogno di riforma, con l’elezione diretta del presidente della Repubblica, più il sistema uninominale maggioritario e la riforma della giustizia, è attualissimo: servirebbe a garantire che la svolta presidenziale e bipolare voluta dagli italiani non è legata solo alla figura di Berlusconi e non è pensata ad personam ma è un’esigenza vera e strutturale della nostra democrazia.
E funziona bene a livello locale, con l’elezione diretta dei sindaci e dei governatori, l’unica riforma che nessuno rimette in discussione e che consente amministrazioni durature, maggioranze nette e responsabilizza chi decide.
È da lì che dovrebbe ripartire la politica. Pur non essendo d’indole un capo popolo, Cossiga ha sdoganato il populismo della nostra era e lo ha riconosciuto come un sintomo e una risposta alla crisi di legittimità della politica e al dominio delle oligarchie.
Cossiga non lascia eredi nelle istituzioni e soprattutto tra i senatori a vita, di cui costituiva una brillante eccezione e di cui non a caso auspicava la soppressione.
Eppure si avvicina il tempo in cui si renderà necessario un nuovo Cossiga, un nuovo vivace interprete del difficile passaggio politico e istituzionale che ci aspetta. E di cui il grottesco surrogato è l’invocazione del governo dei tecnici, come se le soluzioni politiche in democrazia si possano trovare fuori dalla politica e dal consenso popolare.
Cossiga è stato anche il primo presidente della Repubblica che ha fatto uso pubblico di sense of humour, risultando espressione fedele del popolo che rappresentava. Con tutto il rispetto, i suoi predecessori e successori furono collerici o stucchevoli, noiosi o pomposi, prevedibili e un po’ tromboni. Mai spiritosi come lui.
Infine permettetemi di sfiorare la vicenda umana di Cossiga.
In un editoriale che scrissi due mesi fa, lanciavo l’allarme sulla volontà di morire di Cossiga, anzi sul suo considerarsi già defunto e alludevo, senza violare la privacy e soprattutto la delicatezza di un dramma personale, al suo rifiuto di curarsi, come hanno poi confermato i medici.
Azzardo il dubbio che Cossiga sia stato anfibio anche alla fine, tenendosi al confine tra la cristiana rassegnazione e una forma implicita di eutanasia. C’era una stanchezza in lui che non può solo attribuirsi al narcisismo ferito degli ultimi tempi, al suo inevitabile ritirarsi dalla scena dopo aver provato il piacere di stupire e di turbare l’ordine pubblico e il conformismo istituzionale con una serie di paradossi, provocazioni, gag e rivelazioni.
Ma dietro il tono sardonico, e uso l’aggettivo non a caso, cresceva in lui un rigetto della vita, della politica e del declino di ambedue, che da credente e da uomo di stato rifiutava di esplicitare. Cattolico da una vita e politico per una vita, Cossiga non poteva mostrare insofferenza alla vita e alla politica; era una smentita di ciò che aveva creduto per tutta l’esistenza.
Perciò, alla fine, l’esternatore smise di esternare, si tenne tutto dentro, preferì chiudersi nel silenzio, murandosi nel suo nuraghe interiore.
Fu quello l’ultimo segreto di stato – il suo stato mentale e spirituale – che si è portato nella tomba.
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(M. Veneziani)
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Cossiga sognava le riforme del Cav.
Dall’elezione diretta del capo dello Stato alla tutela delle alte cariche.
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24 agosto, 2010 alle 10:59 pm
Vi scrivo dopo aver letto l’articolo di Vito Mancuso, Repubblica 21 agosto : prendo l’occasione per esprimere il mio malessere per il fatto che autori ed intellettuali tra i più noti, tra cui lei Signor Augias, pubblichino i loro libri per il gruppo Mondatori e Einaudi controllato dalla famiglia Berlusconi.
Penso che l’opposizione politica debba nascere anche dalla scelta ed eventualmente dall’abbandono delle case editrici collegate al nostro premier, altrimenti mi nasce il sospetto che come al solito si preferisca favorire i propri interessi in barba agli ideali.
A mio avviso alla base di tutto c’è un conflitto d’interesse non solo economico ma anche morale.
In Italia esistono fior di Editori anche se "piccoli" che possono sostenere ed essere sostenuti dalla collaborazione di molti autori italiani: così potrete contribuire ad un’altenativa non solo intellettuale ma anche politica.
Lorenzo Murzi
cell 349.35.17.187
24 agosto, 2010 alle 10:46 pm
Il "teologo" vito mancuso è meglio che cambi lavoro… non ci si può improvvisare "teologi"
24 agosto, 2010 alle 9:10 pm
Io penso che il problema non sia quello di abbandonare la propria casa editrice se non pone vincoli o censure ai propri lavori, ma quello di fare sentire la propria voce quando si manifesta un così pesante attacco alla costituzione ed alla democrazia di questi paese. Anche se gli attacchi vengono dal prorpio editore. Analogamente deve avvenire dagli uomini e donne dello spettacolo, non solo quando c’è una riduzione delle risorse allo spettacolo, da artisti e quant’altri opinion leader allo scopo di sensibilizzare l’opinoine pubblica, e metterla in guardia dalla deriva autoritaria che il paese sta intraprendendo
24 agosto, 2010 alle 5:56 pm
http://www.repubblica.it/politica/2010/08/19/news/mondadori_salvata_dal_fisco_scandalo_ad_aziendam_nell_interesse_del_cavaliere-6365174/
sulla vicenda ‘ad aziendam’:
certo è difficile convincersi che berlusquaz non persegue seriamente l’interesse collettivo!!!
UAH UAH UAH, ottimismo antiberlusquaziano!!!
24 agosto, 2010 alle 5:13 pm
sarà ?
tuto bene con i negozi messi su da gente di certe razze ?
ci potrebbe scappare un boicottaggio anche lì
il revival è sempre intreressantre
le vecchie mode si ripropongono in modi diversi ma con le stesse logiche
e sono destinate asuccesso
il pubblico è sempre lì
allora come oggi
conformisti , fetidi , vuoti , vigliacchetti