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	<title>Gad Lerner &#187; Rassegna Stampa</title>
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	<description>Il blog del Bastardo</description>
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		<title>Sotto la neve le infrastrutture non reggono</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 07:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em><br />
Alla prima nevicata sul Monferrato, in cascina siamo rimasti senza elettricità a congelare trentasei ore, nell’attesa che l’Enel si decidesse a ripristinare il servizio andato in black out un po’ dappertutto lì intorno. Ringraziando il cielo, avevamo appena tagliato legna abbastanza. In seguito alla nevicata successiva, ho cumulato i seguenti disagi: un volo aereo mattiniero cancellato senza servizio bus per trasferirsi da Pescara a Fiumicino, mentre la linea ferroviaria adriatica si era paralizzata nella notte fra la Romagna e l’Emilia; treno veloce per Torino in ritardo all’andata e cancellato al ritorno (ma ce l’hanno comunicato solo all’ora in cui doveva partire, impedendoci così di salire sul precedente).<br />
Con ciò, mi considero molto ma molto fortunato: perché ho attraversato due volte indenne l’Abruzzo ventiquattro ore prima che lì tutto si bloccasse con automobilisti all’addiaccio per giorni in attesa di soccorsi. Mi è andata veramente bene, solo per un pelo ho evitato l’incontro ravvicinato, suggestivo ma molesto, con i lupi della Marsica. Dunque faccio la firma sulla quantità di disagi personalmente  occorsimi su iniziativa naturale del generale inverno, evito di farne un dramma, mi associo all’ironia del resto d’Italia per le reazioni scomposte alla nevicata su Roma, e ne approfitto per una riflessione sul sistema infrastrutturale del paese.<br />
Il governo Monti dovrebbe segnarselo al primo posto in agenda: la rete elettrica e la rete ferroviaria denotano fragilità davvero poco compatibili con una società che abbia pretese di essere competitiva oltre che amichevole con i suoi cittadini. Il numero di black out e il caos dei treni hanno davvero superato il limite fisiologico accettabile per un evento meteorologico tutto sommato non così abnorme. Voglio dire: ci sta che Roma impazzisca per la neve (quando ha iniziato a fioccare venerdì scorso ero in teleconferenza con dei maturi, scafati manager capitolini de La7 e li ho visti letteralmente ritornare bambini per l’emozione). Ci sta pure la rituale litigata scaricabarile di un sindaco già logorato da una raffica di prove d’inefficienza che nocciono alle sue ambizioni politiche, come Alemanno. Ben altro ci spaventa, una volta relativizzate le dosi di fastidio o sofferenza vissute da ciascuno a causa del maltempo invernale: il dubbio cioè che non tengano più le strutture di base che dovrebbero fare dell’Italia una grande nazione industrializzata. Che non possiamo più permetterci, a causa del dissesto finanziario, la manutenzione minima necessaria per evitare il dissesto infrastrutturale e quello idrogeologico.<br />
Insomma, avvertiamo la spiacevole sensazione che qui basti poco perché frani tutto.<br />
Se una lezione ci consegna il generale inverno, e dobbiamo essergliene grati, è la necessità di fare investimenti pubblici imponenti nelle infrastrutture del paese: se aspettiamo i privati stiamo, letteralmente, freschi.<br />
Ma poi c’è un aspetto non solo italiano di inadeguatezza che abbiamo sperimentato sotto i fiocchi di neve: quanto sia nociva la spersonalizzazione informatica. Per chiedere soccorso e cercare informazioni, ci è stato consentito di dialogare solo con anonimi display e/o remoti call center. Nessuno che ci spiegasse, consigliasse, aiutasse guardandoci negli occhi e facendoci sentire l’Enel, la Terna, Trenitalia o chi diavolo fosse vicino a noi nella difficoltà. Questa disumanizzazione dell’assistenza procurerà forse risparmi aziendali ma diventa insopportabile quando hai un problema serio. Segnala un declino di civiltà destinato a durare anche sotto i raggi del sole di primavera. </p>
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		<title>Quei 20 milioni del partito-fantasma</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 07:26:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;La Repubblica&#8221;.</em><br />
La Margherita, un partito che non esiste più da cinque anni, dispone tuttora di un patrimonio superiore ai 20 milioni di euro. Questo partito-fantasma, cioè, da solo detiene una cifra di gran lunga superiore ai soldi che risparmieremo in un anno con la decurtazione sugli stipendi dei parlamentari approvata lunedì scorso. Il suo tesoriere, senatore Luigi Lusi, si è assunto davanti ai giudici la colpa di un’appropriazione indebita per 13 milioni, distolti attraverso 90 bonifici in soli due anni e mezzo dai conti bancari di cui era cointestatario insieme a Francesco Rutelli. Confidiamo di sapere al più presto se davvero si tratti solo di un clamoroso episodio di disonestà personale, come affermano gli ex dirigenti della Margherita, o se invece Lusi stia sacrificandosi anche nell’interesse di altri. Ma nel frattempo dobbiamo chiederci: cosa se ne fa la defunta Margherita, dopo la confluenza nel Partito Democratico, di tutti questi soldi?<br />
Nella reticente dichiarazione attraverso la quale i rappresentanti legali della Margherita (Francesco Rutelli, Enzo Bianco e Gianpiero Bocci) si dissociano dall’operato di Lusi, stupisce il compiacimento con cui rivendicano di avere sempre goduto di “bilanci sani e in attivo”. Quasi che il risparmio e la valorizzazione patrimoniale rientrassero tra le finalità di un partito politico, alla stregua di un’azienda profit. Grazie alla legge sui rimborsi elettorali (sovrabbondanti) con cui s’è aggirato il referendum che nel 1993 abrogò il finanziamento pubblico dei partiti, ci sono forze politiche che incassano molto più di quanto spendono, dedicandosi a investimenti speculativi di cui non sono tenute a rendere conto. La Margherita, per esempio, è riuscita a “risparmiare” oltre 20 milioni in un decennio. Usufruendo peraltro di rimborsi elettorali ben oltre la data del suo scioglimento.<br />
La verità è desolante: fra le ricchezze nascoste che penalizzano l’economia nazionale, rientrano pure i tesoretti occultati dalle forze politiche che ne predicano il risanamento. Partiti viventi e scomparsi gestiscono patrimoni mobiliari e immobiliari grazie ai quali i loro notabili intestatari perpetuano il proprio potere, talvolta traslocando perfino da uno schieramento all’altro. Non paghi di una legge elettorale che riserva loro l’esclusiva sulla scelta dei candidati, profittano ulteriormente di questo potere di firma per ostacolare la contendibilità democratica delle cariche dirigenti.<br />
E’ capitato (di rado) che i “residui attivi” venissero investiti in operazioni politiche trasparenti: l’estate scorsa i Democratici dell’Asinello –dieci anni dopo il loro scioglimento!- li hanno devoluti per la raccolta di firme del referendum abrogativo della legge porcellum. Ma il più delle volte i capipartito e i capicorrente investono i nostri soldi nella loro autoperpetuazione. Basti pensare ai derivati speculativi acquisiti in Tanzania, a Cipro e in Norvegia dalla Lega Nord. E agli appartamenti comprati da Di Pietro e Mastella.<br />
Distinguere fra il lecito e l’illecito, in questa corsa all’accaparramento di risorse pubbliche, risulta difficoltoso. Perché i gruppi dirigenti tendono a diffidare anche al loro interno, come dimostra l’insolita “separazione dei beni” stabilita fra ex Ds e ex Margherita al momento del matrimonio nel Partito Democratico. Mentre i notabili che non dispongono di accesso diretto alla mangiatoia dei rimborsi elettorali, ricorrono alle Fondazioni per attingere finanziamenti sia pubblici che privati.<br />
Stupisce la cautela di Bersani, cui non bastano le ammissioni di colpa già rese ai giudici dal senatore Lusi per deferirlo ai probiviri del partito, e resta in attesa che vengano “accertate responsabilità individuali”. Forse perché Lusi è depositario di troppe informazioni riservate, come già Filippo Penati?<br />
A vent’anni da Mani Pulite intorno ai partiti ruota un eccesso di denaro pubblico sottratto al dovere del rendiconto perché mascherato sotto forma di rimborsi elettorali, un eccesso scandaloso quanto il ritorno in auge delle tangenti, ancorché legalizzato. Né può essere addotto come giustificazione il fatto che il principale partito della destra goda del sostegno di uno degli uomini più ricchi del paese.<br />
L’autoriforma del Pd promessa da Bersani non potrà dunque limitarsi alla selezione delle candidature attraverso le primarie, su cui si è impegnato alla recente Assemblea nazionale. Deve contemplare un censimento veritiero delle risorse patrimoniali ereditate dal passato e un sistema di controlli rigoroso sul loro utilizzo no profit condiviso. Come direbbe lui, “non siamo mica qua a scimmiottare l’investment banking…”.<br />
Desta invece curiosità Francesco Rutelli, trasmigrato con Casini e Fini nel Terzo Polo centrista, quando rilascia dichiarazioni a nome della fu Margherita intenzionata a “recuperare tutto il maltolto”. D’accordo, ma per farne poi che cosa? Basterà la sua firma sul conto in banca depredato, sottoscritta con delega congressuale al tempo in cui Rutelli credeva ancora nel bipolarismo e nel progetto democratico, per riconoscerlo comproprietario di quei 13 milioni?<br />
Per oltrepassare la stagione della politica sottomessa alla tecnocrazia, urge liquidare questi partiti ridotti a consorterie private, in palese violazione dell’articolo 49 della Costituzione della Repubblica: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Con metodo democratico, appunto.</p>
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		<title>Dedicato a quel brutto nasone di Vauro</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 07:21:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em><br />
Non avevo nessuna voglia di scriverlo, questo articolo: un battibecco fra soliti noti, una tempesta in un bicchier d’acqua, una spirale interminabile di polemiche. Poi c’è quella insistenza sul naso adunco, capirete bene, col profilo caprino che mi ritrovo (a scanso di equivoci, è una citazione del poeta di maternità ebraica Umberto Saba, “in una capra dal viso semita”)… Ma provateci voi a ricevere una dopo l’altra le telefonate di un Vauro tetro e costernato che ti ripete: “Hai letto, Gad? Mi danno dell’antisemita, è l’offesa più schifosa che si possa rivolgere a uno come me. Peppino Caldarola l’ho querelato ed è stato condannato a una multa di 25 mila euro perché mi ha attribuito falsamente quella frase velenosa, ‘sporca ebrea’, mai rivolta a Fiamma Nirenstein, e che io neppure potrei concepire. Ma loro insistono, sui giornali figura come vittima il Caldarola che mi ha appiccicato parole infamanti, perseguitato da me e dal giudice che ne ha certificato l’invenzione”.<br />
Per chi non lo sapesse, tutto comincia da una vignetta in cui Vauro mette in ridicolo la contraddizione di, testuale, “Fiamma Frankestein”, cioè della Nirenstein che ha deciso di candidarsi al Parlamento nel Pdl, partito in cui militano anche persone di estrema destra come Alessandra Mussolini e Giuseppe Ciarrapico (quest’ultimo nostalgico antisemita per davvero). La disegna col suo profilo corredato da simboli che, affiancati, stridono e fanno male: la stella di Davide e il fascio, oltre allo stemma del Pdl.<br />
Se ne poteva opinare il gusto e l’umorismo carogna. Invece, apriti cielo: l’interessata per prima grida all’antisemitismo, come dimostrerebbe il naso attribuitole da Vauro. Sono sempre stato dell’idea che un’accusa così grave andrebbe soppesata con cautela, evitandone l’abuso. Ricordo la volta in cui il rabbino capo di Torino mi sollecitò a protestare contro Forattini che mi aveva disegnato, secondo lui, col tipico naso adunco dell’iconografia fascista. La vignetta era cattiva, ma pregai il rabbino di lasciar perdere: in fondo si trattava del mio naso. Imperfetto, ne convengo, ma noi ci conviviamo volentieri da generazioni (senza generalizzare: conosco pure ebrei col nasino all’insù). Forattini mi sta antipatico, ma se avessi scritto che mi dava dello “sporco ebreo”, a buon diritto lui si sarebbe potuto offendere.<br />
Siccome il destino è beffardo, la Nirenstein ha voluto ribadire la sua accusa di antisemitismo a Vauro sul “Giornale” diretto da Alessandro Sallusti proprio lo stesso giorno in cui quest’ultimo sparava in prima pagina il titolo: “Lettera ai tedeschi. A noi Schettino a voi Auschwitz”. In un demenziale impeto patriottico Sallusti scaraventava addosso al sito internet del settimanale tedesco “Der Spiegel”, colpevole di una sgradevole satira antitaliana, niente meno che i sei milioni di morti della Shoah. Per giunta negando la corresponsabilità del fascismo italiano nella persecuzione degli ebrei. Sfortunata, la Fiamma, ma non per questo le darò della “Frankestein”. Mi limito a consigliarle maggior parsimonia nel dispensare marchi d’infamia mortificanti nei confronti degli avversari politici come Vauro.<br />
Ce n’è già abbastanza in giro di antisemitismo, e più in generale di odio razziale rivolto contro altri popoli ed altre fedi religiose, senza bisogno di inventarsi pure un Vauro che dà della “sporca ebrea” a chicchessia. Se poi quest’ultimo, il Vauro, si accontentasse della sentenza che ne riconferma l’onorabilità indiscussa, e rinunciasse ai soldi di Caldarola, avremmo fatto bingo.   </p>
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		<title>Piazza Fontana e la nostra democrazia ferita</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 08:37:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;Il Venerdì&#8221; di &#8220;La Repubblica&#8221;. “Impossibile, grida Pinelli/ un compagno non può averlo fatto”… Quante volte l’ho cantato a squarciagola anch’io, sulle note della ballata di Pino Masi. Ma soprattutto l’ho pensato fin da subito, con la certezza di un adolescente che il 12 dicembre 1969 aveva appena compiuto quindici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Il Venerdì&#8221; di &#8220;La Repubblica&#8221;.</em><br />
“Impossibile, grida Pinelli/ un compagno non può averlo fatto”… Quante volte l’ho cantato a squarciagola anch’io, sulle note della ballata di Pino Masi. Ma soprattutto l’ho pensato fin da subito, con la certezza di un adolescente che il 12 dicembre 1969 aveva appena compiuto quindici anni e frequentava la quinta ginnasio al Parini di Milano (l’anno dopo, trasferendomi al liceo Berchet, avrei fatto in tempo a incrociarvi Marco Tullio Giordana). Nelle assemblee e nei cortei ci eravamo sentiti già adulti, respiravamo libertà; nel silenzio allibito di piazza Duomo il giorno dei funerali –c’eravamo tutti- percepimmo l’esistenza di un nemico feroce, senza scrupoli, come il nazifascismo al tempo di guerra.<br />
Perché negarlo? Ci incarognimmo, anche. Quando la televisione proclamava “belva umana” il ballerino anarchico Pietro Valpreda, e la Questura da cui usciva senza vita Pinelli aveva per capo l’ex sorvegliante dei confinati politici antifascisti a Ventotene, chi di noi poteva avere fiducia nello Stato?<br />
Le indagini erano già partite a senso unico nell’estrema sinistra per le bombe piazzate fra Roma e Milano nei mesi precedenti la strage di piazza Fontana. Si accerterà poi che le avevano fatte esplodere i fascisti di Ordine Nuovo, che godevano di complicità negli apparati di polizia. Certo che in piazza anche fra noi c’erano delle teste calde con nostalgie ottocentesche (“Bombe, sangue, anarchia”) o infatuazioni castriste latino-americane (alla Giangiacomo Feltrinelli). Ma si trattava di richiami a tradizioni in disuso (consiglio, in proposito, il recente bel saggio storico di Erika Diemoz, “A morte il tiranno. Anarchia e violenza da Crispi a Mussolini”, Einaudi) o comunque di avventurieri isolati. Niente a che vedere con la sincronizzazione micidiale di cinque bombe fatte esplodere in contemporanea, una delle quali alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, dove morirono diciassette persone e ottantotto rimasero ferite.<br />
La trama tipica da Guerra fredda che già aveva orchestrato il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia nel 1967, e che ora puntava in Italia a neutralizzare gli effetti politici dell’Autunno caldo operaio e delle lotte studentesche, appariva fin troppo scoperta. No, un compagno non poteva averlo fatto. Eppure a rivoltarsi contro un apparato istituzionale e i suoi media asserviti che sceglievano gli anarchici come capro espiatorio, all’inizio fu solo una piccola minoranza della classe dirigente italiana. La pièce teatrale “Morte accidentale di un anarchico”, che poi avrebbe fatto il giro del mondo, fu rappresentata da Dario Fo e Franca Rame alla Comune di via Colletta meno di un anno dopo. Nacque un’attività di controinformazione che si sarà pure macchiata di imprecisioni ed eccessi, come la campagna personale di cui fu vittima il commissario Calabresi, ma coinvolse le energie migliori del giornalismo democratico, da Marco Nozza a Camilla Cederna, da Piero Scaramucci a Giorgio Bocca, contribuendo a aprire degli spiragli decisivi nel muro di gomma della magistratura milanese. Se l’informazione italiana non deve solo vergognarsi per il modo in cui rappresentò una strage ordita dall’estrema destra con complicità interne agli apparati statali, lo dobbiamo all’impegno di quella minoranza.<br />
Chi ancora oggi, a quarantatre anni di distanza, insiste a descrivere il clima d’odio di allora come frutto di una cultura rivoluzionaria di sinistra, addirittura in pretesa continuità con la Resistenza armata al nazifascismo, commette un falso ideologico. I fatti parlano chiaro: nel 1969, nel pieno di un movimento democratico impetuoso –aspro e conflittuale, certo, ma ricco di istanze culturali di modernizzazione della società italiana- qualcuno scatenò per stroncarlo una vera e propria strategia omicida ricorrendo al terrorismo delle stragi. A partire dal 1969 l’attentato vile e senza firma, nelle piazze e sui treni, farà dell’Italia il paese tristemente famoso per le stragi rimaste quasi sempre impunite. Sollecitando non solo i militanti del movimento, ma settori importanti della cultura a individuare negli apparati repressivi dello Stato non la garanzia neutrale degli equilibri democratici, bensì un opaco ricettacolo di trame e coperture.<br />
Molti di noi si sono incarogniti, ho scritto. Correttamente gli storici indicano nel 12 dicembre 1969 la data della “perdita dell’innocenza”. L’udienza minoritaria, ma tragica nei suoi esiti, di cui beneficiarono i fautori della lotta armata, è storia nota degli anni successivi: l’idea cioè che nel Paese delle stragi impunite bisognasse farsi giustizia da sé, e alla violenza bisognasse rispondere con la violenza. Anche il brigatismo omicida, il terrorismo di sinistra, trae alimento dalla memoria distorta di piazza Fontana.<br />
La formula della “perdita dell’innocenza” –corretta nell’indicare l’assoluta sorpresa rappresentata dall’irruzione dello stragismo sulla scena pubblica italiana- non deve però indurci a considerare idilliaci gli anni precedenti il 1969. Sta per essere pubblicato da Bompiani un libro di Mirella Serri dal titolo “Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980)”, in cui si citano migliaia di rapporti di polizia e carabinieri, spesso grotteschi, archiviati presso il Ministero dell’Interno. Il sospetto e l’ostilità con cui gli apparati di sicurezza dello Stato, in continuità con il periodo fascista, dispiegavano un’ottusa sorveglianza su buona parte dell’intellighenzia italiana, è solo l’ultima testimonianza di un ricorso al sopruso e di un’infedeltà alla norma democratica proseguiti lungo tutto il dopoguerra.<br />
Non fu certo per un abbaglio ideologico –come si è di recente voluto far credere, confidando sulla smemoratezza e sulla disinformazione- se centinaia fra i più prestigiosi intellettuali italiani testimoniarono nel 1971, di fronte all’andamento del processo per la morte di Pinelli, lo “sdegno…di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini”. Da Giorgio Amendola a Lucio Colletti, da Carlo a Primo Levi, da Norberto Bobbio a Natalino Sapegno, non erano certo obnubilati quando sottoscrivevano “una ricusazione di coscienza…rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni”.<br />
Ne parliamo ancora con disagio. Riconosciamo, ed è giusto, colpe che però impallidiscono di fronte all’accertata connivenza fra gli (impuniti) colpevoli delle stragi e settori dello Stato che li proteggevano, o addirittura li guidavano. E difatti la ferita della democrazia italiana sanguina ancora.             </p>
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		<title>Sebbene debole, Obama resta senza rivali</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 18:08:42 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em><br />
Se vi può consolare, neanche negli Stati Uniti la politica se la passa tanto bene. Avevamo appena preso atto della delusione suscitata dalla presidenza Obama, cui non è bastata l’immagine suggestiva per dare risposte incisive alla crisi economica, quand’ecco che i suoi avversari repubblicani si rivelano incapaci di offrire un’alternativa credibile.<br />
Non era mai successo che nel giro di tre elezioni primarie consecutive il successo arridesse a tre candidati diversissimi fra loro, col risultato di azzopparsi a vicenda.<br />
In South Carolina l’inaspettata rivincita del vecchio Newt Ginghich ripropone l’eterno ritorno in auge dell’”antipolitica”, cioè della sfiducia generalizzata nel sistema. Per colmo di paradosso, il vecchio speaker repubblicano che guidò l’offensiva contro il presidente Clinton per la sua relazione con la stagista Monica Lewinsky, ora si è avvantaggiato rintuzzando con veemenza  in tv le accuse analoghe d’infedeltà coniugale rivoltegli dal giornalismo “liberal”. Non andrà lontano, ma intanto dissemina confusione nel campo repubblicano, dove il favorito Mitt Romney paga un’eccessiva disinvoltura fiscale (negli Usa non si scherza con la disciplina fiscale) che viene a sommarsi alla diffidenza del mondo evangelico nei confronti della setta dei mormoni, di cui egli fa parte. Come se non bastasse, l’ala più conservatrice dell’elettorato repubblicano viene attratta da un outsider di formazione religiosa integralista, Rick Santorum, buono per sottrarre consensi ai rivali ma per sua stessa vocazione minoritario.<br />
Sospendo qui la disamina sui rivali di Obama, ben sapendo che la democrazia americana può sempre concedere spazio in futuro a sorprese oggi ancora imprevedibili, ma vi segnalo che il dilemma della destra americana non è poi così dissimile da quello in cui si dibatte la destra italiana: cavalcare le pulsioni anti-élitarie, proporsi come custode dei valori tradizionali e degli interessi dei “piccoli” contro la tecnofinanza cosmopolita? Oppure sposare la causa impopolare ma solida dei poteri forti di Wall Street? Grande è la confusione dei populisti al tempo della depressione economica in cui declina la superpotenza americana.<br />
Certo, con il medesimo dilemma ha dovuto fare i conti il democratico Obama, senza venirne a capo. Ebbe la meglio sul rivale Mc Cain nel 2008 in seguito al trauma provocato dalla recessione e dai crac bancari-assicurativi. Cavalcò lo scontento e il bisogno di riscatto sociale che penalizzava i repubblicani nel dopo Bush, ma non osò mai, Obama, contrapporsi all’establishment di Wall Street. Finendo per deludere le aspettative popolari e gli gnomi della finanza contemporaneamente. Proprio a lui, il più affascinante inquilino della Casa Bianca dal tempo di Kennedy, è toccato in sorte di simboleggiare l’impotenza della politica nel confronto con gli altri poteri sopranazionali del mondo contemporaneo. Obama potrà anche rivincere le elezioni, vista la penuria di rivali credibili, ma reca su di sé ormai indelebile il marchio della fragilità democratica. La stessa sensazione provata da noi, in Italia e in Europa: che le decisioni importanti sul nostro futuro sfuggano non solo alle procedure elettorali con cui dovrebbe manifestarsi la sovranità popolare, ma neppure vengano prese più nelle stanze del potere politico.<br />
La fatica che stanno facendo i repubblicani nel trovare un anti-Obama, più che dalla forza di quest’ultimo, deriva dall’insufficienza della democrazia alle prese con poteri più grandi di lei. </p>
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		<title>I Gattopardi e il post-leghismo meridionale</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 06:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;La Repubblica&#8221;. Nell’epoca post-leghista che ormai si annuncia, il disfacimento territoriale italiano va producendosi in ondate secessioniste ancor più insidiose, provenienti dal Sud anziché dal Nord. La storia della penisola ci ammonisce: un separatismo non vale l’altro. Siamo ben lungi dai Vespri siciliani. Nel Mezzogiorno assistiamo alla frantumazione del centrodestra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;La Repubblica&#8221;.</em><br />
Nell’epoca post-leghista che ormai si annuncia, il disfacimento territoriale italiano va producendosi in ondate secessioniste ancor più insidiose, provenienti dal Sud anziché dal Nord. La storia della penisola ci ammonisce: un separatismo non vale l’altro. Siamo ben lungi dai Vespri siciliani. Nel Mezzogiorno assistiamo alla frantumazione del centrodestra ad opera di leader che s’improvvisano leghisti per mantenere il controllo sui loro feudi insidiati, dove gli affari s’intrecciano all’ombra della criminalità organizzata e la protesta ha ben poco di spontaneo.<br />
Oggi la fantasia disperata della Trinacria indipendente rischia di lacerare l’unità del paese più ancora della stessa invenzione-Padania, che sta degenerando nella lotta di successione a Bossi. La propagazione rapidissima, oltre lo stretto di Messina, lungo le arterie fragili della logistica autostradale, di movimenti dalle denominazioni minacciose come “Forza d’urto” o, peggio, i “Forconi”, rivela un disegno di contropotere finalizzato a strumentalizzare il disagio sociale. Con ben altri padrini che non i soli leader dei mini-sindacati corporativi.<br />
Lasciamo Beppe Grillo a preconizzare un’imminente rivoluzione meridionale, figlia dell’impoverimento delle plebi isolane, calabresi, campane. Sono fantasie nostalgiche, al pari della pubblicistica neoborbonica che pure ha riscosso un certo successo nel  monumentalizzare il brigantaggio antirisorgimentale, contrapposto alle celebrazioni del centocinquantenario. Con il plauso di troppi rais locali.<br />
Quando un politico come Gianfranco Miccichè, più dellutriano che berlusconiano, con le sue brave relazioni bancarie al Nord, proclama che “l’obiettivo ultimo è l’indipendenza”, siamo al camuffamento spudorato. Se poi Miccichè aggiunge che in Sicilia sarebbe in atto “una vera e propria rivoluzione”, cerchiamo di capire l’antifona. L’aspirante capopopolo brandisce il protoleghismo nel tentativo di detronizzare il suo rivale governatore Raffaele Lombardo. Un antesignano nella pratica del trasformismo: come dimenticare che già nel 2006 Lombardo stipulò un accordo politico-elettorale con la Lega Nord, celebrandolo al PalaCatania di fianco a Roberto Calderoli.<br />
Questi intrecci spregiudicati fra il Nord e il Sud peggiori, in nome del localismo eretto a ideologia, cementano relazioni che travalicano la convenienza politica. La protesta dei camionisti scaturisce, certo, dalle indubbie sofferenze economiche dei padroncini. Ma anch’essi erano inseriti in un sistema di protezione clientelare, reso pericolante dalla caduta del governo Berlusconi, dotato di emissari in Parlamento, nel Ministero delle Infrastrutture e nell’alta finanza. Oggi uomini potenti come Paolo Uggè (ex sottosegretario) e il banchiere Fabrizio Palenzona (che nei giorni scorsi polemizzava con Confindustria su “Il Giornale” firmandosi come “Presidente d’onore Federazione Autotrasportatori Italiani”) non garantiscono più gli equilibri del passato. Ma Giuseppe Richichi, leader dei camionisti siciliani scatenato nella rivolta dei Forconi, resta una loro vecchia conoscenza. Sono personaggi che non viaggiano in Tir, ma frequentano il business degli interporti senza fare troppa differenza fra il Nord e il Sud. Del resto non c’è un volto nuovo alla testa della presunta rivoluzione siciliana, di cui l’ex socialista Martino Morsello, autodefinitosi “un guerriero”, esalta la capacità di riunire i centri sociali e l’estrema destra di Forza Nuova. Difatti la sua ala dialogante è capeggiata da Mariano Ferro, fino a ieri sodale di Lombardo.<br />
Litigando e infilzandosi l’un l’altro con i Forconi, a simili personaggi non par vero di buttarsi a riempire il vuoto di potere della politica, dopo che è saltata la loro precedente connessione all’establishment. Ci sarebbe da sorriderne, non fosse per il drammatico, esplosivo malessere sociale in cui si consuma la disfida. E non fosse per il precedente che incoraggia le loro ambizioni rivoluzionarie: se minacciando la secessione i leghisti del Nord hanno conseguito per oltre un decennio posizioni-chiave nel governo di Roma, perché in futuro non dovrebbe toccare pure a loro?<br />
Così il contagio post-leghista accelera la frantumazione della classe dirigente di centrodestra, non solo in Sicilia ma in tutto il Mezzogiorno: nessuno crede più nel disegno di un partito conservatore strutturato su scala nazionale. Dopo Berlusconi liberi tutti, anche di cavalcare il disagio della povera gente sventolando le bandiere del separatismo. I potentati locali di stampo mafioso, naturalmente, soffiano sul fuoco e ringraziano. Se Forconi &#038; Corporazioni dimostra di poter paralizzare l’Italia, inneggiando alla rivoluzione popolare, sapranno trarne vantaggio.<br />
Suona beffardo che il post-leghismo abbia voluto richiamarsi alla primavera araba dispiegatasi un anno fa contro i tiranni sull’altra sponda del Mediterraneo. La figura sociale protagonista di quella rivoluzione sono stati i giovani, capaci di prendere in mano il loro destino contro una gerontocrazia dominante. Qui invece si vedono troppi Gattopardi spelacchiati.</p>
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		<title>Perchè ci attraggono quelle fotografie</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 06:28:37 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em></p>
<p>Mi imbarazza riconoscerlo, perché stiamo parlando di una tragedia; ma le fotografie della Costa Concordia ripiegata nel mare toscano hanno suscitato in me un’attrazione morbosa. Non credo sia casuale l’insistenza con cui i giornali riproducono in tutte le angolazioni quella candida stortura, elegantissima perfino nell’orrore, che viola il senso fotografico delle proporzioni e deforma il paesaggio naturale contravvenendo alle regole visive della prospettiva.<br />
La sfida architettonica dei grattacieli del mare, troppo alti perché la nostra mente possa spiegarne l’equilibrio, rappresenta un passo ulteriore nella ricerca estetica. Gli occhi desiderano quello stupore tecnologico così come le mani recuperano nel touchscreen una dimensione di piacere inesplorata. Si rovesciano le parti: era il sindaco dell’Isola del Giglio a sollecitare l’avvicinamento della Concordia sottocosta per goderne da riva la meraviglia luminosa; era lui a ringraziarne i comandanti che modificavano la rotta in violazione del codice di navigazione. Quel senso di violazione della natura, dentro a un parco marittimo protetto, rappresentato dalle centododicimila tonnellate che lo solcavano, suscita un turbamento che assomiglia alla seduzione.<br />
Sarà capitato anche a voi di incontrarle, queste imponenti navi da crociera, durante un soggiorno a Venezia. Spuntano da dietro al Canal Grande, oscurano tutta l’Isola di San Giorgio, deturpano il profilo della basilica di Santa Maria della Salute con la loro mole, e ci sono momenti in cui perfino piazza San Marco e il Palazzo Ducale ne risultano sovrastati. Come tutti, anche voi avrete pensato che è uno schifo, almeno speriamo che il Comune si faccia pagare a caro prezzo quei passaggi blasfemi nel mezzo del ricamo monumentale antichissimo della laguna. Ma poi… vi sarete sorpresi nell’ammirare quel contrasto inaudito come un’esperienza fortunata della modernità. Questo da terra, figuriamoci se poi vi trovaste a bordo, su uno dei tredici ponti, a visitare così Venezia senza neanche la fatica di muovere un passo.<br />
I grandi fotografi della contemporaneità si sbizzarriscono nella raffigurazione dei giganti marini che umiliano con la loro stazza i poveri caseggiati oltretutto incapaci di muoversi. Sicché vederne uno inciampato, ferito, sottomesso moltiplica lo scalpore. Il disastro aereo o ferroviario non colpisce altrettanto il nostro immaginario, perché la traversata del mare è stato il primo mistero ardimentoso dell’umanità fin dalla notte dei tempi. La notte, appunto.<br />
Prima dei fotografi, è stata la pittura a misurarsi con la difficoltà di rappresentare il movimento delle onde, l’imponderabilità della tempesta, l’oscurità della traversata, la sfida di piccoli uomini capaci di governare navigli enormi facendoli scivolare nei flutti. Opere memorabili sono state dedicate all’evento funesto per antonomasia, il naufragio. Ma altrettanto drammatici sono gli acquarelli ex voto dei marinai che si sono salvati e ringraziano appendendoli nelle chiese dei porti.<br />
E’ dunque un richiamo irrazionale, come un gusto macabro, quello che incatena il nostro sguardo al nobile relitto della Costa Concordia sfiancata da un fondale di granito. Capace di spezzare le ginocchia alla tecnologia quando essa s’illude di poter prescindere dalla natura. Scoprire il mondo comodamente issati sul ponte di una nave da crociera? E’ solo il canto traditore di una sirena.    </p>
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		<title>Bossi e Maroni, i duellanti incatenati</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 09:39:52 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;La Repubblica&#8221;.</em><br />
Appena eletto senatore, Umberto Bossi ebbe lo stomaco nel 1987 di buttare fuori dalla Lega Lombarda sua sorella Angela e il cognato Pierangelo Brivio. Figuriamoci se poteva turbarlo, un quarto di secolo dopo, cacciare dal partito un altro dei soci fondatori, il Bobo Maroni. Solo che stavolta è scoppiato il finimondo, lo sturm und drang del cuore leghista infranto. Di mezzo c’è una lista impressionante di espulsioni, dal Castellazzi di Pavia al Tabladini di Brescia, dal veneto Rocchetta al piemontese Comino, senza dimenticare il milanese Pagliarini. Solo che la formula leninista –“il partito epurandosi si rafforza”- diventa improba da applicare a Varese, dove tutto cominciò e dove adesso tutto rischia di finire a catafascio. Più che al leader bolscevico russo, qui c’è il rischio che il longevo senatur venga paragonato all’ultimo dittatore comunista romeno Ceausescu. E per questo corre ai ripari con telefonate dietrofront e mozioni degli affetti purtroppo già da tempo vilipesi. Concedere a Maroni il ruolo della vittima che seppure calpestata non rinnega il padre-padrone, si è rivelato un errore di calcolo temerario, con le elezioni amministrative lì dietro l’angolo.<br />
Stride che questo melodramma politico-sentimentale debba celebrarsi in una località così amena, in un sabato di gennaio luminoso e trasparente, con il Monte Rosa che pare vicinissimo, sospeso sul lago di Varese (anzi, Varés, come recitano i cartelli stradali) e la Svizzera a due passi, lasciandosi dietro le spalle il serpentone della A8 che conduce dritto nella sede federale di via Bellerio senza bisogno di addentrarsi nell’ostile Milano.<br />
“Lega contro Lega, è resa dei conti”, recita il titolo de “La Prealpina”, di fronte a un popolo impreparato a parteggiare. Ben sapendo che il sindaco, Attilio Fontana, risultava fra i promotori mercoledì dell’ammutinamento pubblico dei maroniani: qui il Bobo se lo ricordano primo consigliere comunale leghista nel lontano 1985. Mentre il segretario bossiano del partito, Maurilio Canton, si porterà addosso per sempre il marchio di quella nomina per finta acclamazione, il 9 ottobre scorso, fra le urla di protesta dei delegati.<br />
Quattordici anni di differenza separano Bossi dal suo braccio destro di una vita, Maroni. Abbastanza per consigliare a quest’ultimo di stare sempre un passo indietro nel rispetto della gerarchia che i leghisti coltivano come un dogma religioso, convinti che la sacralità della Padania discenda dal carisma del suo fondatore. Che il capo sia l’Umberto, e non si discute, ancora oggi Bobo ha l’accortezza di non metterlo in discussione; così come seppe trangugiare il sarcasmo del numero uno l’unica altra volta in cui emersero pubbliche divergenze: nel 1995, a parti invertite, quando Bossi tradì Berlusconi e Maroni voleva mantenere i rapporti.<br />
Da quando fondarono insieme a Giuseppe Leoni la Lega Autonomista Lombarda, nel 1982, e poi rubarono alle biciclette Legnano il logo del guerriero padano, i due “rivoluzionari” (varesotto di provincia l’uno, varesino di città l’altro) hanno saputo far tesoro delle proprie differenze. Maschera popolaresca volutamente tragicomica è Bossi, l’uomo-mito dell’antipotere; per questo bisognoso dell’avvocato malizioso al fianco, con il quale dare vita al gioco delle parti fondato su astuzia e lealtà, contemplando la variabile dei rimbrotti plateali quando il trucco dello scaricabarile si faceva troppo scoperto.<br />
Roberto Maroni ha rivelato doti di formidabile incassatore, né stupisce che anche stavolta faccia seguire alla telefonata del Capo un atto di sottomissione, visto che gli conviene. Tutto, pur di non passare per uno scissionista qualsiasi. L’ironia, che l’accomuna a Bossi, può aiutarlo a sopportare e aspettare per l’ennesima volta il momento giusto. Anche se “La Prealpina”, che lo conosce bene pure nelle esitazioni, già ieri anticipava il doppio senso celodurista: “Maroni, ci sei o ce li hai?”.<br />
Per quanto Maroni sia spiritoso e navigato, per quanto neppure da ministro abbia dismesso l’immagine del musicista rock col suo gruppo “Distretto 51”, gli manca una virtù essenziale per aspirare alla successione di Bossi: il carattere istrionico carnevalesco, necessario a rappresentare le pulsioni reazionarie della base. Sarà forse il suo imprinting originario di sinistra, ma quella parte in commedia –quando Bossi rimase lontano dalla scena a seguito dell’ictus nel 2004- se la prese piuttosto Roberto Calderoli, con la sfacciataggine incarnata nella Lega delle origini da Francesco Speroni.<br />
Maroni, insomma, sa benissimo che per quanto l’apparato del partito riconosca in lui il dirigente più autorevole, senza Bossi e contro Bossi non va da nessuna parte. Glielo ha confermato il voto parlamentare su Cosentino, in cui solo una parte dei deputati leghisti ha seguito le sue indicazioni, nonostante avesse strappato un pronunciamento per il Sì all’arresto della Segreteria politica. In quella sede aveva potuto usufruire dello sconcerto dovuto alle rivelazioni sui fondi di partito investiti in Tanzania e a Cipro: urgeva un gesto forte per coprire le magagne. Ma l’autorità residuale di Bossi gli è precipitata addosso venerdì sera, quando il diktat della sospensione delle manifestazioni di partito cui doveva partecipare Maroni è stato fatto pronunciare –con metodo staliniano-dal segretario lombardo Giancarlo Giorgetti, testa fina del movimento, esterno allo screditato “cerchio magico” dei fedelissimi.<br />
E’ vero che la convocazione istantanea di cinquanta manifestazioni leghiste in difesa di Maroni ha evidenziato la debolezza del “cerchio magico”, inducendo Bossi a più miti consigli. Ma questo braccio di ferro dall’esito incerto è parso troppo pericoloso oggi a entrambi i contendenti. La Lega Nord è un movimento populista carismatico nel quale non basta impugnare la bandiera della democrazia interna per assumerne il comando. Stiamo parlando di un partito che non tiene il suo congresso federale dal 2002: dov’era Maroni in tutti questi anni?<br />
Per i leghisti il dilemma non è stare con o contro Berlusconi, né vale lo schema facile secondo cui Bossi sarebbe amico del Cavaliere mentre Maroni gli vorrebbe schierare il partito contro. La spregiudicatezza li accomuna, in fatto di alleanze. Così come li accomuna la necessità di rispondere all’interrogativo che arrovella nell’immediato la gerarchia leghista, posta di fronte alle elezioni amministrative di primavera. Si voterà in molti comuni e province del Nord, dove il Carroccio non può prescindere dall’alleanza col Pdl se vuole conservare almeno una quota del suo potere. Solo a Verona è pensabile che Flavio Tosi, il sindaco uscente, possa farcela anche da solo a essere rieletto, senza il supporto dei berlusconiani. Altrove, la rottura della coalizione di centrodestra rischia di dare luogo a un vero e proprio tracollo.<br />
Così, sull’orlo del burrone e senza tema del ridicolo, il varesotto e il varesino si scambiano segni di pace. E “La Padania” si cimenta nella più acrobatica delle smentite: “Mai stati divieti per Maroni. Questo non è il momento delle polemiche. Chi spera in una Lega divisa e dà ascolto a intermediari confusionali rimarrà deluso. Presto faremo un comizio insieme”. Chissà, magari domenica prossima in piazza Duomo a Milano.<br />
Nel frattempo al Teatro di Varese va in scena una commedia dal titolo: “Se devi dire una bugia, dilla grossa”.         </p>
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		<title>Il ritorno della (vera) comunicazione politica</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 07:26:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;. Gli italiani si erano disabituati da molti anni a una comunicazione politica efficace, giocata sul filo sottile dell’autorevolezza e dello humour. Da sola non basterà a togliere d’impiccio Mario Monti, alle prese con una situazione al limite del tragico; ma per ora lo stupore per la novità e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em><br />
Gli italiani si erano disabituati da molti anni a una comunicazione politica efficace, giocata sul filo sottile dell’autorevolezza e dello humour. Da sola non basterà a togliere d’impiccio Mario Monti, alle prese con una situazione al limite del tragico; ma per ora lo stupore per la novità e il rispetto per la sua postura stanno proteggendolo dalla folata d’impopolarità che sarebbe stato prevedibile gli piombasse addosso. Studiamola, questa comunicazione politica della sobrietà in cui si cimenteranno nei prossimi mesi tutti i membri del gabinetto Monti, perché da essa dipenderà la loro sopravvivenza, visto che dubito abbiano da “venderci” molto più della credibilità.<br />
Domenica scorsa, nel corso dell’ottima intervista che gli ha fatto in tv Fabio Fazio, più che sui contenuti esposti da Monti –niente di davvero nuovo- mi sono sorpreso a concentrarmi sul “come” li diceva. E ho cominciato a segnarmi sul quaderno le parole-chiave.<br />
“Governo strano”, innanzitutto. Ripetuto in fondo con l’aggiunta: “Governo strano, le cose si fanno” (sottinteso: “e non solamente si dicono”, come dimostrato con l’aneddoto sui leader francesi increduli che la nostra riforma pensionistica sia già in vigore).<br />
Più volte replicata la parola “disarmo”. Parlando della propria funzione come di un “periodo intercapedine”. La concessione civettuola: “Posso per un istante fare il professore?”. Gli eufemismi tanto più feroci in quanto garbati con cui prende le distanze dai predecessori che avevano una risposta pronta su ogni dossier, e pazienza se poi restava inevaso.<br />
Il culmine dell’autocompiacimento? Monti ha potuto dire testualmente la frase “abbiamo dato prova di recuperata virtù” senza attirarsi italiche, grossolane ironie ma, semmai, fremiti d’orgoglio virginale. Cosicché in un moto di devozione gliela facevi passare liscia, al premier bocconiano, quando deprecava in terza persona il fatto che “chi gestiva la finanza è stato troppo riverito” (senti chi parla) e ci siamo beccati pure l’invito a “togliersi dalla genuflessione”.<br />
Ormai travolti da un misto di ammirazione e di noia, nel pistolotto conclusivo fingiamo di non accorgerci della perfidia con cui Monti evoca i partiti da cui è (malvolentieri) sorretto in Parlamento: “Sento un po’ di pena per i politici che sono così trattati male in questo periodo dall’opinione pubblica…”.<br />
Di quale genere di pena debba trattarsi, lo abbiamo intuito nella meticolosa risposta dedicata a Calderoli –con tanto di citazione dell’età dei nipotini e delle spese sostenute per alloggiarli in albergo- sul cenone di Capodanno tenuto nella foresteria di Palazzo Chigi (dove alloggia per risparmiare e lavorare di più). Un leghista sepolto nella sua medesima demagogia, perché non ha ancora registrato che il nuovo spirito dei tempi impone sobrietà non solo nei comportamenti ma anche nel linguaggio.<br />
Per la stessa ragione Monti non può dire in pubblico quanto gode dei risultati conseguiti a Cortina d’Ampezzo dagli ispettori dell’Agenzia delle Entrate. Un bocconiano deve sempre mostrare ritegno nei confronti della politica-spettacolo. Ma gli bastano poche esibizioni di muscoli come quella per depotenziare come insulsa l’opposizione di una destra antiborghese e populista. Monti mi smentirebbe, ma considero quel blitz contro i furbacchioni del fisco come il primo vero manifesto del suo “governo strano”.<br />
Basterà? Ne dubito, ahimè. Ma complimenti al finto naif, navigato comunicatore politico. </p>
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		<title>Italia-Giappone: perchè scivoliamo nel declino</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 10:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Marco D'Eramo]]></category>

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		<description><![CDATA[Vi propongo questa interessante riflessione storica di Marco D&#8217;Eramo, pubblicata su &#8220;Il Manifesto&#8221; di ieri, per inquadrare meglio la crisi che stiamo vivendo. L’inizio del declino italiano ha una data esatta ed è il 26 dicembre 1991. Quel giorno si sciolse ufficialmente l’Unione sovietica e finì la Guerra Fredda. E con la guerra fredda finì [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vi propongo questa interessante riflessione storica di Marco D&#8217;Eramo, pubblicata su &#8220;Il Manifesto&#8221; di ieri, per inquadrare meglio la crisi che stiamo vivendo.</em><br />
L’inizio del declino italiano ha una data esatta ed è il 26 dicembre 1991. Quel giorno si sciolse ufficialmente l’Unione sovietica e finì la Guerra Fredda.<br />
E con la guerra fredda finì anche quella che potremmo chiamare l’eccezione italiana. Perché per 35 anni l’Italia era stata la frontiera geografica e politica dell’impero occidentale. Frontiera geografica (orientale) perché il blocco sovietico cominciava proprio sull’altra riva dell’Adriatico. Frontiera politica perché il Pci era il più forte partito comunista dell’Occidente. Quindi tutto fu messo in opera (e tutto fu consentito) perché l’Italia americana fosse una «success story». Da qui il miracolo economico, da qui la straordinaria stabilità politica di un regime sostanzialmente monopartitico (i gabinetti cadevano sì uno dopo l’altro, ma a rotazione le poltrone erano occupate sempre dagli stessi).<br />
D’altronde l’Italia non era sola: anche il Giappone si trovava in una situazione analoga: anch’esso era uno dei vinti della seconda guerra mondiale, anch’esso era una frontiera geografica dell’impero, stavolta occidentale, avendo dirimpetto Siberia e Cina. Anche in Giappone la sinistra era forte. Così non stupisce che i due paesi abbiano avuto per tutta la guerra fredda un destino parallelo: ambedue vissero un incredibile miracolo economico (il Giappone partiva da più in alto e quindi anche il suo miracolo lo portò più in alto); ambedue furono governati da un regime monopartitico (a Roma dalla Democrazia cristiana, a Tokyo dal Partito Liberal-democratico), ambedue erano caratterizzati da una forte commistione tra politica e criminalità (mafia in Italia, yakuza in Giappone).<br />
E in ambedue i paesi il sistema entrò in crisi esattamente con la fine della guerra fredda: in Giappone esplose la bolla immobiliare e cominciò una recessione da cui non è ancora uscito; anche a Tokyo, come a Roma, il regime monopartitico entrò in crisi. A questi destini paralleli ha dedicato un volumone intitolato Machiavelli’s Children: Leaders and their Legacy in Italy and Japan (2003) lo storico Richard J. Samuels della Cornell University,.<br />
In Italia la fine della guerra fredda fu vero un terremoto politico con fortissime scosse economiche di assestamento. In Italia il Pci si era già sciolto pochi mesi prima, nel febbraio 1991. Ma nel giro di pochi mesi scoppiò Mani pulite e implosero tutti gli altri protagonisti della prima Repubblica: Democrazia cristiana, Partito socialista, socialdemocratici, liberali, repubblicani. Nessuna di queste formazioni sopravvisse.<br />
Ma quel che a noi interessa è che allora finì l’eccezione italiana: non era più un paese chiave, non era più indispensabile né per gli Stati uniti, né per la Nato: diventava un alleato marginale tra gli altri, e sostituibile, in termini strategici da altri paesi dell’ormai ex est europeo: era un drastico downrating di status, da nevralgico pivot a periferia irrilevante. Fino ad allora era stato persino sopportato un primo ministro con legami di mafia. Ora poteva essere processato (anche se poi fu assolto). Fino ad allora l’establishment economico internazionale aveva accettato che l’Italia trasgredisse tutti gli accordi, svalutasse a ripetizione, s’indebitasse più di ogni altro paese occidentale (anche qui in parallelo col Giappone, che oggi ha un debito pubblico superiore al doppio del Pil). Nessuna agenzia di rating attaccò mai l’Italia che pure svalutava a gogò (i meno giovani ricorderanno che alla fine degli anni 1970 erano addirittura scomparse le monete metalliche sostituite da mini assegnetti fai-da-te emessi dalle singole banche per 5, 10, 20 lire).<br />
Oggi qualcuno rimpiange la «laicità» della Democrazia rispetto al servilismo attuale dei partiti verso la Chiesa, ma dimentica che allora la Dc doveva ubbidire a due padroni, Usa e Vaticano, e non a uno solo: e non sempre la diplomazia vaticana coincideva con quella statunitense, basti l’esempio del Medio oriente su cui infatti un politico come Andreotti aveva una posizione nettamente più filoaraba e meno filoisraeliana di quella americana. Ma con la fine della Guerra fredda, la Chiesa tornava a essere l’unica struttura insieme organizzata, presente sul territorio e portatrice d’ideologia. Da qui il revanscismo vaticano, la reconquista cattolica cui assistiamo.<br />
Fino al 1991 la delocalizzazione e l’off-shoring erano stati mantenuti entro i limiti, proprio per non degradare l’economia e il mercato del lavoro di una marca di frontiera. Ma da allora non ci fu più nessuna remora. E da allora il Prodotto interno lordo del nostro paese è sostanzialmente piatto, è anzi arretrato con l’ingresso nell’euro. Ricordiamo che dal 1992 in poi, su mandato politico, l’Istat ha mentito sistematicamente sui dati dell’inflazione: mantenendoli più bassi del reale consentiva di pagare interessi minori sui Bot, di rivalutare meno le pensioni, di abbassare la scala mobile. Quando fu introdotto l’euro e i prezzi praticamente raddoppiarono d’un colpo (la parità nominale era 1 euro = 2.000 lire, la parità reale era 1 euro = 1.000 lire), l’Istat ebbe il coraggio di dirci che iun quell’anno i prezzi erano aumentati del 4 o 5 per cento se non ricordo male. Divenne un luogo comune dire che spendevamo in euro, ma guadagnavamo ancora in lire. A detta dello stesso ex ministro Giulio Tremonti, l’introduzione dell’euro provocò la più colossale redistribuzione di reddito della storia repubblicana, a scapito dei lavoratori dipendenti (operai, insegnanti, infermieri, ma anche professori universitari, giudici o diplomatici) e a favore del cosiddetto «popolo della partita Iva».<br />
Come il Giappone, quando è scoppiata la crisi del 2007, anche l’Italia non si era ancora ripresa dalla degradazione decretata dalla fine della guerra fredda. Semmai, la nostra situazione era molto peggiore di quella giapponese perché erano già in calo tutti gli indicatori, dalla percentuale del Pil  dedicata a ricerca e innovazione, alle spese di welfare, agli investimenti in grandi opere, all’acculturazione dei giovani, al mercato del lavoro). Ma quel che è successo potrebbe essere letto in modo ancora più impietoso: e cioè i favoritismi nei confronti del nostrro paese avevano mascherato durante la guerra fredda la principale carenza di lunga durata dell’Italia, e cioè l’assenza di una classe borghese: in Italia ci sono moltissimi ricchi, come si è visto l’altro ieri a Cortina, ma questi ricchi non fanno classe. Da decenni non si vede nessun capitalista nostrano investire in università e ricerca. I ricchi d’oltreoceano finanziano Harvard, Yale, e persino i più reazionari tra loro sovvenzionano centri studi; da noi i Moratti, i Berlusconi e gli Agnelli comprano tutt’al più calciatori. L’assenza di una borghesia intesa come classe si ripercuote – sembra un’ovvietà – nella totale latitanza di uno «stato borghese», di una «legalità borghese». Nessun ricco italiano si sente membro della classe dirigente, come invece succedeva a quel giudice della Corte suprema statunitense che diceva «A me, come a tutti, scoccia pagare le tasse, ma è il prezzo che pago per la civiltà».    </p>
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