Salva Israele – Ferma l’occupazione 1967-2017 Un appello al mondo ebraico, è tempo di cambiare

sabato, 13 febbraio 2016

Una campagna d’opinione in vista del cinquantesimo anniversario della guerra dei sei giorni, combattuta per autodifesa e conclusa con l’occupazione di vasti territori palestinesi, perchè Israele esca da questa lunghissima posizione di stallo e cerchi davvero una soluzione di pace. Sta partendo in questi giorni una campagna d’opinione che vede protagoniste le principali Ong israeliane (tra cui Peace Now) oltre che singole personalità. Qui di seguito vi propongo il loro appello, al quale aderisco.

In cosa crediamo

1. Noi crediamo che le aspirazioni ebraiche di istituire uno Stato siano state realizzate e debitamente riconosciute dalla comunità internazionale attraverso il Piano di spartizione adottato nel novembre 1947 dalle Nazioni Unite e successivamente da molti dei suoi membri. Tuttavia, mentre le aspirazioni ebraiche sono state esaudite, così non è stato per le parallele aspirazioni dei palestinesi, frustrate poi dall’occupazione di Israele dei Territori palestinesi dal 1967 e dalla negazione dei diritti nazionali del popolo palestinese.

2. Noi crediamo che mezzo secolo di occupazione sia più che sufficiente e che da tempo sia ora di porvi fine. Far durare ancora questa situazione condannerà i due popoli che condividono questa terra ad un inutile spargimento di sangue e minaccia di trasformare quella che era iniziata come una lotta per l’indipendenza in un incontenibile conflitto religioso.

3. Noi crediamo che per raggiungere il nostro obiettivo – la creazione dello Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele – sia cruciale che non si metta più in forse la stessa legittimità dello Stato di Israele come patria degli ebrei, assicurando ad esso finalmente dei confini riconosciuti dal diritto internazionale. Questo porrà fine alle continue violazioni dei diritti umani e civili dei palestinesi. Impedirà inoltre i tentativi di fondere le due entità – Israele e Palestina – in una “Terra di Israele” dove vige l’apartheid, come propugnato dalla destra israeliana dominata dai coloni.

4. Noi crediamo che con l’approssimarsi del cinquantesimo anniversario dell’occupazione, il 5 giugno 2017, il mondo ebraico dovrebbe unire le forze in virtù di un senso di responsabilità reciproca, del rispetto per i valori umani e per l’identità etica dell’ebraismo , della naturale preoccupazione per la sopravvivenza di Israele ed il suo benessere, e giocare un ruolo attivo negli sforzi di porre fine all’occupazione.

5. Noi crediamo che, una volta sollevato dalla piaga dell’occupazione, Israele diventerà realmente uno Stato ebraico e democratico, con pari diritti umani e civili per tutti i suoi cittadini, libero di sprigionare tutto l’enorme potenziale economico, culturale, educativo del suo popolo e capace di godere pienamente del suo ruolo legittimo fra le Nazioni del mondo, vivendo in pace e sicurezza con i suoi vicini.
Facciamo appello ad ogni ebreo in Israele e nella diaspora che si sente parte integrante del popolo ebraico, che sia preoccupato di assicurare un futuro allo Stato di Israele, e che sia d’accordo con i principi fin qui delineati, per unirsi al movimento SISO e contribuire al meglio delle proprie possibilità al suo successo. In quest’ora critica, salvare Israele è responsabilità primaria di chiunque sia interessato alla sua sopravvivenza, ed essere uno spettatore non può essere un’opzione.

35 Commenti

  1. carmine · sabato, 13 febbraio 2016, 9:37 pm

    E’ un fatto inoppugnabile che la spoliazione della Palestina sia stata pianificata dalla dirigenza Sionista in anni lontani e che il passo piu’ significativo sia stato rappresentato dalla partizione del 1948. Partizione che è avvenuta in modo iniquo perche’ inversamente proporzionale alla presenza della comunita’ ebraica e palestinese in quella terra. Alla comunita’ ebraica che era minoritaria è stata assegnata la parte maggiore della terra mentre quella palestinese che era maggioritaria ha avuto la parte minore della terra. E’ un filosofo ebreo ( Martin Buber ) anche lui Sionista della prima ora ( e critico del Sionismo alla fine della sua esistenza ) a sostenere che Israele, costituitosi in Stato, ha sottratto ai nativi di palestina la parte migliore della terra. E’ sempre Buber a ritenere che l’insediamento degli ebrei sia stato effettuato in modo subdolo con mezzi pacifici e in modo manifesto con la violenza. Le sue affermazioni sono state confermate dagli sforzi compiuti dagli storici “revisionisti” Israeliani: Ilan Pappe’ ed altri. Ma sono conferme che possono essere accettate solo ad una condizione: che la mente del Soggetto sia libera da pregiudizi, che sia disposta cioe’ ad ascoltare non solo la voce della propaganda Ufficiale, e che “soprattutto” non sia sprofondata nel mito di “Israele”. La storia di questo Stato è la Storia della colonizzazione di un territorio avvenuta per gradi ma decisa con estremo raziocinio, dai padri fondatori del Sionismo, molto prima che si verificasse la tragedia dell’olocausto. La carneficina nazista ha poi accellerato il processo di occupazione e colonizzazione attribuendogli la legittimazione che mancava. Il territorio conquistato dopo la guerra del 1967 è l’esito finale di un progetto che i Sionisti avevano appunto elaborato, in anni remoti, nella convinzione che occorreva una terra senza popolo per un popolo senza terra. In realta’ quella terra era tutt’altro che vuota. E tuttavia questo non poteva costituire un ostacolo per degli “sfrenati nazionalisti, imperialisti, inconsapevoli mercantilisti e adoratori del successo” ( Martin Buber, una terra e due popoli ). Non sono certo tra quelli che auspicano la distruzione dello Stato di Israele ( questa è la prima obiezione che i Sionisti sollevano a fronte di argomenti “scomodi” per loro) e confido nella soluzione di uno Stato binazionale. Ma questo Stato potra’ avere le caratteristiche di uno Stato laico e democratico dove ebrei e palestinesi potranno godere degli stessi diritti? La situazione attuale in Palestina non fa presagire, in questo senso, nulla di buono. Per la violenza che viene esercitata sistematicamente contro i palestinesi, per la violazione dei loro elementari diritti ( anche all’interno dello Stato di Israele), per la volonta’ da parte delle Autorita’ politiche e Religiose in Israele di procedere a tappe forzate verso la costituzione di uno Stato fondato su basi etniche e confessionali. Quello Stato a maggioranza ebraica che lo stesso Martin Buber aveva con estremo vigore osteggiato. In ogni caso non quella dei due Stati per due popoli. Perchè una Comunita’ possa costituirsi in Stato è necessaria la presenza di un territorio omogeneo e contiguo e questo territorio non esiste piu’ in Palestina. E non esiste per effetto dell’espansionismo incoraggiato da un gruppo di ultranazionalisti fanatici e di destra molto simili ai loro predecessori. L’obiettivo è quello di completare l’annessione della Cisgiordania e delle alture del Golan con le maniere buone o con quelle cattive. Alle maniere cattive, del resto, gli Israeliani ci sono abituati. Forti della loro potenza militare e nucleare, cullati dal sostegno sempiterno degli Stati Uniti, gli Israeliani si sono cimentati in avventure militari trasformatesi in autentiche mattanze ( Libano e Gaza ). Macelli che lasciano sempre indifferenti i partigiani di Israele, per quale oscuro motivo non è dato di sapere. I partigiani di Israele di fronte alla sua aggressivita’ e ferocia contrappongono sempre quella dei palestinesi, quella degli attentati suicidi ( che non ci sono piu’ ), quella dei razzi ( scalcinati ) di Hamas , quella ultima dei coltelli. Ma non possono non sapere che i rapporti di forza sono a favore di israele e della sua formidabile potenza militare. E allora? E allora non esiste alcuna spiegazione al di fuori dell’ ipocrisia. Ma non basta: nel vivo di interessi economici e geopolitici Israele sa dare prova di un cinismo ineguagliabile : stabilisce rapporti con il Paese piu’ oscurantista del Medio Oriente: l’Arabia Saudita ( che foraggia il radicalismo Islamico ), non combatte l’Isis; combatte invece Hezbollah che è presente sul campo contro i tagliagole, contrasta l’accordo con l’Iran sul nucleare evocando lo spettro dell’arma atomica Iraniana, che non verra’ mai costruita. Da quale pulpito, per un Paese che non ha mai rispettato le risoluzioni ONU per il ritiro entro i confini ante 1967, che non ha sottoscritto il trattato di non proliferazione delle armi nucleari, pur disponendo di 200 testate atomiche ( Mordechai Vanunu docet ), e di mezzi per farle circolare sotto la giurisdizione e il consenso di Potenze sostanzialmente acquiescenti alla sua politica imperialista e guerrafondaia.

  2. carmine · sabato, 13 febbraio 2016, 9:14 pm

    ” Giorno dopo giorno leggiamo nei nostri giornali di essere coinvolti in una guerra di difesa perche’ siamo stati attaccati. I fatti sono piuttosto semplici. Duemila anni fa questa terra fu abitata da un popolo che aveva fatto grandi cose e che in seguito, disperso nel mondo, mantenne un legame interiore con essa. Ai nostri tempi questa terra è abitata da un altro popolo che non ha fatto qui niente di particolarmente grandioso, ma vive qui, coltiva i campi come se non esistesse una tecnica moderna, ha usanze antiche, cone se non vi fosse una civilizzazione moderna, e le sue masse si esprimono in una lingua popolare cone se non esistesse una lingua letteraria. Verso la fine del secolo scorso piccoli e poi sempre piu’ grandi gruppi di quel primo popolo cominciarono ad insediarsi in questa terra con l’intenzione di costituire li’ una base per la sua riunificazione. Nella stessa misura in cui si aggiungevano a questa azione richieste politiche, si videro da parte dell’altro popolo segni di risentimento, di inimicizia e di odio. All’inizio questo popolo accetto’ con tolleranza questa penetrazione, addirittura, a volta, con buona volonta’, proveniente dal sentimento istintivo per l’interesse comune allo sviluppo della terra, sebbene di tanto in tanto si diffondesse il timore che potesse essere imposto al suo modo di vivere un ritmo diverso. Ora pero’ si diffonde una ben piu’ concreta preoccupazione, e cioe’ che gli si voglia fare mancare le basi vitali, e se non al popolo attuale, alla sua discendenza. Non appena, il primo popolo passa dalle parole ai fatti e spinge le istituzioni internazionali a riconoscergli i diritti politici sulla parte migliore della terra, scoppia un vero e proprio conflitto. Certamente, questa esplosione è stata resa possibile anche grazie al fatto che i Governi, come al solito, sfruttano la situazione spirituale del popolo; altrimenti non avrebbero potuto mettere in atto nulla. E ora: ” Noi siamo stati attaccati”. Ma chi ci ha attaccato? Proprio quelli che si sentivano attaccati da noi, dalle nostre pacifiche conquiste. Ci accusano: ” Voi siete i predatori”. E cosa rispondiamo noi? ” Questa è la nostra terra dove duemila anni fa abbiamo fatto grandi cose”. Ci dobbiamo aspettare che essi lo riconoscano senza indugio? Lo faremmo anche noi al loro posto? Basta! Smettiamola con le parole vuote! La verita’ è che noi abbiamo cominciato l’attacco “pacificamente”, quando abbiamo cominciato ad entrare nella terra “. Martin Buber – una terra e due popoli, Capitolo 42 – basta con parole vuote – 1948

  3. carmine · sabato, 13 febbraio 2016, 9:13 pm

    ” Giorno dopo giorno leggiamo nei nostri giornali di essere coinvolti in una guerra di difesa perche’ siamo stati attaccati. I fatti sono piuttosto semplici. Duemila anni fa questa terra fu abitata da un popolo che aveva fatto grandi cose e che in seguito, disperso nel mondo, mantenne un legame interiore con essa. Ai nostri tempi questa terra è abitata da un altro popolo che non ha fatto qui niente di particolarmente grandioso, ma vive qui, coltiva i campi come se non esistesse una tecnica moderna, ha usanze antiche, cone se non vi fosse una civilizzazione moderna, e le sue masse si esprimono in una lingua popolare cone se non esistesse una lingua letteraria. Verso la fine del secolo scorso piccoli e poi sempre piu’ grandi gruppi di quel primo popolo cominciarono ad insediarsi in questa terra con l’intenzione di costituire li’ una base per la sua riunificazione. Nella stessa misura in cui si aggiungevano a questa azione richieste politiche, si videro da parte dell’altro popolo segni di risentimento, di inimicizia e di odio. All’inizio questo popolo accetto’ con tolleranza questa penetrazione, addirittura, a volta, con buona volonta’, proveniente dal sentimento istintivo per l’interesse comune allo sviluppo della terra, sebbene di tanto in tanto si diffondesse il timore che potesse essere imposto al suo modo di vivere un ritmo diverso. Ora pero’ si diffonde una ben piu’ concreta preoccupazione, e cioe’ che gli si voglia fare mancare le basi vitali, e se non al popolo attuale, alla sua discendenza. Non appena, il primo popolo passa dalle parole ai fatti e spinge le istituzioni internazionali a riconoscergli i diritti politici sulla parte migliore della terra, scoppia un vero e proprio conflitto. Certamente, questa esplosione è stata resa possibile anche grazie al fatto che i Governi, come al solito, sfruttano la situazione spirituale del popolo; altrimenti non avrebbero potuto mettere in atto nulla. E ora: ” Noi siamo stati attaccati”. Ma chi ci ha attaccato? Proprio quelli che si sentivano attaccati da noi, dalle nostre pacifiche conquiste. Ci accusano: ” Voi siete i predatori”. E cosa rispondiamo noi? ” Questa è la nostra terra dove duemila anni fa abbiamo fatto grandi cose”. Ci dobbiamo aspettare che essi lo riconoscano senza indugio? Lo faremmo anche noi al loro posto? Basta! Smettiamola con le parole vuote! La verita’ è che noi abbiamo cominciato l’attacco “pacificamente”, quando abbiamo cominciato ad entrare nella terra “. Martin Buber – una terra e due popoli, Capitolo 42 – basta con parole vuote – 1948. Era gia’ tutto previsto

  4. Salva Israele · sabato, 13 febbraio 2016, 5:14 pm

    Mira Sucharov: Solo i veri patrioti israeliani possono porre fine a cinquanta anni di occupazione

    Sintesi personale

    Uno dei giganti mondiali nel campo della psicologia politica ed educativa , da poco in pensione ,è diventato un “pacifista a tempo pieno.”Il suo nome è Daniel Bar e ha creato un movimento: :
    “Salva Israele; Stop all’occupazione “( SISO)Tra poco saranno 50 anni di occupazione ed egli invita il governo israeliano ad ” accettare la creazione di uno Stato palestinese indipendente o a estendere la parità dei diritti a tutti coloro che vivono nei territori occupati finché non ci sarà una risoluzione definitiva concordata del conflitto. “VUOLE convincere gli Israeliani che porre termine al dominio militare in Cisgiordania è un bene per Israele . Egli ha sviluppato il concetto di “mentalità di assedio” . La convinzione che “la propria società sia circondata da un mondo ostile”, conduce ad essere molto diffidenti nei confronti degli altri. In Israele si tratta di un fenomeno che Bar-Tal ha etichettato come la “Sindrome Masada”

    Bar-Tal ha trascorso la sua carriera a enumerare i timori israeliani e le memorie storiche che li alimentano : l’antisemitismo, l’Olocausto, l’ invasioni di stati arabi, il terrorismo palestinese. Purtroppo questo tipo di mentalità dell’assedio non porta a empatizzare con gli altri che si sentono allo stesso modo sotto assedio, ma ad un indurimento delle posizioni. “Argomenti morali”, dice, non funzionano. “Se mostri preoccupazione per i palestinesi, sei chiamato un amante arabo; sei considerato un traditore. ” Ciò che funziona, dice, è convincere che l’occupazione ha impatti negativi sulla società. Da qui il titolo del suo movimento in crescita: “salvare Israele, Stop all’occupazione”.Vede una tirannia della maggioranza -l’ attuale governo , soffocare il segmento della società israeliana considerato minoritario attraverso la legge sulle ONG ,l’invito all’autocensura per gli artisti, la rimozione del libro di Dorit Rabinyan dal curriculum di Israele; l’indebolimento del pensiero critico all’interno del sistema scolastico israeliano. “In pratica il sistema di istruzione non può essere aperto,ma cerca di indottrinare e di impedire un libero scambio di idee.” Ha parole dure per i nuovi studi civici nei libri di testo che ” insegnano valori particolaristici dell’ebraismo e del nazionalismo ed ignorano in larga misura i principi di democrazia, di libertà, di giustizia e di stato di diritto “. Bar-Tal è stato un co-leader dello studio sui libri di testo palestinesi e israeliani del 2013. Lo studio ha trovato che la reciproca demonizzazione era fortunatamente rara in entrambi i lati. L’elemento comune consisteva nel mantenere la propria storia nazionale. Per queste sue conclusioni , Bar-Tal è stato screditato dai ministri . Bar-Tal vede che l’occupazione devia fondi da settori come la salute, il benessere e l’istruzione . SISO collabora con altre organizzazioni ebraiche, tra cui Hashomer Hatzair, Partner for Progressive Israel, il Yachad inglese e il J europeo. .Peace Now approva l’iniziativa , ma sta lavorando ad un altro progetto e così il premio Nobel Daniel Kahneman. . C’è una lunga strada da percorrere per soddisfare i 13 obiettivi strategici che l’iniziativa ha definito – tra cui l’organizzazione di eventi, produzione di film, ottenere “milioni di firme” per una petizione, . “Noi siamo patrioti; amiamo il nostro paese “.

    articolo completo in inglese qui, Haaretz è a pagamento è qui riportato

    http://frammentivocalimo.blogspot.it/search?q=Mira+Sucharov

  5. BIBI · sabato, 13 febbraio 2016, 1:41 pm

    (NB : la colonizzazione di territori conquistati militarmente è contraria alla carta dell’ONU)

    e io me ne fotto !

    Cosa succede davvero ai check-point?
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    di Michela Sechi
    venerdì 25 dicembre 2015 ore 07:10

    Salgono a 134 i palestinesi uccisi nei Territori Occupati dall’inizio di ottobre: gli ultimi 4 la mattina della vigilia di Natale. Di questi 134 morti, molti sono accusati di aver attaccato coloni o soldati israeliani. Come Eyad Ideis, 25 anni, ucciso per aver aggredito un gruppo di soldati con un taglierino a un check-point vicino a Hebron la mattina del 24 dicembre.

    Poco prima il 22enne Muhamma Zahran era stato ucciso da due guardie israeliane all’ingresso della colonia di Ariel; le due guardie hanno raccontato di essere state aggredite con un coltello. Nelle stesse ore un altro palestinese veniva ucciso con l’accusa di aver tentato di investire un gruppo i soldati.

    segue
    http://www.radiopopolare.it/2015/12/cosa-succede-davvero-ai-check-point/

  6. Milena · sabato, 13 febbraio 2016, 12:37 pm

    Mi sembra un’iniziativa molto sensata.

  7. picodepaperis · sabato, 13 febbraio 2016, 12:15 pm

    se israele si definisce ‘stato ebraico’

    L’unico stato i cui confini non sono disegnati sulle carte geografiche…l’acquisizione (meglio dire “furto”, “rapina”) della terra altrui è un working in progress

  8. ma va...? · sabato, 13 febbraio 2016, 12:12 pm

    Le carte false dei coloni israeliani

    di Michela Sechi
    martedì 02 febbraio 2016 ore 18:11

    Un’inchiesta della polizia israeliana rivela che i contratti d’acquisto di terra palestinese da parte dei coloni si basano spesso su documenti falsi. L’inchiesta è stata resa pubblica dalla tv israeliana Canale 10 e ripresa dal quotidiano israeliano Haaretz.
    Non è una sorpresa: già passato erano emersi casi di palestinesi che avevano “venduto” la terra pur essendo defunti da anni, o che avevano firmato carte pur essendo analfabeti.

    La polizia israeliana ha indagato su 15 acquisizioni di terra palestinese su cui poi erano sorti avamposti illegali. In 14 casi su 15 sono emerse falsificazioni e frodi. Le acquisizioni fanno tutte capo a una società diretta da un attivista del movimento dei coloni, Ze’ev Hever.

    http://www.radiopopolare.it/2016/02/le-carte-false-dei-coloni-israeliani/

    • asterix · sabato, 13 febbraio 2016, 12:36 pm

      Insediamenti israeliani nei territori occupati
      (articolo dal sito assopace.altervista.org)

      Richiamandosi alla biblica “terra promessa” gruppi sionisti religiosi fanatici e estremisti installano nottetempo e abusivamente le loro case mobili ( roulottes o containers ) sui terreni dei palestinesi, generalmente in posizione strategica, sopraelevata o vicino a una fonte d’acqua, e vi si installano definitivamente. (NB : la colonizzazione di territori conquistati militarmente è contraria alla carta dell’ONU). Alle proteste dei palestinesi reagiscono con violenza e pure chiamano l’esercito israeliano a loro difesa. Le autorità israeliane a volte ordinano il ritiro dei coloni, ma spesso tollerano (o persino promuovono in funzione dell’utilità politica) queste occupazioni selvagge. In seguito il terreno viene circondato da reticolati, viene confiscato e l’insediamento diventa una colonia definitiva con edifici, strade e altre infrastrutture definitive. Col tempo queste colonie sono diventate veri villaggi e persino città che continuano ad ingrandirsi su terre progressivamente confiscate ai palestinesi (alla mattina i contadini palestinesi trovano degli annunci di confisca appesi agli alberi. Pochi giorni dopo la polizia o l’esercito israeliano scacciano i palestinesi e il fondo è recintato e incluso nella colonia sionista più vicina). È abbastanza evidente che i sionisti non hanno alcuna intenzione di andarsene da questi insediamenti né di restituire alcunchè, bensì di porre i palestinesi e la comunità internazionale davanti al fatto compiuto.

      Parecchi insediamenti sionisti (per esempio a Hebron) sono stati impiantati con la forza provocatoriamente proprio nel bel mezzo di località palestinesi e vengono sorvegliati costantemente dall’esercito israeliano che risponde a ogni atto ostile da parte palestinese con le armi, con arresti e con distruzioni.
      Nella Cisgiordania occupata gli insediamenti ebraici sono stati concepiti e situati strategicamente secondo il piano Allon in modo da occupare il confine con la Giordania e la Siria e in modo da soffocare le zone abitate palestinesi circondandole. Classico il già citato piano ZUA in Galilea.

      Il governo israeliano incentiva i suoi cittadini a stabilirsi nei territori occupati concedendo sconti fiscali, abitazioni a prezzo modico e altre facilitazioni come strade di collegamento riservate agli israeliani, ecc.
      Va pure annotato che il governo israeliano ha dato ampie garanzie di risarcimento dei coloni in caso di restituzione delle terre ai palestinesi. Tuttavia il risarcimento costerebbe somme enormi e per il governo israeliano ciò è un ostacolo a ogni accordo di pace.
      In molti casi i coloni si sono insediati su terre palestinesi con il permesso del governo israeliano, per esempio con il pretesto di ricerche archeologiche, di vicinanza ai luoghi storico-religiosi, l’estensione già pianificata di colonie esistenti, ecc.
      In Europa esistono agenzie immobiliari ebraiche che vendono parcelle di terreno che attualmente si trovano ancora su terre palestinesi (evidentemente prossimamente verranno occupate abusivamente e/o confiscate).
      Da ricordare i 120 villaggi palestinesi che tutt’ora non sono più riconosciuti tali dalle autorità israeliane (non vengono più forniti i servizi, ecc.) e evidentemente destinati a scomparire.

      Attualmente nei territori occupati nel 1967 abitano circa 400’000 coloni di cui circa 200’000 sono coloni urbani insediati a Gerusalemme Est , per esempio nel quartiere di Gilo. I coloni crescono a un ritmo di circa 1’000 – 1’500 al mese.
      220’000 coloni sono organizzati e raggruppati nell’influente associazione Yesha council molto vicina al partito di destra Likoud. Nei territori palestinesi occupati Isrele ha pure installato alcune basi militari circondate da grandi misure di sicurezza.

  9. deda · sabato, 13 febbraio 2016, 10:46 am

    Se gli uomini volessero vivere in pace nessuno glielo vieta.

  10. Quattro · sabato, 13 febbraio 2016, 10:09 am

    Facciamo appello ad ogni ebreo in Israele e nella diaspora che si sente parte integrante del popolo ebraico

    Come Gad Lerner.

    Molto Bene.

    Porre termine all’Occupazione Continua
    e RESTITUZIONE DI TUTTI i luoghi Occupati.
    Sottoscrivo.

  11. asterix · sabato, 13 febbraio 2016, 10:04 am

    La soluzione dei due Stati in Palestina appartiene agli anni ’90, quando le elites finanziarie mondiali, dopo la caduta del Muro e la completa egemonia americana, si erano lanciate nell’avventura della conquista del sistema economico mondiale.
    Oggi il contesto è cambiato: gli USA sono stati travolti dalla finanziarizzazione e dalle guerre mediorientali e sono in crisi; stanno nascendo nuovi centri di potere mondiale come la Russia, che grazie all’alleanza con l’Iran ha un ruolo importante nell’area.
    La classe dirigente occidentale ha messo da parte la questione palestinese; in vista dello scontro economico e militare con gli avversari ha preferito affidarsi ad un solo Stato israeliano, forte e affidabile.
    La questione palestinese è chiusa per sempre.

  12. aforisma · sabato, 13 febbraio 2016, 9:48 am

    di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno

  13. alter ego · sabato, 13 febbraio 2016, 9:29 am

    Un libro interessante sui territori occupati scritto da un autore israeliano, Jeff Halper: “Questa guerra è contro di noi”:

    http://nena-news.it/jeff-halper-questa-guerra-e-contro-di-noi/

  14. tsè · sabato, 13 febbraio 2016, 9:11 am

    se israele si definisce ‘stato ebraico’ è difficile che ci siano soluzioni al conflitto con altre etnie diverse dall’espulsione, nel migliore dei casi ottenuta praticando una tollerante emarginazione.

  15. alter ego · sabato, 13 febbraio 2016, 9:06 am

    Perchè Israele non rinuncerà mai al controllo dei territori occupati e alla sperimentazione di nuove armi e di nuovi strumenti di intelligence e sicurezza:

    Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

    Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI – Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare – tra il 2007 e il 2014 – a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

    Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

    Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

    I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI – Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmentenel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nelcampo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

    Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che – nelle intenzioni di Tel Aviv – “simulava le minacce balistiche iraniane”.

    Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

    Articolo di Antonio Mazzeo tratto da Olivero Beha.it del 29/01/2016

  16. Armando Zappa · sabato, 13 febbraio 2016, 8:52 am

    lì non ci sarà mai pace….
    due popoli invasati di nazionalismo e
    fanatismo religioso…i palestinesi in
    maniera più evidente e grossolana gli
    israeliani in maniera più subdola e ipocrita…

    • deda · sabato, 13 febbraio 2016, 10:46 am

      Vero.

      • Henriette · lunedì, 15 febbraio 2016, 2:06 pm

        falso!

  17. michele · sabato, 13 febbraio 2016, 8:41 am

    Che ridicoli: le “legittime aspirazioni” dei palestinesi alla fondazione di un loro stato, sono state disattese in primis dai palestinesi stessi: gia’ a partire dal ’48, quando avrebbero potuto proclamare il loro stato, in concomitanza con la proclamazione dello stato ebraico, fianco a fianco, e poi ogni singolo giorno, tra il ’48 e il ’67, quando le loro terre erano libere dall’”occupazione israeliana”. E poi, che sarebbe uno stato palestinese? Tutti sicuri che la migliore, anzi l’unica forma di associazione possibile per i palestinesi sia lo stato nazionale? Quella palestinese e’ una societa’ nazionale, o, puta caso, una societa’ tribale, governata gia’ ora da potentati famigliari? … e poi parlano dello “stato palestinese”… aria in bocca, e in testa.

    • deda · sabato, 13 febbraio 2016, 10:16 am

      michele, non condivido una sola delle tue parole in quanto prima dell’apparizione satanista di Israele portatore di morte distruzione e rovine, su quella terra viveva da secoli un popolo con usi e costumi propri, tutta roba diversa dalla mia, appunto per questo ottima, che ognuno ha i propri usi e costumi, no?
      Nazione, Stato, sono concetti, noi li regoliamo in modo diverso da altri popoli, ma che quel popolo su quella terra fosse una NAZIONE è un fatto, ciccio bello, loro erano uno Stato, anche se tu magari non lo riconoscevi, ma tu chi sei, il verbo parlato? Che senso ha fare uno Stato quando già lo sei, me lo spieghi?
      Però riconosci lo stato di Israele, nato un giorno attorno ad un tavolo di banchieri a migliaia di distanza da quelle terre, vero?

  18. Un vecchietto · sabato, 13 febbraio 2016, 8:04 am

    Non è mai accaduto che restituire territori sia stato saggio e conveniente. Pensate solo agli abitanti che passerebbero da una nazione evoluta a una arretrata e povera.

    • deda · sabato, 13 febbraio 2016, 10:19 am

      A leggere questo commento l’Africa dovrebbe essere il paese più appetibile al mondo…

  19. Ciro Colonna · sabato, 13 febbraio 2016, 8:04 am

    Sottoscrivo l’appello

    “Salva Israele – Ferma l’occupazione 1967-2017 Un appello al mondo ebraico, è tempo di cambiare”.

  20. Mastro Titta · sabato, 13 febbraio 2016, 8:04 am

    Appellisti in azione. Ovvero il NULLA!

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