Primo Levi e l’”ossessione” di Sergio Luzzatto

martedì, 16 aprile 2013

Questo articolo è uscito su “La Repubblica”.
Avrei validi motivi per tenermi il disagio e non scriverne: le confidenze sulla sua fatica di vivere che Primo Levi mi aveva concesso; la familiarità con il paese di Cerrina, in Monferrato, dove Fulvio Oppezzo viene ancora ricordato come giovane martire della Resistenza anziché vittima di giustizia sommaria, mitragliato di spalle insieme a Luciano Zabaldano, per opera di un capo della piccola banda partigiana in cui militava lo stesso Primo Levi, all’alba del 9 dicembre 1943 su un campo innevato del Col de Joux, sopra Saint-Vincent; la tessera dell’Anpi conferitami a Casale Monferrato dai superstiti di quella stagione, giustamente preoccupati che ancora si voglia infangare la loro scelta antifascista; e da ultimo mettiamoci il ritorno a Auschwitz-Birkenau, solo dieci giorni fa, per accompagnare i miei figli là dove Levi sopravvisse fortunosamente per undici terribili mesi mentre la maggioranza dei suoi compagni di sventura venivano eliminati.
Mi forzo a scrivere, invece, per interrogarmi sulla natura dell’”ossessione” di Sergio Luzzatto che quell’episodio drammatico lo scruta in più di trecento documentatissime pagine; traendone, lui storico autore dell’Einaudi, un volume edito da Mondadori perché la casa editrice torinese che fu di Primo Levi non se l’è sentita di pubblicarlo: “Partigia. Una storia della Resistenza”. Mi permetto di adoperare il termine “ossessione” sapendo che l’autore non si offenderà perché lo scrive due volte egli stesso per motivare la spinta a un’indagine che non ha molto da rivelare sul piano storico –le atrocità della Resistenza come guerra civile sono già dissodate- sollecitandoci invece a una discutibile revisione iconografica e sentimentale.
Dunque Luzzatto dichiara di provare “ossessione”, “curiosità”, “passione” per la Resistenza. Un’ossessione, precisa, acuitasi dacchè dilaga il “fenomeno Pansa”, cioè il successo dei libri che Giampaolo Pansa dedica al sangue dei vinti, da lui citati “come sintomo di una crisi dell’antifascismo”.
Non basta. Luzzatto dichiara, testuale, “un’altra mia ossessione” per la figura di Primo Levi. Quasi che un impulso morboso lo spingesse a misurare fino a dove giunga la sua capacità di “devozione civile” e di “venerazione letteraria” per il testimone, l’intellettuale rigoroso, lo scienziato che attraversato l’inferno non smette di ammonirci: scegli il raziocinio, diffida dalla visceralità anche nella scrittura.
Ecco allora Sergio Luzzatto afferrare un passaggio cruciale del “Sistema periodico”, cioè l’unico libro in cui Levi descrive la sua breve esperienza di partigiano antifascista nell’autunno 1943, prima di essere catturato con Luciana Nissim e Vanda Maestro, ebree come lui e insieme a lui deportate a Auschwitz. Sono dodici righe che descrivono lo stato d’animo del ventiquattrenne Levi e degli altri maldestri partigiani catturati il 13 dicembre 1943 nel corso di un rastrellamento, pochi giorni dopo la condanna a morte di Fulvio Oppezzo, 18 anni, e Luciano Zabaldano, che neppure li aveva ancora compiuti. Si trovano nel capitolo intitolato “Oro” e conviene riprodurle per intero:
“Fra noi, in ognuna delle nostre menti, pesava un segreto brutto: lo stesso segreto che ci aveva esposti alla cattura, spegnendo in noi, pochi giorni prima, ogni volontà di resistere, anzi di vivere. Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l’avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi; ma desiderosi anche di vederci fra noi, di parlarci, di aiutarci a vicenda ad esorcizzare quella memoria ancora così recente. Adesso eravamo finiti, e lo sapevamo: eravamo in trappola, ognuno nella sua trappola, non c’era uscita se non all’in giù”.
Cosa pretendere di più, in sincerità e tormento? Primo Levi al tempo stesso riconosce qui, per ragioni di “nostra coscienza”, la condivisione di una sentenza –per indisciplina grave, minacce armate, forse anche un furto- e l’abiezione che ne derivò. Con un mitra Beretta furono abbattuti alle spalle, e poi sepolti, due ragazzi sbandati che le circostanze avevano reso incompatibili con le regole della guerra partigiana. Una tragedia ripetutasi più volte in quella come nelle altre guerre, l’atrocità del fuoco amico ricoperta quasi sempre dal velo della reticenza. Non dimentichiamo la fisionomia razionale che percorre l’intera testimonianza di Primo Levi, anche nei resoconti del lager, là dove neanche una singola figura di boia sterminatore s’è concesso di enfatizzare, scegliendo la chiave della compostezza anche di fronte all’inenarrabile.
Spiace che Luzzatto si avventuri in una contestualizzazione della presunta autocensura di Levi motivandola con la pubblicazione del “Sistema periodico” nell’anno 1975, cioè nel pieno delle celebrazioni del trentennale della Resistenza. Adopera qui anch’egli il termine dispregiativo “vulgata resistenziale” che tanto gratifica gli iconoclasti (già me li vedo intenti finalmente a demitizzare il grande scrittore della Shoah). Ipotizza cioè che Levi abbia pagato “pedaggio” –che parola!- perché all’epoca non era consentito presentare la Resistenza come fenomeno in chiaroscuro, dovendosi separare nettamente i torti dalle ragioni. Così, lungo tutto il corso della sua ricerca di microstoria –dalla morte assurda di Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano alle contraddizioni interne al movimento partigiano fra Casale Monferrato e la Val d’Aosta; dall’indulgenza di cui godranno nel dopoguerra i fascisti artefici del rastrellamento fatale, all’impegno di testimonianza in cui si cimenta Levi non appena tornato in Italia nell’ottobre 1945 (Vanda Maestro, catturata insieme a lui, morirà a Auschwitz)- sempre è sul concetto di ambiguità che indugia Luzzatto.
Credo possa ritrovarsi qui la radice delle due “ossessioni” dell’autore per la Resistenza e per Primo Levi, quasi che di fronte a eventi e personalità cui deve alcuni punti fermi della sua formazione culturale, gli risultassero troppo stretti i panni dello storico per addentrarsi nei misteri della natura umana. E’ come se Luzzatto avvertisse il bisogno di rivolgere contro Primo Levi la teoria della “zona grigia”, magistralmente teorizzata ne “I sommersi e i salvati” da quest’ultimo, riducendola a logora metafora sulle infinite sfumature tra il bianco e il nero. E’ certo avvincente il suo racconto dei partigiani e dei loro persecutori tra le valli alpine e la pianura, ma non aggiungerebbe nulla di nuovo sul piano della ricostruzione storica e del giudizio morale, non sfiorasse in veste di comprimario marginale uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento.
E’ sulla personalità tormentata di Primo Levi, alla fine, non accontentandosi della sua rigorosa testimonianza, che l’autore si concentra. Per dimostrare cosa? Luzzatto rintraccia l’eco tragico di quell’alba valdostana in alcuni cenni iniziali di “Se questo è un uomo”; e poi nell’amarezza della poesia dedicata da Levi ai Partigia, il termine gergale con cui in Piemonte venivano chiamati i combattenti antifascisti. Diretta è, infine, l’analogia fra l’episodio di “giustizia sovietica” (parole di Luzzatto) perpetrato il 9 dicembre 1943 sul Col de Joux e l’eliminazione del giovane ribelle Fedja ad opera della banda partigiana ebraica di Ulybin, così come Levi l’ha narrata nel romanzo “Se non ora, quando?”.
Quali conseguenze dovremmo noi osare trarne, vincendo il disagio e abusando dell’indiscrezione, sulle scelte di vita (o perfino di morte) di Primo Levi? Stiamo parlando di un intellettuale sempre misurato nei suoi giudizi storici, a costo di tenersi dentro il suo tormento, proprio perché sentiva il dovere di restituire un giusto senso delle proporzioni agli avvenimenti immani di cui era stato testimone. Quel trauma vissuto prima della deportazione, trentadue anni dopo inciso sinteticamente ma senza autoindulgenza nel “Sistema periodico”, Levi aveva buone ragioni per ritenere non dovesse schiacciare la prospettiva della sua opera complessiva. Non possono essere ingrandite, quelle dodici righe del capitolo “Oro”, pur con il dramma che custodiscono, fino a oscurare la scelta partigiana così come Levi la descrive nella pagina precedente, con la medesima, magistrale asciuttezza: “Nel giro di poche settimane (dopo lo sbarco alleato in Nord Africa e la vittoria russa a Stalingrado) ognuno di noi maturò, più che in tutti i vent’anni precedenti. Uscirono dall’ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica, in montagna”.
Così anche Primo Levi è divenuto per noi, e resterà, un maestro.

107 Commenti

  1. marco scamardella · mercoledì, 17 aprile 2013, 2:40 pm

    sig Piras

    l’invasione fascisat e nazista delal Yugoslavia fu terribile

    mi risultano stargi fatte dai nostri militari e anche infoibamenti

    in talia non se ne è mai paralto , come per decenni non si è parlato delel foibe e del loro particoalre meccansimo di selezione per cui si preferiva infoibare ( fil di ferro eccetra ) gente con studi , insegnanti , professionisti , preti , ufficiali

    un cklassico meccanismo del comunismo serio e utopico usato a Katyn e da Plo Pot e d stalin sempre

    l’uomo nuovo , la società perfetta nasce in assenza delle scorie delal educazione borghese
    da eliminare sopprimendo chi ne è ammorbato
    come fossero animali , non uomini

    logica hitelriana comunista pura

    farsene complice con distinguo , avervi aprtecipato

    è quanto di più disonorevole e sporco si possa fare

    chiudete l’Anpi se non sa fare ancora i conti con l’orrore comunista

    • Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 3:29 pm

      Signor Scamardella,
      stavo per postare qualcos’altro in merito a tutto questo dibattere. Lo farò dopo. Le posso anticipare che tutto quello che lei dice è, oggettivamente, inconfutabile. Tutto sta a vedere come si guarda ai fatti, con con quale ordine delle ragioni e dei sentimenti, individuali e di varie appartenenze. Provo a usare una delle mie icone, Dietrich Bonhoeffer, teolgo, luterano, combattente della Resistenza, fatto impiccare da Hitler il 9 aprile 1945. Diceva Bonhoeffer che nella notte, nel buio, nell’assenza di Dio – e provi lei a dirmi se la barbarie nazista fu meno della barbarie di pol pot – bisogna muoversi “come se Dio non ci fosse”: facendo affidamento solo alla risorsa umana. Era possibile, secondo lei, battere il diavolo, il nemico dell’umanità in quel 1943-1945, astraendo dall’uomo? Certo, spesso prevalse la belva. Ma coloro che diventarono belve nel fronte della libertà sono, nel giudizio della Storia, dentro un fronte “separato” da quello che la libertà, di essere uomini, perseguitava e cercava di distruggere. La storia e la politica dell’Anpi questo obiettivo persegue: dare a ciascuno il suo. E l’Anpi è di parte. Sta, per sua stessa natura, nel fronte della libertà. Poi ci sono gli individui. Come diceva il cardinal Wojtila ciascuno di noi è o dovrebbe essere sempre “al tempo delle proprie responsabiltà”: Dicono che da giovane operaio il futuro papa Giovanni Paolo II sia andato a chiedere ragione dei propri comportamenti a qualche sgherro, nazista o collaborazionista che fosse.
      Posterò quanto dicevo prima.

      • marco scamardella · mercoledì, 17 aprile 2013, 3:40 pm

        bbia pazienzqa ma quelli della brigata Osoppo i partigiani cattolici

        gli ufficiali partigiani del nostro esercito uccisiws alle spalle dai partigiani comunisti da che parte erano erano

        non erano forse dalla prte della libertà

        eloro e mille altri uccuisi dai partigiani comunisti non erano comabattenti contro il nazifascismo che così non poterono più combattere facendoun favore ai nazisti ?

        pol pot katyn aushwitz Porzus , le stragi fasciste , quelle comuniste

        sono la stessa cosa

        l’ideologia è quella , il fine identico

        l’anpi nasce come emanazioen propagnadistica del pci

        ha passato decenni ha coprire le verità indicibili

        che non sono certo la bviolenza gratuita dopo la vittoria o durante i combattimenti contro i nazifascisti

        quelle sono orrori e vendete di guerra , alcuni raccappricianti a colpire innocenti ienrmi colpevoli di parentela

        ma pazienza , chi discute , con quello che avevano fatto i nazifascisti

        il problema , il problema vero è l’assassinio di aprtigiani e combatenti antifascisti da parte dei partigiani comunisti

        la pulizia etnica di borghesi e preti non fascisti colepvoli dia ver studiato e di essere pericolosi per la creazione della nuova dittatura sovietica che dovevea sostituire il fascismo

        i partigiani comunisti non erano antifascisti

        erano fascisti rossi sie così si comporatvano

        se ancora adaesso non si puà dirlo

        se si è inventati una storia diversa

        che le dice ceh i due ragazzi rpocesati di nascosto semnza loro presenza alla moda staliniana e poi mitragliati alle spalle

        non furono co,lpevoli non tanto di furto ( i partigiani con le buoine o con le cattive mangiavano con il cibo dei contadini in valle )

        quanto di noe ssere ligi agli ordini del partito ?

        perchè l’Anpi non si apre alla verità ?

        che senso ha ?

      • Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 3:51 pm

        Non è questo un aprire alla verità? Dentro l’Anpi, su questo travagliato percorso c’è molta più ostinazione alla verità di quanto lei creda. Allo stesso tempo nessuna concessione a mettere sullo stesso piano il vero con il falso. Diversi anni fa ho presentato nella Biblioteca dove lavoro un libro di Frediano Sessi su Norma Cossetto, infoibata da partigiani rossi, dopo orrende e inenarrabili sevizie. Ero e sto dalla parte di Norma Cossetto. Ma rimango dell’Anpi.

      • picodepaperis · mercoledì, 17 aprile 2013, 4:02 pm

        Faccia intitolare anche una via del suo paese ai Fratelli Govoni!

      • Federica · giovedì, 18 aprile 2013, 10:38 am

        leggete:

        L’Amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti

        di Mimmo Franzinelli

        Mondadori, 2007 – 381 pagine

        Un atto rilevante dell’attività di governo di Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia nonché segretario del PCI, è consistito nell’emanazione dell’amnistia per reati comuni, politici e militari: un atto che, approvato all’unanimità dal governo De Gasperi per celebrare la nascita della Repubblica, ha determinato la liberazione di migliaia di fascisti, senza distinzione tra gli imputati di reati minori e i responsabili di gravi crimini. Nel primo mese di applicazione tornarono in libertà 7000 fascisti detenuti: tra i primi beneficiari del provvedimento figurano un colonnello dei carabinieri condannato all’ergastolo per l’assassinio dei fratelli Rosselli e quattro torturatori della famigerata banda Koch.

    • Iris · venerdì, 19 aprile 2013, 8:56 pm

      A Gonars, durante la guerra è stato costituito dall’allora partito fascista un campo di concentramento di uomini e donne croati: può cercare i documenti con facilità, o se preferisce glieli posto io. Quello che voglio dire è che ci sono stati danni da entrambe le parti e di cui bisogna parlare non per fazioni, ma con documenti e cognizione di causa. Lo so anch’io che delle foibe non s’è parlato, ma chi le ha vissute non può neanche presentarsi davanti all’entrata della risiera di San Sabba dicendomi che quello è il luogo meno importante da visitare e che è meglio che vada a Basovizza.

      • Iris · venerdì, 19 aprile 2013, 9:01 pm

        scusa era rivolto al post di Marco Scardamella rivolto al “Signor Piras” :)

    • Umberto · lunedì, 17 giugno 2013, 12:12 pm

      Ottimo, condivido in toto quanto scritto da Scamardella.

  2. heiner · mercoledì, 17 aprile 2013, 12:06 pm

    da una cosa sbagliata come la guerra non possono esistere cose giuste in essenza.
    Primo Levi che di questo fatto è stato testimone e maestro illustre ed indiscutibile ne è uno degli esempi più spendidi, almeno per me.
    A Primo Levi devo il riconoscimento più prezioso per essere, nonostante tutto, a sentirmi umana

    A che età l’hai considerato? Prima o dopo lo smaliziamento amoroso?

  3. heiner · mercoledì, 17 aprile 2013, 12:04 pm

    ne approfitto per dire che nei libri di Levi si trova un’etica del lavoro ed un amore per l’industria

    Insostenibili le chiose di oniric figlio dell’immobiliarismo spregiudicato e balzano

    Sarebbe stolto al punto di far emergere edonismo dalle lettere di Jacopo Ortis

  4. L'Onesto MONTI con Malinconico Sottosegretario · mercoledì, 17 aprile 2013, 10:58 am

    , giustamente preoccupati che ancora si voglia infangare la loro scelta antifascista; e da ultimo mettiamoci il ritorno a Auschwitz-Birkenau, solo dieci giorni fa, per accompagnare i miei figli là dove Levi sopravvisse fortunosamente per undici terribili mesi mentre la maggioranza dei suoi compagni di sventura venivano eliminati.
    ——————————–
    La scelta antifascista non giustifica scelte del tipo Socialista-STATALISTA, egualmente Fascista.

  5. Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 10:41 am

    Gentile Gad Lerner,
    scrivo di questo suo interessante articolo nella mia pagina facebook. Condivido l’entrare dentro la questione. Ma resta una perplessità: che tutto debba avvenire, come dialogo come scontro, all’interno di un sistema. Abbiamo pubblicato, come Anpi nuorese, un libro “Pitzinnos Pastores Partigianos eravamo insieme sbandati”. 1000 copie vendute in un mese, ristampa di 1500 copie. Qui in Sardegna ne hanno parlato e ne parlano tutti. Ma se cerchiamo di ottenere qualcosa oltre Tirreno (però due presentazioni a Roma, grande partecipazione, molte copie vendute; però ci sono due pagine su “Patria indipendente” mensile dell’Anpi; però figura nel “Messaggero Sardo” giornale online dei sardi in tutto il mondo) sentiamo che non c’è,né ci vuole essere considerazione, oltre Tirreno, del fatto che nella Resistenza, nelle sue contraddizioni, ci furono molti sardi. Di storie simili a quelle del libro di Luzzato ce ne sono diverse nel nostro libro. C’è pregnante memoria di Primo Levi e di Auschwitz. C’è pure Giampaolo Pansa, virgolettato, il suo punto di vista. Ma soprattutto la Resistenza è rivissuta con lo sguardo di tanti pitzinnos, ragazzi, pastores.
    PITZINNOS PASTORES PARTIGIANOS
    L’epigrafe è del grande poeta Andrea Zanzotto: «…Lo “sbandamento”…si riferisce sia al fenomeno degli “sbandati” dopo l’8 settembre (passati alla resistenza quasi inconsciamente o rimasti al margine dell’azione:…) sia alle incertezze affacciatesi nel dopoguerra riguardo al significato, alla direzione, alla possibilità stessa di un movimento-progresso storico… una storia finalmente “vera” …»
    “Pitzinnos Pastores Partigianos eravamo insieme sbandati”, edito il 22 novembre 2012, è il primo titolo della collana Annales dell’Anpi (Associazione Nazionale partigiani d’Italia) di Nuoro. Ne sono autori Piero Cicalò, Pietro Dettori, Salvatore Muravera, Natalino Piras. L’introduzione è di Paolo Padovan, la prefazione di Bachisio Bandinu, il progetto grafico di copertina di Nico Orunesu. Il libro è in distribuzione sia in Sardegna che in altre parti d’Italia e lo si può avere con una sottoscrizione a partire da 20 euro. Sono in tutto 520 pagine. È un racconto corale ma pure di voci individualmente distinte. In questo lavoro di ricerca vengono messe insieme diverse interviste. Il punto di partenza è l’8 settembre 1943, data dell’Armistizio (in realtà firmato il 3 settembre a Cassibile, vicino Siracusa) che segue quella del 25 luglio dello stesso anno, la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini. Un tempo tragico. Ci sono in quei giorni una grande confusione e un grande senso di smarrimento. L’Italia continua a restare in guerra. Solo che cambia il fronte: i nemici di ieri, gli anglo-americani già presenti nel territorio nazionale dopo gli sbarchi in Sicilia e ad Anzio, diventano i nuovi alleati. I nazisti tedeschi, Wermacht e Ss con cui gli eserciti mussoliniani avevano iniziato la guerra diventa nemico occupante che mette la penisola a ferro e fuoco. È l’inizio della formazioni partigiane, della guerra di Liberazione e della Resistenza. Vi partecipano anche i Pitzinnos Pastores. Erano tutti ragazzi sui vent’anni, alcuni anche meno, che provenivano principalmente da Bitti, Orgosolo, Orune, Galtellì, Dorgali, Orosei, Nuoro e altri paesi di una delle province più oscure di una Italia mai unita. Non fosse che erano e sono punti di emanazione di un racconto che diventa via via sempre più coinvolgente. Una geografia di appartenenza pastorale e contadina, quella dei pitzinnos pastores, sconosciuta dalle mappe, una zona periferica come luogo delle Storia. I pitzinnos pastores partirono “paris”, insieme, più di uno, a gruppi, dai diversi paesi. I ragazzi bittesi furono accompagnati a cavallo alla stazione di Osidda. Bisognava essere almeno in due per ogni nucleo familiare, perché poi uno portasse indietro “su caddu o s’ebba, sa calavrina”, il cavallo, la cavalla, la puledra. I fratelli accompagnarono i fratelli, i padri i figli. Da Osidda il viaggio in treno sarebbe stato a Macomer e poi Sassari, poi Alghero, poi l’aeroporto, poi l’ignoto. Notevole il carico di presagi. Andavano alla guerra. A Fertilia li caricarono su un aereo diretto a Ciampino. I pitzinnos si ritrovarono perlopiù insieme a Perugia, avieri – “aviatori senza aeroplano” come scrive a casa uno di loro – nelle caserme “Fortebraccio” e “Regina Margherita”. Insieme vissero i giorni dello sbando dopo il tragico 8 settembre. “Banditarono senza causa” nelle campagne dell’Alto Lazio e qui applicarono i codici esperiti nella campagna sarda, abigeato compreso, per sopravvivere. Se ne stavano buttati lungo la linea ferroviaria. Videro molte truppe nazifasciste attraversare quella che loro avrebbero poi chiamato “Sa tuppa de Bieda”, il bosco, la macchia di Blera. Assistettero a rappresaglie e rastrellamenti. Tanto sangue di innocenti. Altri pitzinnos sardi come loro, come loro sbandati, vennero uccisi, massacrati dai nazifascisti insieme a civili inermi. I pitzinnos pastores si cercò, specialmente da parte del generale Barracu di Santu Lussurgiu e del colonnello Fronteddu di Dorgali, di irreggimentarli come soldati della repubblica di Salò, alleata ad Hitler, fondata da Mussolini dopo essere stato liberato da un commando tedesco a Campo Imperatore, nel Gran Sasso. Lo sbandamento continuava. I ragazzi di Barbagia si ritrovarono insieme nella caserma di via La Lungara a Roma e da qui, nel dicembre 1943, avviati in treno, in due differenti scaglioni a Trieste, a confine con la Slovenia, a combattere contro i partigiani italiani e jugoslavi di Tito. Nell’attraversare l’Italia i ragazzi sardi videro solo devastazione, morte. Avevano cercato, nei giorni dello sbandamento, di fuggire dalla guerra e trovare un imbarco per la Sardegna. Si ritrovarono nell’orrore della guerra. Durò poco lo stare con i repubblichini. A gennaio del 1944, a ridosso dei giorni dei fuochi di Sant’Antonio, scapparono in massa dalla caserma di Villa Opicina in quel di Trieste e furono partigiani con la Brigata d’Assalto che combatteva insieme al IX Corpus Sloveno. Tutto questo racconta il libro, l’esperienza della guerra partigiana, chi cadde in battaglia, chi fu torturato e ucciso, chi tornò. La storia è raccontata dal punto di vista dei pitzinnos pastores e si basa principalmente sulle interviste, riportate bilingui, in sardo e traduzione italiana a fronte, a Luisu Podda, Luisu Mereu e Corraineddu di Orgosolo, a Anzelinu Soro di Galtellì. C’è spazio anche per Amarette, soprannome del bittese Antonio Michele Pintus, oggi novantenne, che racconta i giorni dello sbandamento in maniera insieme estraniata e partecipe: la memoria dei suoi vent’anni e degli altri compagni come condizione indispensabile per dire qualcosa ai ventenni d’oggi che non sia solamente unu ammentu, un ricordo individuale e basta. Qui si cerca di andare oltre, di stabilire orizzonte. Molti dei pitzinnos pastores di questa storia furono nel “cuore di tenebra” del colonialismo italiano in Africa. Ne condivisero, costretti, l’orrore. La guerra di Liberazione serve alla speranza del dopo, riscatta quel “cuore di tenebra”. La storia partigiana racconta la geografia antropologica dei paesi di provenienza dei pitzinnos pastores. Gli stessi luoghi dove si fece elaborazione comunitaria del lutto all’annuncio, molti mesi dopo, della loro morte in battaglia. I pitzinnos furono pianti in assenza di corpo, una fotografia sopra una “fressata”, un tappeto o coperta tradizionali, o sopra una “bertula”, una bisaccia. Intorno le donne a fare “teju”, lamentazione funebre, e “attitu”, il canto delle prefiche. Questo libro motiva ragioni, sentimenti, pulsioni, smarrimenti, prese di coscienza. I protagonisti principali sono Joglieddu Sanna e Nenneddu Sanna, entrambi bittesi, entrambi morti in battaglia, entrambi ventenni. Anche attraverso le loro lettere si raccontano il contesto pastorale e la caserma di Perugia. Dello sbandamento, delle stragi nazifasciste, della vita partigiana saranno i ritornati a raccontare, per loro e per tutta la dimensione di sarditudine che da un punto di vista geografico e storico la guerra di Liberazione e la Resistenza hanno comportato. Il volume ha la giusta ambizione di entrare nelle scuole. È stato elaborato anche nel segno di una didattica della Storia. Ci sono a corredo di questa narrazione fotografie, illustrazioni, cartine e mappe, racconti e poesie che intersecano e legano le varie parti. È un libro di viaggio. Chiudono il volume una cronologia, altre tavole di comparazione, bibliografia-discografia-filmografia-sitografia, tutte ragionate, e un sostanzioso indice dei nomi. Prima ancora ci sono la lettera di don Milani ai cappellani militari nel 1965 e un inserto a colori chiamato “Romancero Partigiano”. Apre con due pagine di dediche. Ci sono quelle private dei quattro autori e quelle pubbliche a personaggi ispiratori: lo storico delle “Annales” Marc Bloch, il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, il giornalista cecoslovacco Julius Fu?ík, tutti combattenti della Resistenza, tutti uccisi dal nazismo, e poi il regista cinematografico Robert Bresson, Antonio Gramsci, don Lorenzo Milani e la poetessa Wis?awa Szymborska.
    Natalino Piras

    • klingsor · mercoledì, 17 aprile 2013, 10:58 am

      Sono commosso da tanta retorica. Ora sappiamo che al servizio del famigerato IX corpus sloveno di Tito, responsabile delle atrocità delle foibe e di innumerevoli altri atti di violenza contro gli italiani, militavano anche dei sardi, che hanno quindi collaborato a sterminare altri italiani, a smembrare il territorio nazionale e a favorire l’esodo e l’esilio delle comunità italiane.
      Complimenti, c’è proprio da vantarsene.

      • Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 11:05 am

        Lei dovrebbe chiedere di coordinare un master in storia contemporanea. Però prima deve imparare a leggere e scrivere.

      • marco scamardella · mercoledì, 17 aprile 2013, 11:15 am

        e rispondere sul corpo sloveno

        è o non è quello delle foibe ?
        una cosetta come legare insieme con un filo di ferro civili , militari , partigiani , fascisti ,antifascisti , comunisti non staliniani ,italiani in genere catturati e arrestati secondo criteri arbitrari alla Pol Pot

        e poi precipitarli vivi nelle voragini della terra

        a morire lentamente agonizzando

      • klingsor · mercoledì, 17 aprile 2013, 11:38 am

        Caro signor Piras provi a rispondere nel merito, se ne è capace, tralasciando la retorica o le battute. Quanto a leggere e scrivere deduco che la sua limitata padronanza della lingua italiana le impedisca di apprezzare la mia scrittura. Purtroppo non conosco la nobile lingua sarda e quindi non posso pormi al suo livello e dialogare in un linguaggio a lei certamente più consono.

      • micer77 · mercoledì, 17 aprile 2013, 12:57 pm

        Tanto per correttezza storica se parliamo di foibe dovremmo come minimo sapere che in Friuli esistevano campi di concentramento fascisti italiani per civili sloveni,che l’esercito italiano nell’occupazione della Jugoslavia dava alle fiamme interi villaggi,ed il generale roatta proclamava ‘qui si ammazza troppo poco’.

      • Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 12:58 pm

        Ma lei è un fariseo, un berluscone, un giocatore delle tre carte? Non posso stare a risponderle sull’evidenza dopo che le ho esplicato l’evidenza. Lei nega l’evidenza. Traducendo dal sardo, e lei dovrebbe imparare a conoscere i sardi oltre i luoghi comuni, non si può stare tanto tempo a lavare la testa all’asino. Ci si perdono tempo e fatica. Io sollecitavo un intervento di Lerner sulla misconoscenza della Storia e mi sono preso una delle tante fastidiose mosche dell’inutile.

      • micer77 · mercoledì, 17 aprile 2013, 1:05 pm

        E che alla popolazione slovena residente in italia fin dal 20 era stato impedito di parlare,studiare.scrivere nella propria lingua, si legga Boris pahor per sapere.questo non giustifica le foibe ma almeno permette di avere un quadro completo dell contesto in cui operò la resistenza italo slovena sul confine orientale

    • Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 12:12 pm

      Caro signor Klingsor, lei continua a dare patente manifestazione di non sapere né leggere né scrivere. Ciononostante le voglio evidenziare, a proposito di IX Corpus sloveno, alcune cose presenti nel nostro “Pitzinnos Pastores Partigianos” e a che a una lettura meno rapida e fanatica della sua appaiono pure nella sintesi che ne ho fatto
      1) i ragazzi sardi si trovarono a essere partigiani per tutta una serie di circostanze ed è nella guerra partigiana che ci sono prese di coscienza, ripulse, non accettazioni, distanze, disobbedieneze
      2) mai, i ragazzi sardi, accettarono la legge di guerra, quella che imponeva fucilazioni ingiuste e sommarie (ci sono diversi episodi a testimonianza)
      3) qualcuno di loro definisce “criminali” gli slavi e noi questo grido di dolore abbiamo fedelmente riportato nella trascrizione delle interviste, il fatto che a distanza di oltre mezzo secolo loro dicano di avere servito una causa di libertà ma non ne accetterrano mai la parte ingiusta
      4) come sardi, i pitzinnos pastores erano figli di tanti altri, moltissimi, caduti sul Carso, in Friuli Venezia Giulia, negli stessi luoghi, per una causa che loro non era: eppure furono sempre leali servitori della causa, più di tutti gli altri
      5) le consiglerei e le indicherei, se lei accettasse, molta letteratura al riguardo: si renderebbe conto che non esiste ancora, come storiografia corrente, una linea che tenda non tanto alla pacificazione ma più che altro al cercare di capire anche quanto non si acetta.
      6) Se poi lei volesse insistere in tracotanza e arroganza, memore di altri scontri con tracotanti e arroganti, le direi che mi farebbe piacere darle qualche bella lezione. Tempo e luoghi permettendo.

      • klingsor · mercoledì, 17 aprile 2013, 12:42 pm

        Caro signor Piras, vedo che la mancanza di argomenti la porta ad insultare ed a minacciare lezioni. Evidentemente non dispone di strumenti migliori e si arrangia come può, confondendo la diversità di opinioni con l’arroganza e la tracotanza di cui, in effetti, gronda la sua prosa.
        Mi permetta di rilevare che è grottesco definire “causa di libertà” la lotta dei partigiani Titini, comunisti stalinisti che si macchiarono di atroci stragi di italiani con il solo obiettivo della pulizia etnica. Se i suoi partigiani sardi erano dalla loro parte invece che da quella degli italiani sterminati ed esiliati dovreste trarne le conseguenze o quanto meno riflettere, invece che inondarci di retorica falsa e mielosa.
        Per il resto le sue argomentazioni mi paiono piuttosto inconsistenti.
        Se poi invece di argomentare seriamente vuole continuare ad insultare e, eventualmente, passare alle “lezioni” faccia pure: si dimostra per quello che è e non fa un buon servizio alla sua nobilissima terra, alimentandone i peggiori luoghi comuni di violenza ed ignoranza. Fortunatamente i veri sardi, civilissimi e colti, sono ben diversi da lei.

      • marione · mercoledì, 26 giugno 2013, 1:11 pm

        traditori dell’Italia e degli italiani, al soldo delle truppe slovene.

        vi dimenticate sempre delle nostre legioni in Corsica, rimaste senza ordini dopo il tradimento di Badoglio e internate nei campi di Auschwiz solo perchè nessuno aveva detto loro contro chi sparare. Ma voi vi beate solo di una resistenza fatta di ruberie nelle campagne, assassinii senza uno straccio di processo, vendette, attentati che causavano rappresaglie fra i civili, bombe gappiste alla distribuzione del pane a Milano, stragi di interi battaglioni di partigiani bianchi (Porzius).
        La verità è che senza il supporto delle truppe anglo americane la “resistenza” sarebbe stata una barzelletta condita dalla mai sopita voglia di una rivoluzione bolscevica che gli italiani non volevano.
        Vergognatevi di millantare meriti che non avete e negare quali fossero le vere intenzioni dei partigiani rossi (lo stesso Pertini, lo ammise a denti stretti che se non fosse stato per gli americani ne avreste uccisi molti di più… di fratelli italiani. nel nome della rivoluzione che nessuno voleva)

    • klingsor · mercoledì, 17 aprile 2013, 1:23 pm

      Piras – grazie signor Piras, è stato un piacere ma ora il giochino diventa stucchevole e noioso, oltre che inutile. quello che avevo da dire in argomento l’ho detto. Ci beva sopra un po’ di filu ferru e pensi alla salute.

      MICER – è la solita tesi giustificazionista della reazione slava alle violenze italiane.
      il discorso sul contesto andrebbe approfondito, ma è un dato di fatto che quello che è successo nella venezia giulia era innanzitutto frutto della strategia di tito, che mirava ad espandere la jugoslavia comunista annettendo i territori italiani previa pulizia etnica degli abitanti mediante l’eliminazione fisica ed il terrore. Quanto a questo la controguerriglia e le rappresaglie italiane nel corso della guerra possono essere state tutt’al più una concausa, ma non è certo per questo che in venezia giulia è successo quel che è successo. Come ha scritto Kardelj, braccio destro di tito in slovenia, l’ordine era di ripulire il territorio dagli italiani con qualsiasi mezzo e non certo per vendetta o rappresaglia. Che poi dalla parte dei titini ci siano stati italiani che li hanno aiutati è un fatto triste e vergognoso (altro che causa di libertà.)

      • Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 3:42 pm

        Abbardente, caro mr. Klingsor, altro che filu ferru. In assenza di condizioni di dialogo con lei posto qui un pezzo dalla mia pagina facebook. Se intendesse cambiare tono me ne renda avvertito. np

        AGGIORNAMENTI SU “NOTIZIA” DI 17 APRILE 2013
        Ho informato Gad Lerner, nel suo blog, di questa notizia sul libro dello storico Luzzato e sui travisamenti. Ho documentato con riferimenti a “Pitzinnos Pastores Partigianos”. Non che mi aspettassi risposta immediata da parte di Lerner: appartiene pure lui alla casta. Però mi ha rotto le scatole che non abbia mosso un dito a precisare, puntualizzare, anche definire sulla polemica scatenata da un tale Klingsor, proprio sul fatto che i nostri pitzinnos pastores furono nella Resistenza, partigianos nel IX Corpus sloveno. Una grande contraddizione. Comporta scelte, condivisioni, smarrimenti, atti di coraggio e di viltà. Un grande racconto storico e il grande è chiaramente dei raccontati più che dei raccontatori. Io a spiegare e Klingsor, idiotamente, a sciorinare ideologia e ignoranza. Non che questa gente debba condizionare la serietà del dibattito. Ma se si permette a diversi Klingsor – perché poi non dicono il loro vero nome?- di fare fumo, allora vuol dire che niente è serio. E noi non possiamo dire che la storia dei nostri pitzinnos pastores non fosse una cosa seria. Sono stato accusato da Klingsor di non sapere scrivere in italiano. Non so quanto dipenda dalla sua miopia o dalla mia incapacità a scrivere. Mi ha pure detto: “io conosco altri sardi, civilissimi, mica come lei”. Che dire? M vengono sospetti. Che il sullodato Klingsor sia pure lui un sardo mascherato, di quelli che si vergognano e che dicono magnificenze dei sardi e sarde scrittori alla moda. Appunto gli idioti. Non mi sembra plausibile che Klingsor sia un nome mascherato di Lerner. Intanto Bebbe Grillo, modello visibile del mister K italiano a maschera inglese, continua a sproloquiare, a rendere sostanza la minaccia alla democrazia.

    • klingsor · mercoledì, 17 aprile 2013, 4:36 pm

      caro signor Piras, temoo che lei abbia dato la prova definitiva di una grave dissociazione mentale e/o di malafede esagerata. infatti:
      scrive su FB
      “Sono stato accusato da Klingsor di non sapere scrivere in italiano.”
      solo che è stato lei per primo a scrivere quanto segue:
      17 aprile 2013, 11:05 am
      Lei dovrebbe chiedere di coordinare un master in storia contemporanea. Però prima deve imparare a leggere e scrivere.

      - Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 12:12 pm
      Caro signor Klingsor, lei continua a dare patente manifestazione di non sapere né leggere né scrivere.
      come sa bene è stato lei a portare la conversazione su questo tono, ed è inutile che ora manipoli la realtà a suo piacimento.

      Poi su FB parla di “fare fumo”, ma di fronte ad una precisa contestazione circa la partecipazione dei suoi partigiani sardi alle vicende infami del famigerato IX corpus titino (che lei definisce in modo ridicolo “causa di libertà”) lei non argomenta e passa all’insulto gratuito:

      mercoledì, 17 aprile 2013, 12:58 pm
      Ma lei è un fariseo, un berluscone, un giocatore delle tre carte? Non posso stare a risponderle sull’evidenza dopo che le ho esplicato l’evidenza.

      ma non è in grado di fornire argomenti seri.
      Mi dia retta: lasci perdere, impieghi meglio il suo tempo e vada a farsi un giretto alla sede della sua amata ANPI, dove le sue sciocchezze troveranno sicuramente solidarietà e comprensione e non la costringeranno a confrontarsi con la realtà. Che nel caso del IX Corpus e dei suoi collaborazionisti italiani (la brigata comunista Natisone e a quanto pare i suoi sardi) significa foibe, massacri, pulizia etnica e terrore.

      • Natalino Piras · mercoledì, 17 aprile 2013, 4:49 pm

        Appunto. Lei è radicato nel gioco delle tre carte. E’ la sua dimensione. Adiosu.

      • Umberto · lunedì, 17 giugno 2013, 12:20 pm

        Klingsor, lasci perdere Piras. Ad una rapida analisi risulta chiaramente essere il classico comunista dalla mente ottenebrata dalle falsità con cui è stato indottrinato, ovviamente con l’immancabile vizio, tipico della sua categoria, di negare l’evidenza e accusare gli altri di ciò che per primo ha fatto lui (accusarla di non saper scrivere). Sono fatti così, sono dei minus habentes, intellettivamente parlando, e si difendono come possono. Sventurati.

  6. ricerca storica · mercoledì, 17 aprile 2013, 10:41 am

    “due ragazzi sbandati che le circostanze avevano reso incompatibili con le regole della guerra partigiana”

    Regole ?

    Gli storici non devono indagare sino in fondo ? O devono sempre accreditare la “vulgata” ufficiale ?
    A 70 anni dai fatti forse sarebbe opportuno.

    • zacheo · mercoledì, 17 aprile 2013, 11:56 am

      leggendo di questi giovani non ho potuto fare a meno di pensare, ”se questi erano uomini”
      e delle belle espressioni letterarie non mi resta che tristezza
      e una sola domanda chi e il boia?

  7. cuorfù · mercoledì, 17 aprile 2013, 10:12 am

    GAD: Solo da un racconto completo dei fatti storici potrà tornare la concordia nazionale
    che c’era fino al 43. (leggi pure revisionismo).
    Ma ancora si RIGENERA il nuovo mostro ANPI (sic!) con atteggiamenti totalmente
    ostili a questo revisionismo che principalmente
    si manifestano cos1, riferiti a certi militanti:

    a) gli occultatori dei fatti scandalosi avvenuti tra faide nel partigianismo, per
    salvaguardia dell’immagine propria.

    b) i piagnoni dei martiri, per mero tornaconto politico (quelli delle ricorrenze).
    NON BASTA DIRE: “per non dimenticare”.
    BISOGNA CHE ESCA FUORI TUTTO: altrimenti il
    “non dimenticare” non ha peso.
    E LA POLITICA CI SGUAZZA …

  8. marco scamardella · mercoledì, 17 aprile 2013, 9:24 am

    se l’ovvio ( la disciplina militare in tempo di guerra amministrata da irregolari con tutto quello che consegue )

    diventa scandalo

    è perchè per decenni si è raccontata un’altra storia

    una favola

  9. onyric · mercoledì, 17 aprile 2013, 8:42 am

    Se non ricordo male Levi racconta anche la sua adesione alla resistenza – come per tanti una catena di eventi che porta ad una scelta, non una ‘militanza’ – e la presenza del ‘partito’ – dei commissari politici – nelle bande partigiane.

    dover essere e necessità – e brutalità – di imporre disciplina in bande eterogenee – scontato per chi legge senza esser intossicato dalla retorica – se Luzzato ci tiene a mettere i puntini sulle i – mi par fatica sprecata, ma contento lui ed i suoi lettori …

    ne approfitto per dire che nei libri di Levi si trova un’etica del lavoro ed un amore per l’industria che sono lontanissimi dal rifiuto e l’estraneità che portano così bene nelle tue trasmissioni come in quelle d’altri intellettuali ‘de sinistra’ ai tempi della decrescita.

  10. marco scamardella · mercoledì, 17 aprile 2013, 8:14 am

    proprio tutto non direi

    ad es riguardo al suo libro :

    Diversi storici[ hanno inoltre rilevato il quasi nullo risalto dato all’eccidio di Porzûs, in cui diciassette partigiani della Brigata Osoppo caddero per mano di un gruppo di partigiani comunisti, menzionato solo in una nota di sei righe dedicata all’ampio uso di stelle e fazzoletti rossi da parte del GAP autore della strage[.

    guerra civile , considerazione per i fascisti e le violenze gratuite dopo la vittoria , analisi delle motivazioni rivoluzionarie dei comunisti

    ma il punto vero

    il punto della strage degli antifascisti e partigiani non comunisti

    quel punto che è la chiave di tutto pare un tabù

    • Francesco · mercoledì, 17 aprile 2013, 9:59 am

      I fascisti non meritano considerazione.

      • marco scamardella · mercoledì, 17 aprile 2013, 10:06 am

        appunto

        ma gli antifascisti uccisi dai fascio comunsiti ?

        pur di distrasi da quel tema si è dato ascolto ed attenzioen alel ingiustizie e venbdetet subite da fascisti e parenbti e affini dopo la sconfitta

        le stargi di antifascisti e partigiani non comunisti

        di questo non si vuol parlare

        non è possibile farlo

      • klingsor · mercoledì, 17 aprile 2013, 10:45 am

        Nemmeno gli idioti di cui francesco dimostra di essere un ottimo esempio

      • Federica · giovedì, 18 aprile 2013, 10:44 am

        Sono d’accordo. Però a volte diventano pericolosi, ecco perchè si può discutere di tutto, ma la cosa fondamentale è avere una base antifascista, cosa che manca a molti di quelli che scrivono qui.

      • Federica · giovedì, 18 aprile 2013, 10:46 am

        P.s. Ovviamente intendevo dire che sono d’accordo con Francesco: “I fascisti non meritano considerazione”.

      • marione · mercoledì, 26 giugno 2013, 1:24 pm

        sei ancora in tempo per ragionarci su e cambiare opinione.

  11. ubik · mercoledì, 17 aprile 2013, 7:59 am


    Claudio Pavone a suo tempo disse tutto quel che c’era dadire sulla Guerra Civile e sulla retorica partigiana. Ma è un grande studioso: rigoroso e appartato. Luzzato mi sembra che di ogni questione ne faccia uso per pubblicizzare l’immagine di giovane storico inquieto: poca sostanza, molto rumore. Altro non c’è da aggiungere. Saluti Gad

  12. Pietro Melis · martedì, 16 aprile 2013, 7:38 pm

    Gad Lerner: Se questo è un uomo.

  13. klingsor · martedì, 16 aprile 2013, 6:10 pm

    Nemmeno questa volta questa volta gad Lerner riesce a schiodarsi dai suoi soliti stereotipi politicamente corretti né dal soliti riflesso condizionato che fa infuriare i cd “antifascisti” ogni volta che si mettono criticamente in discussione le loro certezze retoriche e manipolatorie. La Einaudi, che oggi non pubblica il libro di Luzzatto, ieri aveva ostacolato in tutti i modi la pubblicazione dei libri di Beppe Fenoglio che offriva della resistenza un’immagine realistica, poco retorica e non aderente ai miti creati ad arte dalla sinistra. Così il nostro bravo gad lerner si scaglia, a colpi di retorica, luoghi comuni triti e ritriti e partigianeria (è il caso di dirlo) contro Luzzatto, che dopo avere contribuito anche lui in modo fastidioso e maldestro alla peggiore vulgata resistenziale ora apre gli occhi e fornisce uno spunto di riflessione particolare ed originale. naturalmente gad lerner non raccoglie e, anzi, ci sventola la sua tessera dell’ANPI (che in effetti invece di rappresentare i partigiani veri – oramai estinti- è diventata una specie di circolo arci). Peccato, perché la vera lezione gliela offre proprio primo levi, moralmente immenso anche in questo caso, quando descrive i suoi sentimenti dopo l’esecuzione dei due ragazzi, per i quali prova pietà e rimorso nonostante la giustificazione delle circostanze. Nessuna retorica e nessuna manipolazione, da uomo onesto e moralmente superiore quale era. Ma questo gad lerner non lo capisce: per lui conta solo che la leggenda resistenziale non venga messa in discussione. E infatti i due ragazzi uccisi dai partigiani per la storia antifascista ufficiale, riscritta ad arte, sono stati uccisi dai fascisti…(e chi lo mette in dubbio si becca una bella lezione a colpi di tessera dell’ANPI…)

    • VLAD · mercoledì, 17 aprile 2013, 9:16 am

      Ma impara a leggere prima di commentare, si fa per dire,

      • klingsor · mercoledì, 17 aprile 2013, 10:59 am

        Mi sa che qui l’analfabeta sei tu.

  14. Irene Baratta · martedì, 16 aprile 2013, 4:30 pm

    Non ho letto il libro di S. Luttazzo, lo leggerò. Condivido però ,in toto, l’articolo di Gad Lerner, il quale dimostra di cogliere la grandezza, unica, di Primo Levi sia come scrittore che come uomo. Anzi vi è molto di implicito nell’articolo di Lerner, si potrebbe dire molto di più a proposito dell’altissima testimonianza di Primo Levi e del suo genio di scrittore.

  15. marco scamardella · martedì, 16 aprile 2013, 3:47 pm

    ho letto l’articolo di Paolo Mieli di oggi

    direi che il punto è questo

    la sinistra italiana legata al partito comunista ha a partire dal dopoguerra avunto un grossa influenza culturale

    la casa editrice Einaudi di Torino è stata la punta di lancia di questa operazione di stampo gramsciano

    nell’ambito di questa influenza militante è stato elaborato il mito fondante delal resistenza cui hanno aderito per motivi patriottici e di coesione e riscatto nazionale anche ambienti cattolici e laici

    il mito , la favola , di una Italia liberata dai partigiani , senza macchia e senza paura , tutti , angeli del bene , benedetti dalla popolazione

    falso che militarmente i partigiani liberarono l’Italia , falso che il loro comportamento fu irreprensibile , sempre e da parte di tutti

    ma , la cosa più importnate e il motivo vero di questa falsificazione , del mito fondante

    fu la patente di liberatori e dispensatori di democrtazia in quanto partigiani e antifascisti che il pci e la sua derivata anpi si diedero

    sottacendo non tanto le vendette del dopoguerra contro fasdcisti presunti tali e loro parenti

    quanto la strage prima e dopo la fine dei combattimenti di partigiani non comunisti , borghesi , preti , ufficiali antifascisti e sottolineo antifascisti e partigiani

    la verità se nota avrebbe evitato che in Italia vi fosse una considerazione del terribile partito comunisto totalitario staliniano e della sua lenta e ambigua evoluzione , unica nel panorama europeo

    dove l’antifascismo si è sempre coniugato con un necessario anticomunismo , essendo entrambe le ideologie dispensatrici di morte e terrore totalitario arbitrario

    Primo Levi , tacque , accennò solo

    perchè no ?

    era lo spirito del tempo
    e nulla toglie alla sua grandezza ed al valore della sua persona

    piuuotosto chi attualmente si è schernito contro i fatti veri narrati da Pansa

    chi al contrario di Luzzato dopoe sesrsi schernito , non ha capito e non ha riflettuto

    è lui , non Levi , vigliacco e complice dell’oorore
    sull’altare del quiteo vivere di un vecchio e penoso indottrinamento propagandistica macchiato del sangue di milioni di oppressiinnocenti come macchaito ne fù il nazifascismo

  16. rossana · martedì, 16 aprile 2013, 2:26 pm

    da una cosa sbagliata come la guerra non possono esistere cose giuste in essenza.
    Primo Levi che di questo fatto è stato testimone e maestro illustre ed indiscutibile ne è uno degli esempi più spendidi, almeno per me.
    A Primo Levi devo il riconoscimento più prezioso per essere, nonostante tutto, a sentirmi umana. Che certo non significa perfetta, ma umana senza alcun dubbio si.

  17. Cettina · martedì, 16 aprile 2013, 1:46 pm

    Sto scrivendo una tesi sul “diritto di avere diritti e l’apolidia di Hannah Arendt” e mi riempirebbe di orgoglio poter inserirvi un suo intervento riguardo alla sua personale esperienza da apolide. Le chiedo scusa in anticipo per aver occupato questo spazio pubblico per una comunicazione privata, ma non sono riuscita a trovare il suo indirizzo mail. Attendo una sua risposta con ansia,
    Cordiali saluti

    • metiX · martedì, 16 aprile 2013, 1:56 pm

      cettinì…auguri per la tua tesi…non credo che Lerner ti darà alcun contributo (è una celebrità… ;-) )
      invece, se ti può interessare c’è un libro “I pregiudizi contro gli «zingari» spiegati al mio cane” di Lorenzo Monasta, è un libro utile e con il quale puoi forse permetterti connessioni interessanti

      buona fortuna

      • heiner · martedì, 16 aprile 2013, 5:27 pm

        povero metiX, se non mette la sua zampetta in ogni dove non è FeliX

        vasini vasini

      • A.S. · martedì, 16 aprile 2013, 9:41 pm

        …Che idiota lei!!!!

    • Gad · martedì, 16 aprile 2013, 5:22 pm

      Cara Cettina, scrivimi in via magolfa 8
      20143 milano

      • cettina.b · martedì, 16 aprile 2013, 9:48 pm

        Grazie mille per l’attenzione!!!

  18. metiX · martedì, 16 aprile 2013, 1:08 pm

    DA LIBERO:
    Lo scandaloso Gad Lerner: “Vietato dire che Primo Levi fucilò alla schiena 2 ragazzini”
    Il giornalista critica il saggio di Luzzato che ricorda un episodio del ’43, quando l’intellettuale partecipò a una doppia esecuzione

  19. marco scamardella · martedì, 16 aprile 2013, 10:51 am

    Una nazione vera , adulta , con un futuro

    non pouò vivere di falsità storiche

    in Italia ne sonos tate coltivate due enormi

    la prima esserisce che l’Italia del nord è stat liberata dalla resistenza , adducendo a prova l’entrata dei poartigiani dopo l’insurrezione ad Aprile a Genova ,Milano , Torino

    è però evidente che ciò avvenne aseguito della ritirata dei nazisti dovuta all’irrompere ,finite le pioggie di Marzo , delle divisioni corazzate alleate appoggiatre dall’aviazione che vaeva il cmpleto dominio dei cieli
    quindi siamo stati liberati dagli alleati , non dai partigiani

    secondo punto di incredibile falksità

    si declama che Togliatti con l,ungimiranza e bontà d’animo fece adirittura l’amnistia per i fascisti
    tacendo due punti fondamentali

    che l’amnistia riguardò moltissimi assassinii di innocentie civili spesso antifascisti se non partigiani ,perperetati dai partigiani comunisti per volontà o per lo meno complicità del partito

    che moltissimi fascisti si riciclarono nel pci

    • metiX · martedì, 16 aprile 2013, 1:09 pm

      MAVALà…FATTI UN GIRO CON IL FERRARINO DAI…FAI IL BRAVO…

      • marco scamardella · martedì, 16 aprile 2013, 1:16 pm

        idiota senza argomenti

        che noia

    • metiX · martedì, 16 aprile 2013, 1:48 pm

      scarmandé…eh daì su, devi fartene una ragione la Costituzione italiana è nata dall’antifascismo, è inutile cercare di prendere in giro la storia, perciò ti “ignoro” senza argomentare perchè non c’è nulla da argomentare…
      sei tu che “argomenti” tentando di riabilitare il fascismo, il problema è tuo e di tutti i fasci o “simil-fasci” come te…

      • marco scamardella · martedì, 16 aprile 2013, 3:19 pm

        la Costituzioen Italiana come quella Giapponese o quellatedesca è nata dal fatto che gli alleati occupanti hanno deciso che l’Italia doveva essere una democrazia occidentale e che i sovietici comunisti oer via di jalta e delal collocazione geografica non hanno preso il potere

        gli alleati , il vaticano , i aprtiti cattolici laici socialisti e il aprtito comunista controllato dall’Urss hanno dato vita a una costituzione con elementi di compromesso possibili all’epoca

        l’antifascismo potente che la ha generata è quello degli Usa democratici
        essendo al vocazioen dei comunisti comunque totalitaria utopica
        non antifascista di fatto

    • joke · martedì, 16 aprile 2013, 4:54 pm

      Ah se avessero vinto quei bravi ragazzi alleati con Hitler…

      • marco scamardella · martedì, 16 aprile 2013, 5:00 pm

        chi ? i russi che invasero la Polonia insiema ai nazisti ?

    • maurizio vannucci · martedì, 16 aprile 2013, 5:14 pm

      visto certi commenti, troppo pochi i fascisti giustiziati.

      • marco scamardella · martedì, 16 aprile 2013, 5:18 pm

        o peggio forse nessun comunista giustiziato per aver assassinato partigiani e antifascisti non comunisti ?

      • klingsor · mercoledì, 17 aprile 2013, 6:16 pm

        in compenso girano troppi idioti senza cervello

  20. marco scamardella · martedì, 16 aprile 2013, 10:25 am

    la verità innanzi tutto

    molti antifascisti partigiani sono morti in agguati perpretati da partigiani comunisti

    la resistenza è un termine generico che racchiude , sentimenti , idealità , lotta armata per la libertà e l’onore di’Italia come lotta aanmata per la dittaura rivoluzionaria el’eliminazione fisica del nemico di classe mista a semplice delinquenza armata da scappati di galera

    la verità innanzitutto

    non ne escono sminuiti il grande letterato Primo levi padre della nostra nuova nazione , nè i partigiani per la libertà e la resistenza ideale

    anzi , la verità li onora ancor di più

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