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Marchionne e la lotta di classe scomparsa

venerdì, 27 agosto 2010

Rassegna Stampa

Marchionne e la lotta di classe scomparsa

Questo articolo è uscito su “Repubblica”.
Sapiente e immaginifica, la sequenza delle diapositive che scorrono dietro alla polo nera di Sergio Marchionne sul palco riminese, ne esalta il profilo avveniristico, extraitaliano, ma non ne stempera la tensione. Orme sulla sabbia dirette verso l’ignoto quando racconta la sua emigrazione in Canada a 14 anni, e poi la catena spezzata di una palla al piede da cui non riesce ancora a liberarsi. Messaggi subliminali, niente foto di operai o di scocche alla catena di montaggio.
E’ offeso Marchionne, non solo affaticato, e vuole darlo a vedere. Descrive con brutalità inedita “il grande male della Fiat” cui approdò nel 2004, rinunciataria al confronto col resto del mondo, chiusa in se stessa, come la penisola che adesso non saprebbe rendergli il giusto merito per i risultati conseguiti. Poco gli importa se già prima di lui, a partire dal 1980, altre generazioni di manager avevano ottenuto la flessibilità del lavoro che oggi invoca, e l’abbattimento delle ore di sciopero, senza però che la Fiat ne abbia tratto vantaggio rispetto ai concorrenti. Forte del suo indubbio fascino, è come se tutto potesse ricominciare da lui, incarnazione della metamorfosi dal locale al globale, in uno sforzo titanico ma incompreso.
“Sfortunatamente ho l’impressione che in Italia non ci siano interesse o fiducia”, lamenta, verso una Fiat trasformata nell’intreccio salvifico con Chrysler. Cita subito l’incidente di Melfi come episodio meschino, trascurabile, che però lo costringe a sorvolare sui veri temi sociali, la “violenza della povertà”, il suo incontro a Davos con Nelson Mandela. Rivolgendosi alla platea evita di chiamare in causa il presidente Napolitano e i vescovi italiani tra i colpevoli dei “fischi” che bersagliano la Fiat. Solo più tardi, davanti alle telecamere, scenderà sul terreno della diplomazia riconoscendo la legittimità della lettera inviata dal Quirinale ai licenziati di Melfi, e l’onestà intellettuale di Guglielmo Epifani con cui è pronto a incontrarsi. Parole importanti che lasciano aperta la via del dialogo, ma che non attenuano il suo bisogno di sfidare Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli anche sul terreno dell’etica: “Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti”, dice fra gli applausi della folla ciellina, antisciopero per indole genetica.
E’ come se quella sua maglietta stropicciata, non così dissimile dalla blusa celeste indossata dagli operai che lo seguono in diretta dal cancello di Melfi, e la fatica evidente nel suo sguardo di eterno viaggiatore trasandato, così diverso dagli altri damerini dell’establishment nostrano, pretendessero di colmare anche il divario del suo reddito, 435 volte più elevato del loro. Ma la verità è che la neonata Fabbrica Italia neppure dal palco di Rimini è in grado di delineare un’evoluzione migliorativa della condizione operaia. L’imprenditore aspira a salvare il comparto italiano dell’auto, e non sarebbe poco, ma gli resta precluso un intervento trasformatore del lavoro di fabbrica già tanto sacrificato.
Ricorda “la notte in cui è stata bloccata la produzione in modo illecito” come un torto intollerabile. Fu a Melfi, una notte d’aprile in cui i critici della Fiom Cgil per lo più dormivano, certo non lavoravano in turni a ciclo continuo. Ma questo rimane scontato per tutti, com’è inevitabile, Fiom Cgil compresa.
Meno scontato è il riferimento che Marchionne ha voluto fare, raccogliendone il più caldo dei consensi riminesi: “Non siamo più negli Anni Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra ‘capitale’ e ‘lavoro, tra ‘padroni’ e ‘operai’”. Musica per le orecchie del cattolicesimo conservatore italiano. Solo che Marchionne parlava di mezzo secolo fa, di un’epoca conflittuale da cui peraltro trassero benefici sia l’azienda che le sue maestranze. Gli operai incorsero poi nella sconfitta del 1980, seguita da un trentennio senza lotta di classe. Riesce difficile considerare inedita la pur sensata proposta che Marchionne ne ha fatto derivare, mostrando la diapositiva di un albero, la Fiat, germogliato su radici tricolori: “Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici”.
Ieri ad ascoltare in prima fila l’appello alla concordia del manager italo-canadese-statunitense c’era pure Giampaolo Pansa, che nel 1988 celebrò in un libro trionfale, con Cesare Romiti, la fine della lotta di classe alla Fiat. Neppure allora mancò la promessa di un “patto sociale”, stipulato sotto l’egida di Ciampi qualche anno dopo, e seguito dalle dimissioni di Bruno Trentin da segretario della Cgil. Ne scaturì un’ulteriore compressione del reddito operaio, senza peraltro riscuotere dagli industriali la contropartita degli investimenti pattuiti. Ciò non invalida la fondatezza della richiesta di Marchionne, ma spiega lo scetticismo che lo indispettisce, radicato in chi dovrebbe accoglierla.
L’amministratore delegato della Fiat ha letto un discorso onesto e chiaro, in cui non gli bastava presentarsi come l’imprenditore capace meglio di chiunque altro di fronteggiare le dinamiche della competizione spietata tra i gruppi automobilistici superstiti. Ha citato Pavese sulla fatica del viaggiare, Hegel sulla fatica della conoscenza, Machiavelli sulla fatica della virtù. Ha rivendicato la sua onestà intellettuale e il suo disinteresse per le schermaglie politiche italiane. Niente a che vedere con le malizie di un Geronzi o di un Tremonti, lui si colloca altrove. Ma proprio questa sana ingenuità lo ha condotto a riproporre uno schema logico che in Italia ha già subito troppe smentite: “Rifiutare il cambiamento a priori significa rifiutare il futuro. Se non siamo disposti ad adeguarci al mondo che cambia, ci ritroveremo costretti a gestire solo i cocci del nostro passato”.
Piace sempre, al pubblico consenziente, l’idea che dare addosso agli oppositori ci nobiliti quali paladini del domani. Ma quante volte se lo sono già sentiti ripetere, i lavoratori dipendenti, dalle più diverse campane, che le rinunce odierne avrebbero generato benefici futuri, che la flessibilità concessa sarebbe stata a buon rendere, che i sacrifici sarebbero stati equamente ripartiti?
La crescita delle disuguaglianze e l’arricchimento spropositato dei manager sono rimasti tabù, nel discorso umanistico del laureato in filosofia all’università di Toronto divenuto capo-azienda. Mentre si abbattevano sul padiglione fieristico due affermazioni pesanti come macigni, scandite in quanto verità inconfutabili.
La prima: “La verità è che l’unica area del mondo in cui l’insieme del sistema industriale e commerciale del Gruppo Fiat è in perdita è proprio l’Italia”.
La seconda: “La verità è che la Fiat è l’unica azienda disposta a investire 20 miliardi di euro in Italia, l’unica disposta a intervenire sulla debolezze di un sistema produttivo per trasformarlo in qualcosa che non abbia sempre bisogno di interventi d’emergenza”.
Due volte “la verità”, per ribadire un concetto ben conosciuto nella storia di questo paese: cioè la pretesa coincidenza fra gli interessi della Fiat e gli interessi della nazione. Il senno di poi ci raccomanda di sottoporre a esame critico tale assunto. Ma i ciellini ieri a Rimini parevano credere davvero che se in Italia la Fiat ha i bilanci in rosso ciò dipende da eccessi di conflittualità sindacale e dalla prepotenza di operai “rossi” come i licenziati di Melfi. Accompagnando Marchionne all’uscita, qualcuno lo incoraggiava a guidare una riscossa ideologica sulle anacronistiche pretese della Cgil: “Sergio, siamo tutti con te!”. “Siamo pronti a rifare la marcia dei quarantamila!”.
Lui se ne compiace, si ferma a stringere mani, ma è troppo intelligente per cascare in questa tentazione di revival. Conosce meglio di noi i limiti attuali della gamma di modelli Fiat e le vere ragioni che determinano una grave contrazione delle sue vendite, anche in rapporto alla concorrenza.
Quanto ai 20 miliardi di investimenti programmati in Italia, non dipendono certo da generosità o vocazione patriottica del Lingotto: il mercato italiano dell’auto vale tuttora il 40% sul totale del fatturato Fiat. Sarebbe irresponsabile rinunciarvi, viste le incognite che si addensano sul futuro.
Ha deciso di “passare per rude”, non è certo un arringatore di folle. Marchionne legge nel suo italiano con accento yankee e sembra aver fretta di risalire sull’aereo. Un marziano a Rimini. Avrà pure la tentazione di sottrarsi al groviglio sociale del lavoro italiano, ma ormai ha capito che non gli sarà possibile.

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Commenti per questo articolo

[8] 7 6 5 4 3 2 1 » Mostra tutti i commenti

  1. 388
    bacone55 scrive:

    ma quante parole …la verità è molto semplice il manager da burletta venderà la fiat auto scorporata alla faccia degli operai e dell’ italia . Paese del terzo mondo è quello che ci aspetta.

  2. 387
    l'etranger scrive:

    Caro Lerner,

    Zizek once wrote: e’ più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo.

    Marchionne clearly thinks so too:
    ‘Non abbiamo scelto le regole della competizione internazionale e non siamo nemmeno capaci di cambiarle – anche se non ci piacciono. La sola cosa che possiamo scegliere e’ se stare dentro o fuori del gioco’.

    Non sono d’accordo.

    1) Marchionne offre una falsa scelta: stare dentro o fuori della globalizzazione dove, come Ferrero ha espresso bene tempo fa, per globalizzazione si intende una serie di processi che si spacciano come naturali o inevitabili ma che di fatto sono stati facilitati dagli stati sovrani, i quali ora si dovrebbero prendere la responsabilità di questa globalizzazione e dettare, laddove possibile, nuove linee per creare le basi per una globalizzazione diversa (per esempio a livello Europeo).

    My point is that it is possible to think at globalisation differently. Those who say that it is not, have clear interests in maintaining this. Marchionne può dire quello che vuole ma another world is possible! La scelta da fare non e’ se stare dentro o fuori questa globalizzazione ma che tipo di globalizzazione e mondo vogliamo!

    2) Marchionne parte da una premessa sbagliata (la stessa di De Dominicis – vedi commento di Scamardela below): la fine della lotta di classe.
    Il dato che offre De Domenicis quando parla di ‘una sensibile riduzione dell’importanza del lavoratore in fabbrica’ non e’ falso ma certamente non assoluto perché circoscrivibile ad alcune realtà. La classe operaia sarà pure diminuita di importanza in alcune parti dell’occidente ma non e’ sparita. Accettare la fine della lotta di ‘classe’ e’ secondo me un errore strategico e politico, che ignora le condizioni reali delle classe lavoratrici. Una citazione di Marx:

    ‘Communism is for us not a state of affairs which is to be established, an ideal to which reality [will] have to adjust itself. We call communism the real movement which abolishes the present state of things. The conditions of this movement result from the premises now in existence’. E sono proprio queste premesse che di fatto invalidano la richiesta di Marchionne di un patto sociale, che non risulta solo ‘non inedita’ (Lerner) ma completamente anacronistica.

    Riconoscere che c’è stato uno spostamento del conflitto, delle modalità della lotta, e l’emergenza di nuove soggettività politiche (Negri) e’ sicuramente necessario ma, ripeto, starai più attento/a nel proclamare la fine della lotta di classe…anche perché farai notare che quello di Marchionne E’ un progetto di classe; un progetto che punta a quello che Harvey chiama la restaurazione e la consolidazione del potere di CERTE CLASSI. E’ vero che la classe operaia, come dice Gad, non si e’ fatta sentire negli ultimi anni…ma se la condizione delle classi di lavoratori/trici (e non solo operai in senso stretto), disoccupati, migranti etc continua a deteriorare, le cose (e ci sono segnali, minimi ma non insignificanti, in questo senso) potrebbero cambiare.

    Sometimes qualcuno – i molti – potrebbero dire: enoguh is enoguh!

    Un saluto.

  3. 386
    Roberto scrive:

    C’è chi pensa a salvare Sakineh e c’è chi pensa a moltiplicarle:

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/09/04/news/tettamanzi_subito_la_moschea_milano_garantisca_il_diritto_di_culto-6765855/

  4. 385
    Roberto scrive:

    Com’è che l’attentissimo Lerner dimentica Sakineh ?

  5. 384
    Paolo1984 scrive:

    volevo scrivere "la "scrittrice Alessandra Daniele"..chiedo scusa per gli altri errori di battitura che ho fatto!

  6. 383
    Paolo1984 scrive:

    vorrei proporre a Gad Lerner una riflessione critica e ironica che la scrittroe Alessandra Daniele ha fatto sul sito Carmilla online, una riflessione che riguarda sia Gad che Marchionne che Antonio Ricci, eccola:

    "Mesi fa, Gad Lerner ha accusato Antonio Ricci d’essere il Goebbels della figa in TV. Ricci ha scritto un discorso, e l’ha messo in bocca alle sue veline (il discorso) facendo loro spiegare quanto la figa in TV fosse adoperata anche prima di Drive In, e come pure Macario avesse la figa (non personalmente) e la sfruttasse nei suoi spettacoli come fa Striscia la Notizia. Ciò che questa ricostruzione, peraltro veritiera, astutamente elude è che l’attuale puttanizzazione dell’immagine femminile non è che un tassello della puttanizzazione – nel senso di mercificazione – dell’intera società. Ciò che a Lerner volutamente sfugge è che i veri papponi – nel senso di sfruttatori – non sono gli Antonio Ricci, sono i Marchionne.
    La necrosi avanza. Se non saremo capaci di trovare in fretta qualcosa che la fermi, di noi umani non resterà che un’eco persa fra le repliche di una notte d’estate"

    Spero che Gad mi dica che ne pensa troverà il tempo

  7. 382
    Hu from Gaia scrive:

    la "compressione del reddito operaio" (e di tutti i lavoratori dipendenti, non solo quelli delle fabbriche) è iniziata quando, col beneplacito dei sindacati, è stata abolita la scala mobile

    L’ho da poco dovuto ribadire a onyric, si lo stolto che da’ dell’imbecille a fiom per poi essere redarguito da jana77..
    Dopo la firma di Trentin (segretario cgil) all’abolizione della scala mobile la forbice (la differenza di importo) tra i salari e gli stipendi degli operai e quelli dei manager è passata da 1:20 a 1:400.

    Con molti effetti collaterali, a partire dall’Economia che ha prodotto una stagnazione del volume degli scambi commerciali per l’evidente svilimento del potere d’acquisto della maggior parte della popolazione

  8. 381
    Helios scrive:

    Il giornalista radical-proletario Gad finge di dimenticare che la "compressione del reddito operaio" (e di tutti i lavoratori dipendenti, non solo quelli delle fabbriche) è iniziata quando, col beneplacito dei sindacati, è stata abolita la scala mobile. E gli stessi sindacati hanno dettato la parola d’ordine "votare NO" al referendum che avrebbe voluto ripristinarla. E ai tanti che temevano l’agitato spauracchio "aumento dei salari, aumento dei prezzi", nessun sindacalista ha spiegato che il salario è solo una delle componenti dei costi di produzione, e che quindi tale determinismo non doveva porsi. Prima, il mio stipendio cresceva, seppure di poco; dopo, si è fermato. Ma cosa ne può sapere Gad di miseri stipendi! Si proclama dalla parte degli operai per sentirsi ancora un rivoluzionario, ma in realtà fa parte fino al midollo di quella casta snob su cui sempre sputa.

  9. 380
    Miami Vice scrive:

    Alla contesa attenzione di Marco Scamardella, IL RESPIRO CIRCOLARE
    Piano di rientro
    http://www.youtube.com/watch?v=2NvXi18LmLU

    Good playing!

  10. 379
    Marco Scamardella scrive:

    Secondo Marx, «il proletariato è rivoluzionario o non è nulla». Questa famosa citazione viene usata di solito per ribadire la necessità di una caratterizzazione rivoluzionaria del proletariato, senza la quale tale classe viene svuotata della propria vocazione storica. Tuttavia, ad una analisi più attenta, ci si rende conto che il significato più esatto è che, in assenza di rivoluzione, il proletariato non esiste. Per i militanti rivoluzionari, invece, come anche per Marx, non si milita nelle organizzazioni rivoluzionarie perché esse rappresentano dei movimenti che agiscono in maniera rivoluzionaria ma perché sono convinti che tali organizzazioni sono rivoluzionarie per vocazione e che, pur vivendo in un’epoca di cosiddetto «riflusso della militanza», arriverà il momento in cui la «classe eletta» per antonomasia – il proletariato – dovrà per forza di cose acquisire coscienza della propria forza e prendere il potere dei mezzi produttivi. Nel frattempo ci penseranno i capitalisti a sviluppare le forze produttive e a porre le basi per il comunismo.

    Nel quadro complessivo della sinistra antagonista gli analisti e gli osservatori delle dinamiche di crisi nell’ambito capitalista occupano senz’altro un posto di rilievo, riuscendo a riempire pagine e pagine cercando di spiegare che il capitalismo ha accumulato contraddizioni insanabili al proprio interno, che esso è già da tempo entrato in una crisi profonda che i capitalisti stessi non sono in grado di far fronte. Ma, sebbene la contraddizioni interne del capitalismo non siano state risolte, la sua incapacità a risolvere i problemi non è letale: è come se avesse la capacità di sopravvivere alle sue disfunzioni. Paragonerei tale capacità a quella di alcuni virus che, grazie ad un sistema replicativo imperfetto e fallace, accumulano continuamente mutazioni nel loro codice genetico in modo da sfuggire al sistema immunitario dell’organismo. Nell’epoca di «dominio reale» il capitalismo cambia continuamente.

    Nel corso del secolo scorso si è spezzato il filo che univa sviluppo delle forze produttive e sviluppo delle contraddizioni di classe e la vocazione storica del proletariato secondo la teoria di «san Marx» e stata confutata. Per Marx, infatti, «ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è che cosa esso sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situazione della sua vita e in tutta l’organizzazione della società civile moderna».1 Nonostante tutti i se e i ma che vengono argomentati e nonostante tutti i discorsi portati avanti per giustificare la mancata azione rivoluzionaria della classe operaia, bisogna ammettere che tutti gli sforzi di trovare un senso razionale alla storia e, ancor di più, volere individuare nel proletariato la classe rivoluzionaria per antonomasia, si sono rivelati errati.

    Ma se l’«errore» di Marx era comprensibile e giustificabile alla fine dell’ottocento e nei primi anni del novecento, continuare a credere nella «rivelazione» della teoria marxista del proletariato è un errore fatale. Le condizioni del lavoro e dell’industria nella seconda metà del XIX secolo portavano ragionevolmente a credere che le condizioni disastrose e lo sfruttamento terribile degli operai avrebbero condotto inevitabilmente ad un tale livello di contraddizione tra capitale e lavoro che si sarebbero realizzate – in maniera quasi automatica – le condizioni per un cambiamento sociale (comunista). Marx non poteva immaginare quali trasformazioni e stravolgimenti il capitalismo avrebbe attraversato; tutta la sua teoria inizia con la critica alla dialettica hegeliana che, rivestita di positivismo ed economicismo, giungerà a sostituire il percorso dello Spirito al percorso della Storia con il culmine del proletariato come classe universale. Il pensiero marxista parte quindi da una costruzione teorica per poi proiettarla nel futuro, in modo da poter fare delle previsioni su quali saranno le trasformazioni sociali e come e quando si arriverà all’esaurimento o alla crisi del capitalismo. In tal modo una teoria è divenuta oracolo e oggetto di fede duratura.

    Per comprendere meglio l’impossibilità di una prospettiva rivoluzionaria del proletariato occorre capire quanto questa classe sia divenuta poco importante ed incisiva, bisogna analizzare i cambiamenti che sono avvenuti nel mondo del lavoro e le nuove dinamiche produttive, arrivando poi a chiedersi se è lecito o meno parlare ancora di proletariato.

    Le condizioni attuali del lavoro salariato mi sembrano caratterizzate da almeno due elementi, la crescente carenza di qualifica e l’intercambiabilità. Entrambe le caratteristiche sono strettamente connesse. Meno gli operai sono qualificati, più essi sono intercambiabili, più sono schiavi del lavoro salariato, che diventa la chiave di volta della loro esistenza. L’automazione e la continua frammentazione dei processi produttivi rendono il lavoro sempre più facile e meno impegnativo, situazione in cui l’operaio diventa una pedina facilmente sostituibile ed il suo ruolo nei processi produttivi non è più cruciale. Con questo non voglio dire che si giungerà alla completa automazione e all’inutilità dell’operaio di fabbrica ma che una sensibile riduzione dell’importanza del lavoratore in fabbrica riduce in maniera importante il potere operaio sulla produzione.

    Se il proletariato è necessario al capitalismo, è vero soprattutto il contrario: questa è una società in cui sembra che «si produce per lavorare al posto di lavorare per produrre».2 Quando l’uomo diventa puro lavoro (lavoro assoluto) non riesce a tornare indietro ed a riacquistare la propria autonomia individuale, viene catturato, organizzato e cristallizzato nella comunità materiale o utilitaristica. Il capitalismo ha colpito alla base ed ha oramai affossato i pilastri del «socialismo scientifico»: il lavoro operaio non comporta più nessun potere e non è più un’attività professionale specifica, sia essa esercitata in fabbrica o nei servizi diventa un’attività passiva, alienata, pre-programmata, totalmente assoggettata al funzionamento di un apparato e che non lascia posto all’iniziativa personale.

    Lo pseudo-proletariato postindustriale fa qualsiasi cosa che chiunque potrebbe fare al suo posto. È l’esecutore precario e qualsiasi di un lavoro precario e qualsiasi. E l’università, come tutte le altre istituzioni e strutture dedicate alla formazione professionale, si è adeguata a questo sistema: non costituisce valore formativo, ma fornisce esclusivamente un titolo di frequenza e di indottrinamento, utile solamente a (s)qualificare la pedina – intercambiabile – del non-lavoro precario.

    Secondo Gorz, «per il lavoratore non c’è più, dunque, il problema di liberarsi nel lavoro, né quello di riappropriarsi del lavoro, né di conquistare il potere nel quadro di questo lavoro. Non c’è più ormai che il problema di liberarsi dal lavoro, rifiutandone contemporaneamente la natura, il contenuto, la necessità e le modalità. Ma rifiutare il lavoro significa anche rifiutare la strategia tradizionale del movimento operaio e delle sue forme di organizzazione: non si tratta più di conquistare del potere come lavoratore. La classe stessa è entrata in crisi».3

    Enrico De Dominicis

  11. 378
    skamainterFARABUTTO scrive:

    una domanda per marchionne, che al convegno di cl ha fatto l’altoparlante di giulietto treconti:
    come si può sostenere che la lotta di classe è finita se la società, specie italiana, si sta sempre più divaricando in ricchi più ricchi e poveri più poveri?

  12. 377
    cronometro scrive:

    364 ma ti pulisci quando finisci ? O risparmi tempo …..e carta igienica !

  13. 376
    rossana scrive:

    Un capo che ho avuto quando andava in bagno non usciva più.
    Dovevo mettere in attesa le telefonate e si perdeva sempre un sacco di tempo.

  14. 375
    Hu from Gaia scrive:

    ehm, testina )Scamardella(
    Sei informato sulla prossima alienazione in casa Marchionne

    Vuole vendere la Ferrari?
    Troppo rufianismo?

    ps.: parti col didgeridoo, Maiemi vais
    :lol: :lol:

  15. 374
    Marco Scamardella scrive:

    ed anche utilizzare come esempio il castigo di 3 operai è una scelta di strategia aziendale più da caporalato che da innovativa fabbrica aperta alla conquista del mercato del futuro.

    >

    aparte che il caporalatpo è cosa che nmon ha alcuna attinenza perchè è la intremediazione per il lavoro ad ore precario

    i tre inieme ad altri 47 su un totlae di 2700 addetti hanno fatto uno scipero dicui non si ricorda nenche il motivo

    presi dallo sconforto di esser pochi e ininfluenti hanno pensato bene di assembrasi davanti ai carrelli che distibuiscono i materilai alla catena

    casuamente secondo loro i carrelli si sono bloccati e quindi gli altri duemilasettecento di quelli del turno hanno smesso tutti di lavorare perchè la catena si èbloccta

    una fbbrica a perta innovativa alla conquista del mercato non si fa bolccare da tre persone

    nel caso li loicenzia per sabotaggio

    è una fabrtica seria

    non una cellula de partito

  16. 373
    Marco Scamardella scrive:

    come bisogna comportarsi chi soffre di stitichezza?

    sta ore in bagno a caa sua nelle 16 ore e trenta che passa lì

    evita di farlo nelle 7 ore di lavoro

    se non sta bene si mette in mutua

  17. 372
    Marco Scamardella scrive:

    L’Italia deve riappropriarsi del tessuto industriale, dalla piccola impresa alla multinazionale, progettando, costruendo ed assemblando in casa.

    siamo il secondo paese manifatturiero esportatore di Europa

    si progetta e si costruisce esi assembla dove e come conviene a secondoa di tipologia di azienda sua storia mercato ecc

    è compito dell’industria orgaizzarsi al meglio

    dà comunque lavoro sia che abbia solo la tresta in Italia sia che assembli per conto di esteri sia che faccia le due cose in Italia

    l’importante è che sia in attivo con conti in ordne e senza regali con i soldi della povere gente

    lavoro sicuro, tasse verso il sistema e non furti dal sistema

  18. 371
    Myškin scrive:

    dieci minuti ???????? dico dieci ?

    come bisogna comportarsi chi soffre di stitichezza?

  19. 370
    Marco Scamardella scrive:

    L’Italia deve riappropriarsi del tessuto industriale, dalla piccola impresa alla multinazionale, progettando, costruendo ed assemblando in casa. Per questo occorrono investimenti seri nella ricerca, la ricerca è innovazione, e nel rendere l’Italia un Paese autonomo dal punto di vista energetico. Fatto questo il rilancio industriale verrà di conseguenza. Ci vorrebbe almeno un ministro dello sviluppo economico con le idee chiare, per impostare una direzione che favorisca questo progetto.

    per politica industriale si intende soldi delel tasse delal povera genbte a sindacatoi ed industrie corrotte

    quiesto è ninete altro

    le industruie devono fare ciò che è conveniente alla loro sopreavvivenza e creare lavoro e profitto a loro rischioe senza aiuti pubblici

    diversamente non sono industrie

  20. 369
    Marco Scamardella scrive:

    hai idea di che cos’è un corpo umano?

    tu evidentemente no

    dieci minuti ???????? dico dieci ?

    prova a cronometrarti

    o vai dal medico

  21. 368
    GIACOMO scrive:

    CARO GAD LERNER,MENTRE TUTTI I POLITICI E I DIRIGENTI FANNO I PAGLIACCI SOCIALI,IL POPOLO RICEVE SOLO PAROLE NELLA RISOLUZIONE DEI PROPRI PROBBLEMI.NON SOLO SI CONTINUANO A PERPRETARE SPRECHI,VEDI QUELLI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI;L’AFFITTO AD UN COSTRUTTORE ROMANO PER UNA PALAZZINA ADIBITA AD UFFICI CON UN CONTRATTO DA 365MILIONI DI EURO
    ALL’ANNO.POI,TUTTI QUEGLI ENTI ED UFFICI INUTILI CHE LAVORANO PER LA CAMERA DEI DEPUTATI;UNA BUROCRAZIA SULLE SPALLE DEI CONTRIBUENTI.CONTRAGGONO DEBITI A NON FINIRE CON DENARO PUBBLICO TANTO NON LI PAGHERANNO LORO MA I GIOVANI A VENIRE.E UN PAESE DI INRESPONSABILI.SONO, ANNI CHE INOLTRO DOMANDE DI LAVORO,MA CON UNA CLASSE POLITICA E DIRIGENZIALE COME QUESTA CHE DA’ IL CATTIVO ESEMPIO DI GESTIONE,NON C’E’ DA RIMANERE TRANQUILLI.E UN PAESE OA MAI ALLA DERIVA.DOVREBBERO DIMETTERSI TUTTI I PARLAMENTARI A ROMA E FAR SCIOGLIERE ENTI COME LA PROVINCIA DI MILANO;INUTILE ED OBSOLETA E PARASSITARIA.SE, A QUESTO AGGINGIAMO LA MAFIA ECONOMICO FINAZIARIA IL RESTO L’HO LASCIO A VOI DA VEDERE.CORDIALI SALUTI GIACOMO

  22. 367
    rossana scrive:


    nº 364Marco Scamardella scrive:
    30 agosto, 2010 alle 8:55 am
    certo che 10 minuti per andare al bagno è davvero una impresa
    ha idea cosa è il tempo ?
    ……………………

    hai idea di che cos’è un corpo umano?

  23. 366
    rossana scrive:

    L’Italia deve riappropriarsi del tessuto industriale, dalla piccola impresa alla multinazionale, progettando, costruendo ed assemblando in casa. Per questo occorrono investimenti seri nella ricerca, la ricerca è innovazione, e nel rendere l’Italia un Paese autonomo dal punto di vista energetico. Fatto questo il rilancio industriale verrà di conseguenza. Ci vorrebbe almeno un ministro dello sviluppo economico con le idee chiare, per impostare una direzione che favorisca questo progetto.
    E sarebbe auspicabile che la classe lavoratrice comprendesse l’importanza di scegliere meglio gli agenti politici utili a questo processo.
    In ogni caso 10 minuti di pausa sono davvero un’attentato alla salute delle persone, ed anche utilizzare come esempio il castigo di 3 operai è una scelta di strategia aziendale più da caporalato che da innovativa fabbrica aperta alla conquista del mercato del futuro.

  24. 365
    Marco Scamardella scrive:

    Esempi di fare industria con regole più equilibrate per gli interessi di tutti, in Europa ce ne sono.
    La Germania , l’Olanda.
    Perchè ironizzi sempre in chiave ideologica

    in questo caso si dovrebbe parlare non di regole come se fossero vigenti ma di regole come in Germania

    però bisognarebbe sapre cosa si scrive :

    Ma anche altri grandi costruttori come Mercedes e Bmw e quasi tutti gli altri grandi gruppi industriali tedeschi hanno percorso strade analoghe fatte di tagli dei costi e delle pause, di aumenti della produttività e della flessibilità a pari di salario e in cambio di garanzie di posti di lavoro. È stata la risposta dell’industria tedesca alle difficoltà di quegli anni. Allora la Germania — chiamata perfino la malata d’Europa — si riprendeva dalla pesante recessione puntando con grandi ristrutturazioni a recuperare competitività e a salvare fabbriche dalla delocalizzazione verso altri paesi a basso costo del lavoro.

  25. 364
    Marco Scamardella scrive:

    certo che 10 minuti per andare al bagno è davvero una impresa

    ha idea cosa è il tempo ?

  26. 363
    Marco Scamardella scrive:

    ‘Più del 40% degli operai, quelli che devono faticare in turni crescenti e pause calanti, ha detto no nonostante il clima di intimidazione ed il ricatto’. Per il sindacalista ‘è un fatto clamoroso, che conferma il valore della scelta della Fiom di non firmare

    gli operai lavorano tutti in catena , diversamente sono capi ed impiegati

    il 60 % degli operai che lavorano in catena ha detto si

    a turni che nenche fiom ha contestato se si fosse onesti a dirlo ( non li descrivoi per l’enbnesima volta 7.5 ore con trenta minuti di pausa inclusi ecc. )

    a 3500 euro in più in busta

    a controlli sindacati azienda per picchi di assenteismo anonomali per partite elezioni week end ecc

    a non fare microconflittualità sui temi del contrato per la sua durata ( clausala di tregua adottata da anni in Germania , turni idem in Germania )

  27. 362
    Marco Scamardella scrive:

    rossana scrive:
    29 agosto, 2010 alle 6:20 pm
    @358 Scamardella
    Non può qua perchè ormai questo stato è cotto,
    ma in America e in Serbia, Fiat non va a beneficiare ancora la stessa politica dello stato finanziatore e , usata per anni in Italia a proprio esclusivo beneficio?

    bisogna essere precisi e conoscere legislazione e norme

    in europa gli aiuti di stato non sono permessie nenache all’inerno del wto

    i prestiti da restituire o le entrate nell’azionariato sono permesse

    obama ha imnprestato cifre che vengono attualmente restituite

    diverso oil discorso d3ei fondi per lo sviluppo europeo o di altri paesi
    fondi presenti anche nelle nostre regioni sottosviluppate e non spesi dai governi locali

    nè giudicati interessanti da alcuna azienda estera che non ha voglia di avere a che fare con la nostra criminalità organizzata , i nostri costi di energia superiori dei 30 % alle nazioni che hanno il nucleare , il nostro sindacato che nella parte minoritaria non è dispoonibile a ciclo continuo e starordianri prestabiliti a domanda e controlli su assenteismo , impegno ad evitare microconflittualità , seria qualità

  28. 361
    rossana scrive:

    @Scamardella
    rifuggendo dalle regole.
    varie conomie quali ?
    regole quali ?

    Esempi di fare industria con regole più equilibrate per gli interessi di tutti, in Europa ce ne sono.
    La Germania , l’Olanda.
    Perchè ironizzi sempre in chiave ideologica.?

  29. 360
    rossana scrive:

    ‘Più del 40% degli operai, quelli che devono faticare in turni crescenti e pause calanti, ha detto no nonostante il clima di intimidazione ed il ricatto’. Per il sindacalista ‘è un fatto clamoroso, che conferma il valore della scelta della Fiom di non firmare

    Senza polemiche, forse non posso capire ma
    certo che 10 minuti per andare al bagno è davvero una impresa, gli insegneranno anche ad usare i pitali a catena continua
    nel corso di formazione previsto?

  30. 359
    rossana scrive:

    @358 Scamardella

    Non può qua perchè ormai questo stato è cotto,
    ma in America e in Serbia, Fiat non va a beneficiare ancora la stessa politica dello stato finanziatore e , usata per anni in Italia a proprio esclusivo beneficio?

  31. 358
    marco scamardella scrive:


    29 agosto, 2010 alle 1:12 pm
    R.: E’ l’eta’ dello schiavismo che ritorna. Il criterio di Marchionne e’: l’unica cosa che conta e’ la produzione. Bella scoperta, e’ sempre stato l’ideale di tutti gli imprenditori, di tutti i tempi

    .

    non capisci , non puoi capire , l’unica cosa ceh conta è non esser in perdita

    visto che lo stato non può e non deve come in passato ripianare se sei in perdita tempo breve chiudi e non c’è più industria , non c’è più lavoro ,niente

    Quello che attiene ad una societa’ evoluta e’ invece intraprendere consentendo la crescita democratica e civile del Paese. Fare come fa Marchionne e’ la negazione totale della democrazia. Ed e’ un segno anche del mutamento di valori in atto non solo in Italia. Si tratta di un mutamento epocale, dove il mercato globale rappresenta un caso specifico.

    il libretto rosso di Mao era più comprensibile e almeno diceva qualcosa

    Penso alla Fiat e dico, ma come: ti sei fatto la grande azienda con i nostri soldi, i soldi degli italiani, con l’appoggio del governo che si e’ prodigato affinche’ non la perdessi, e poi quando ti fa comodo e non produci piu’ come vorresti, prendi e vai dai serbi? E’ una violazione incredibile dei rapporti sociali.

    se politici tipo Prodi hanno regalato in cambio di niente e i sindacati ci hanno mangiato anni fa

    n on è che il neo manager di uan zienda intrenazionale quotat in borsa privata che non richgiede e non deve avere aiuti dallo Stao può e deve far altro che organizazre la sua attività rendendola profittevole
    può al limite anche se nonn strettamente conveniente investire 30 miliardi propri in Italia e amnetnere le fabbriche per motivi storici e di radici

    lo può fare però se picchi di assenteismo non dispoonibilità agli straordinari pagati e microconflittualità vengono esclusi da accordo con i sindacati come la maggiorparte dei sindacati che rappresentano la maggior parte degli iscritti sono d’accordo

    Marchionne avrebbe ragione se si trovasse in una sorta di societa’ delle nazioni, un impero, ma non se esistono varie economie e rifuggendo dalle regole.

    varie conomie quali ?

    regole quali ?

    siamo a un criptico Lenin dopo Mao Tse Tung ?

  32. 357
    rossana scrive:

    R.: E’ l’eta’ dello schiavismo che ritorna. Il criterio di Marchionne e’: l’unica cosa che conta e’ la produzione. Bella scoperta, e’ sempre stato l’ideale di tutti gli imprenditori, di tutti i tempi. Quello che attiene ad una societa’ evoluta e’ invece intraprendere consentendo la crescita democratica e civile del Paese. Fare come fa Marchionne e’ la negazione totale della democrazia. Ed e’ un segno anche del mutamento di valori in atto non solo in Italia. Si tratta di un mutamento epocale, dove il mercato globale rappresenta un caso specifico. Penso alla Fiat e dico, ma come: ti sei fatto la grande azienda con i nostri soldi, i soldi degli italiani, con l’appoggio del governo che si e’ prodigato affinche’ non la perdessi, e poi quando ti fa comodo e non produci piu’ come vorresti, prendi e vai dai serbi? E’ una violazione incredibile dei rapporti sociali. Marchionne avrebbe ragione se si trovasse in una sorta di societa’ delle nazioni, un impero, ma non se esistono varie economie e rifuggendo dalle regole.

  33. 356
    onyric scrive:

    puff … quello che emerso dall’INNSE è che Camozzi si è comprato, assieme ai capannoni, 45.000 metri quadri che tra qualche anno, con tutta calma, verranno resi edificabili.

    che all’Aedes restano altri 270.000 metri quadri che seguiranno, sempre con tutta calma, lo stesso iter e per di più si è tolta una rogna accontentando la sindaca.

    che lo stipendio di qualche anno per una cinquantina di operai è un onere accessorio dell’affare, e comunque qualcosa produrranno pure.

    però è stata una belle telenovela, con bel un finale all’americana alla ‘vissero felici e contenti’ da sbandierare in faccia alle decine di migliaia che son rimasti senza lavoro: è colpa vostra !!! dovevate salir sui tetti !!! politici para.c.li.

    tsè.

  34. 355
    marco scamardella scrive:

    Per quanto riguarda l’INSSE quello che è emerso dala lotta degli operai, che è importante considerare e
    che tu ti rifiuti di cogliere come elemento determinante nella lotta di classe,
    è che la forza di un sindacato unito nel rappresentare l’interesse del lavoratore è indispensabile per la tenuta delle relazioni nell’ambiente lavorativo

    Ora il settimanale “L’Espresso” pubblica parti del protocollo di intesa, firmato dopo una maratona di 12 ore in Prefettura, dal quale si evince che “tutta l’operazione si regge su una complessa partita immobiliare che ha bisogno di una deroga al piano regolatore di Milano ed è questo il motivo per cui nessun amministratore della giunta Moratti lo ha sottoscritto. Gli aspetti immobiliari hanno un valore economico infinitamente superiore a quello della parte industriale. Aedes, proprietaria dei terreni, come scrive il settimanale “ha accettato di vendere a Camozzi "a un prezzo simbolico" non solo i 15 mila metri del capannone, ma anche altri 30 mila metri che sono stati ritenuti fondamentali per il rilancio della Innse. E già qui c’è la prima sorpresa, perché quell’ulteriore regalino di 3 ettari aiuta a descrivere meglio l’eroica impresa del cavaliere bianco. Neppure Aedes, però, è una società di mutuo soccorso e se i suoi legali hanno accettato di firmare il protocollo non è stato soltanto per il pressing del prefetto di Milano, ma perché a loro volta sperano di valorizzare i restanti 270 mila metri quadri intorno a via Rubattino. Per farlo, è necessario che Comune, Provincia e Regione accettino alcune varianti. Come è scritto nel protocollo "tutte le intese contenute ai punti A B C D sono intimamente connesse tra loro ed il venir meno di una delle stesse comporterà la caducazione di tutte le altre".
    Conclusione: altro che salvataggio dei 49 posti di lavoro! Quello era solo un sottoprodotto pagato dalla speculazione immobiliare, che può ben permettersi di regalare qualche anno di salario a 50 lavoratori, oggetti inconsapevoli di una partita più grande di loro, convinti persino di “aver vinto la battaglia per salvare il loro posto di lavoro”.

  35. 354
    linda scrive:

    non giochiamo il pistolotto delirante complottista dice testualmente ceh Marchionne va in Fiat in quanto uomo della multinazionale imperialista Morris

    perchè fai finta di non capire

    i posti in consigli di amministrazione a quei livelli sono onorifici e richiedono impegno di poche ore all’anno

    dalla operatività in ubs ormai da due anni il manager Fiat si è distaccato

    lo volevano Presidente operativo , ha rifiutato

    Mi potresti spiegare in un post solo perche’ non sei d’accordo nel fare all’amore sulla macchina del gas? non lo sai che "riaccende" il desiderio?

  36. 353
    marco scamardella scrive:

    che tu ti rifiuti di cogliere come elemento determinante nella lotta di classe,
    è che la forza di un sindacato unito nel rappresentare l’interesse del lavoratore è indispensabile per la tenuta delle relazioni nell’ambiente lavorativo

    guarda che non è una storia di relazionin industriali

    è una storia di pressione politica per attrarre investimento da un nuovo datore di lavoro

    a spese del pubblico ( la provincia e la regione danno ai salvatori un mare di soldi )

    bene , speriamo però che l’azienda sia in attivo poi senza bisogno delle tasse della povera gente o dei precari per andare avanti

    il vecchio modello Fiat , azeinde in perdiyta con assenteismo turni elastici niente flessibilità poca qualità nessuna disciplina perchè paga lo stato e ripiana con i soldi dellla povera gente è improponibile

    ma è anche ingiusto perchè dà ai garantiti togliendo ai bisognosi

    arricchisce sindacato industria inefficente garantiti

    un furto nei riguardi della povera gente

  37. 352
    marco scamardella scrive:

    Ma Scamardella quello lo capisci tu, che Marchione sia stato messo da qualcuno in Morris per fare il contrabbandiere.

    non giochiamo il pistolotto delirante complottista dice testualmente ceh Marchionne va in Fiat in quanto uomo della multinazionale imperialista Morris

    perchè fai finta di non capire

    i posti in consigli di amministrazione a quei livelli sono onorifici e richiedono impegno di poche ore all’anno

    dalla operatività in ubs ormai da due anni il manager Fiat si è distaccato

    lo volevano Presidente operativo , ha rifiutato

  38. 351
    sardu scrive:

    X dimenticata 348:
    I fenicoteri rosa stanno negli stagni di Molentergius e Santa Gilla a Cagliari, qualche volta stanziano anche in altri stagni dalla Sardegna, ma solo per brevi periodi, mentre a Cagliari nidificano e ci stanno tutto l’anno.(Soru permettendo)
    Cabras,invece, è molto interessante perche ci sono i resti della città punica Tharros, la spiaggia che si trova proprio a Tharros e per il suo pescosissimo stagno.
    Qundo decidi di venire in Sardegna non preocuparti per l’ospitalità, ho il nuraghe proprio lì a 2 KM dall’aeroporto e verei a prenderti col mio cavallo.

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