Brexit: è arrivato il tempo di dire addio al Regno Unito, con dispiacere

sabato, 20 febbraio 2016

A livello accademico la storia dell’UE si chiama “integrazione europea”. L’unificazione dell’Europa, ripartita dopo l’orrore della Seconda guerra mondiale, ha sempre avuto come obiettivo l’unione sempre più stretta tra popoli che si sono massacrati per diversi secoli, scatenando eccidi tra i peggiori dell’umanità. Anche grazie alla costruzione europea il suolo del Vecchio Continente non conosce guerre da ormai diversi decenni, almeno se si considerano gli Stati che hanno aderito prima alle tre comunità e poi dato vita all’UE. Fuori dai confini europei, invece, il tributo del sangue è costante: dall’Ucraina, a tutta l’area del mediterraneo arabo. Fuori dall’UE ci sono guerre e dittature, al suo interno pace e democrazia. Questo enorme successo che viene spesso considerato come un dato ormai acquisito non è, ovviamente, frutto solo delle normative comunitarie sul mercato unico, ma la condivisione di regole, leggi e istituzioni ha permesso a popoli storicamente divisi tra loro di approfondire in modo sempre più stretto i loro legami. Questa lunga, e anche un po’ banalotta, premessa mi serve per rimarcare la mia delusione nei confronti dell’accordo sulla Brexit. L’UE ha concesso relativamente poco a David Cameron per strappare il suo sì al referendum sull’addio del Regno Unito a livello di misure concrete, specie per quanto riguarda i mercati finanziari vero oggetto dello scontro registrato in questi giorni, ma simbolicamente gli ha concesso una clausola che separa Londra dal resto d’Europa. Nell’eventuale modifica dei Trattati il Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord non farà più parte dell’unione sempre più stretta postulata dal primo articolo del Trattato sull’Unione europea. Il Consiglio europeo ha stabilito che ” i riferimenti a una unione sempre più stretta non si applicano al Regno Unito”. Da ormai 30 anni l’unificazione europea approva clausole di salvaguardia britannica, dallo sconto ottenuto dalla Thatcher sul bilancio comunitario negli anni ottanta, ed essere arrivati alla modifica dell’articolo 1 appare ormai un punto di non ritorno. Se si considera l’unificazione europea il progetto politico fondante dell’UE sarebbe il caso di prendere atto che la Gran Bretagna non ne farà più parte, e comportarsi di conseguenza. Il ritorno dei nazionalismi a cui si assiste in Europa sta minando un progetto che ha bisogno di un profondo ripensamento, non di tamponi che non risolvono nulla. L’addio a Londra sarebbe da una parte doloroso a livello simbolico, ma concretamente gli accordi bilaterali permetterebbero di mantenere gran parte dei benefici creati dall’approfondimento comunitario. L’Unione europea ha già in vigore con alcuni Stati ai suoi confini importanti accordi di collaborazione, penso allo Spazio economico europeo o ai bilaterali con la Svizzera, che garantirebbero un solido legame tra Bruxelles e Londra. Meglio separarsi consensualmente su simili basi, che prolungare quella che appare sempre più una finzione, ovvero la partecipazione britannica al progetto politico di unificazione europea.

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