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	<title>Gad Lerner &#187; Rassegna Stampa</title>
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	<description>Il blog del Bastardo</description>
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		<title>Viva la famiglia (ma solo se italiana)</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 07:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<category><![CDATA[famiglia albanese di Busto Arsizio]]></category>
		<category><![CDATA[prima sezione civile della Cassazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;Repubblica&#8221;.
Viva la famiglia, ma solo se italiana. Che sia rispedito in Albania il padre di due bambini iscritti alle scuole di Busto Arsizio; e pazienza se la moglie, in regola col permesso di soggiorno, ha in corso le pratiche per ottenere la nostra cittadinanza. Dovrà spiegare a quei figli che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Repubblica&#8221;.</em><br />
Viva la famiglia, ma solo se italiana. Che sia rispedito in Albania il padre di due bambini iscritti alle scuole di Busto Arsizio; e pazienza se la moglie, in regola col permesso di soggiorno, ha in corso le pratiche per ottenere la nostra cittadinanza. Dovrà spiegare a quei figli che papà è un irregolare, non ha i requisiti per vivere con i suoi cari in terra varesotta. E se i bambini le chiederanno che giustizia è quella che li separa dal padre, magari userà le parole dei giudici: non volevano “legittimare l’inserimento di stranieri strumentalizzando l’infanzia”.<br />
Sarà difficile per loro comprendere l’accusa secondo cui i genitori li avrebbero messi al mondo non per amore, ma per “strumentalizzarli”, riducendo le loro persone a pretesto escogitato per commettere l’illecito di vivere dove non gli spetta.<br />
La vergognosa sentenza della prima sezione civile della Cassazione contraddice giudizi precedenti di segno opposto, ispirati a un ovvio criterio di umanità peraltro contemplato dalla legge. E infatti, avventurandosi maldestramente sul terreno della puericoltura, gli estensori del verdetto negano la sussistenza di “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinato da una situazione di emergenza”.<br />
Viene voglia di chiedersi come reagirebbero i giudici se toccasse a loro di doversi separare dalla prole e dalla moglie. Chissà se ritengono di avere ripristinato la necessaria gerarchia dei principi in un paese che lo “spirito dei tempi” descrive come afflitto dal buonismo. Parola ipocrita che cela il proliferare tra noi della cattiveria, la perdita dei valori elementari di una convivenza armoniosa.<br />
La doppiezza, del resto, è ormai elevata tra noi a codice morale. In Italia si può aderire al “family day” praticando con vanteria l’adulterio. Si può affermare come priorità nazionale la difesa della famiglia, riempirsi la bocca con la tutela dell’infanzia, rendere omaggio alla gerarchia ecclesiastica, e contemporaneamente usare il commercio di prestazioni sessuali come strumento del potere. Anche la giurisprudenza nazionale, dunque, si adegua disinvoltamente all’idea che la famiglia è sacra, sì, ma solo se italiana. Che i bambini degli altri non hanno gli stessi diritti dei nostri. Perciò la parola d’ordine continuamente rilanciata dal vertice governativo –“no all’invasione degli stranieri”- giustifica la separazione forzata delle famiglie. E trova un giudice disposto a legittimare questa plateale discriminazione.<br />
Cosa penseranno di noi gli albanesi, ormai inseriti a centinaia di migliaia sul nostro territorio? Solo un mese fa Berlusconi, rispondendo al loro presidente Berisha che gli assicurava il suo impegno contro gli sbarchi irregolari sulle coste italiane, sorrise: “D’accordo, ma un po’ di belle ragazze continuate a mandarcele pure”. Che siano donne, giovani, disponibili a poco prezzo.<br />
Chissà se il nostro premier, di solito così lesto nell’ingiuriare i magistrati, troverà una parola in difesa di quel padre albanese strappato alla sua famiglia. Chissà se i difensori della cristianità padana, prontissimi a minacciare di scomunica il cardinale Tettamanzi, stavolta muoveranno un dito a protezione del sacrosanto diritto dei bambini cui viene sottratto il genitore.<br />
Fra le numerose teorie del complotto inventate per raffigurare un’italianità minacciata dallo straniero, non pensavamo trovasse udienza, per giunta in una sede autorevole come la Corte di Cassazione, anche una motivazione così volgare: la procreazione indicata non come diritto naturale, ma come pretesto cui negare legittimità. Quasi che la natura umana meritasse rispetto solo entro certi limiti.<br />
Non vorrei trovarmi al posto del poliziotto che dovrà bussare a quella porta di Busto Arsizio per espletare la pratica dell’accompagnamento coatto alla frontiera.  </p>
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		<title>Se la commedia italiana diventa tragedia</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 08:36:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alberto Sordi]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.
“Alberto Sordi siete voi!”. Con questo slogan è stato pubblicizzato nei giorni scorsi il sito internet ufficiale del defunto attore, l’Albertone nazionale che per più di mezzo secolo ha incarnato la maschera dell’italiano medio, da non prendersi rigorosamente mai sul serio.
Siamo noi, per davvero, Alberto Sordi. Costretti ad ascoltare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em><br />
“Alberto Sordi siete voi!”. Con questo slogan è stato pubblicizzato nei giorni scorsi il sito internet ufficiale del defunto attore, l’Albertone nazionale che per più di mezzo secolo ha incarnato la maschera dell’italiano medio, da non prendersi rigorosamente mai sul serio.<br />
Siamo noi, per davvero, Alberto Sordi. Costretti ad ascoltare sulle frequenze di Radio Vaticana, dal responsabile affari giuridici dei vescovi italiani monsignor Domenico Mogavero, le parole banali che è vietato pronunciare nelle tv in cui vige la censura dei programmi scomodi per tutta la durata della campagna elettorale: “Cambiare le regole del gioco mentre il gioco è in corsa è un atto altamente scorretto”, che rivela “un atteggiamento arrogante della maggioranza”.<br />
Proprio così. Nel paese di Alberto Sordi il governo si è confezionato su misura un decreto (interpretativo? Ma fateci ridere…) per rimediare alle furibonde liti interne che hanno lacerato fino all’ultimo minuto il Popolo della Libertà, impedendogli di consegnare entro i tempi stabiliti, e/o con le necessarie firme valide, le sue liste a Roma e a Milano.<br />
Invece di chiedere scusa agli italiani, riconoscendo l’errore compiuto, e ricercare semmai un accordo con le forze d’opposizione per rimediare la negligenza, Berlusconi ha riproposto la sua visione del potere antitetica con la democrazia. L’idea cioè che le regole si possono modificare a proprio vantaggio in nome della maggioranza detenuta, proprio come ha già fatto con le leggi “ad personam” varate per sfuggire ai processi giudiziari. Snaturando i principi liberali del diritto, si pretende che la sostanza debba prevalere sulle forme. Quale sostanza? La pretesa che la volontà popolare sia confiscata per intero nelle mani –si badi bene- non del Parlamento, bensì del governo in carica.<br />
Estendendo tale concezione del potere perfino alla materia elettorale, che in democrazia sarebbe ovvio rispettare come la più neutra dato che il voto serve a modificare le maggioranze, Berlusconi pretende di supplire per decreto alla litigiosità interna della sua classe politica. Il delirio di onnipotenza lo spinge a addebitare sempre e comunque i suoi insuccessi all’avversario: di volta in volta i partiti d’opposizione, la magistratura, la Corte Costituzionale, il Presidente della Repubblica, i giornalisti non addomesticati, le forze economiche concorrenti.<br />
Così il Quirinale si è trovato a dover mediare, in circostanze drammatiche, sotto la minaccia di scatenare la piazza adombrata dagli stessi artefici dei propri guai, tra due esigenze democratiche contrapposte: garantire ai cittadini di poter scegliere chi preferiscono fra gli schieramenti politici principali; e salvaguardare il rispetto delle procedure senza cui viene meno la regolarità della consultazione.<br />
Temo abbia ragione l’ex presidente della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, quando afferma che Napolitano ha dovuto scegliere sotto costrizione rifacendosi all’etica della responsabilità, cioè mettendo al riparo il sistema dal pericolo di una precipitazione nella violenza. Il capo dello Stato ha privilegiato la partecipazione al voto dei principali candidati del centrodestra, pur sapendo che la sua firma sotto quel decreto non è innocua: ratifica una ferita difficilmente sanabile già inferta con arroganza alla nostra democrazia.<br />
Protestare contro dei leader politici che in nome della (presunta) volontà popolare rivendicano la pretesa di ignorare le regole imposte ai cittadini comuni, è il minimo. Per punirli ci resta lo strumento del voto. Nella consapevolezza che, come Alberto Sordi, maschera tragicomica dell’italianità, neanche la nostra democrazia è immortale.      </p>
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		<title>Fastweb, Sparkle e i bilanci &#8220;abbelliti&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 07:57:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nicola Di Girolamo, Gennaro Mokbel, Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.
Abbellire i bilanci delle aziende è stato considerato a lungo un peccato veniale in Italia. Tanto è vero che il reato di falso in bilancio nel 2001 fu ridimensionato nell’ambito di una delle prime “leggi ad personam”, e pazienza se stavano per esplodere i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nicola Di Girolamo, Gennaro Mokbel, <em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em><br />
Abbellire i bilanci delle aziende è stato considerato a lungo un peccato veniale in Italia. Tanto è vero che il reato di falso in bilancio nel 2001 fu ridimensionato nell’ambito di una delle prime “leggi ad personam”, e pazienza se stavano per esplodere i casi Cirio e Parmalat.<br />
Trattare col botulino i conti dell’impresa che dirigi, esaltandone le “performances”, può sostenere il titolo in Borsa anche nei periodi difficili. A vantaggio degli azionisti ma anche dei manager che ne trarranno “stock options” più laute e aumenti di stipendio proporzionati.<br />
La vicenda imprenditoriale di Fastweb è stata celebrata poche settimane fa con due grandi raduni festosi, a Milano e Roma, in occasione del decennale, cui ha partecipato il fior fiore dell’economia nazionale. L’operazione che fece la fortuna dei soci fondatori, Silvio Scaglia e Francesco Micheli, fu la cablatura del comune di Milano, trattata con l’allora “city manager” Stefano Parisi. Il valore della loro partecipazione schizzò da 35 miliardi a 12 mila miliardi di vecchie lire. Parisi, dopo un passaggio in Confindustria, è diventato guarda caso proprio ad di Fastweb (da cui è uscito invece Micheli).<br />
Nel medesimo “salotto buono” della finanza e dell’editoria nostrana continuano a sedere i protagonisti della gestione Telecom che –nonostante il costosissimo apparato di security dispiegato al proprio servizio- come minimo non si avvidero delle fatturazioni fantasiose, con evasione fiscale conseguente, operate in Telecom Sparkle. Mi riferisco a Marco Tronchetti Provera, uscito vantaggiosamente da Telecom nel 2007 quando i nuovi soci italiani (Mediobanca, Intesa-Sanpaolo e Generali) e spagnoli (Telefonica) rilevarono le sue azioni a 2,7 euro. Roba da leccarsi i baffi viste le condizioni reali di bilancio. E viste le irregolarità gestionali emerse prima con lo spionaggio di Tavaroli & co; poi con i cinque milioni di schede sim risultate fuorilegge; ora con l’immissione artificiale di denaro nella Sparkle gestita e presieduta all’epoca da Stefano Mazzitelli e Riccardo Ruggero.<br />
Stiamo parlando quindi di una componente significativa del capitalismo italiano, non di poche mele marce. La piaga dei bilanci abbelliti col trucco potrebbe infatti rivelarsi molto più estesa di quanto già emerso nell’inchiesta della magistratura romana. La quale ha fatto scalpore puntando i riflettori sugli affaristi che, dopo una complicata triangolazione all’estero, fornivano il denaro fresco a manager così prestigiosi.<br />
Possibile che signori così distinti trafficassero con riciclatori della ‘ndrangheta? Stento a crederlo. Mi pare più realistico ipotizzare una spregiudicata rimozione: non vado certo a indagare la provenienza di soldi che utilizzo per vitaminizzare i bilanci, per fare felici insieme il mercato e il mio portafogli.<br />
Desolante e pittoresco, osserviamo il sottobosco dei commercialisti, intermediari, prestanome con cui veniva architettato il flusso del denaro così ripulito. Lo pseudo-senatore Nicola Di Girolamo, protetto oltre il limite della decenza dalla maggioranza di centrodestra in cui s’era infiltrato. Il fascio-imprenditore romanesco Gennaro Mokbel con la sua collezione d’arte e cimeli. Il geniaccio della lavanderia, Carlo Focarelli. E sullo sfondo i boss di un’organizzazione criminale come la ‘ndrangheta che detiene il monopolio dello spaccio di cocaina in Europa, dunque rigonfia di liquidità in cerca di riciclaggio. Senza falsa ingenuità: pensavamo davvero che in Italia economia legale e economia illegale convivessero senza toccarsi?       </p>
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		<title>Gli immigrati: &#8220;Uomini come voi&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 08:32:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<category><![CDATA[24h senza di noi]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero degli stranieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;Repubblica&#8221;.
C’è da sperare che la minoranza colorata che ha affollato pacificamente ieri decine di piazze italiane protestando contro il razzismo e invocando i diritti che le sono negati, venga presa in seria considerazione dalle pubbliche autorità. Per quanto esigua, rispetto alla popolazione di 4,3 milioni di stranieri residenti nella penisola, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Repubblica&#8221;.</em><br />
C’è da sperare che la minoranza colorata che ha affollato pacificamente ieri decine di piazze italiane protestando contro il razzismo e invocando i diritti che le sono negati, venga presa in seria considerazione dalle pubbliche autorità. Per quanto esigua, rispetto alla popolazione di 4,3 milioni di stranieri residenti nella penisola, la folla dei manifestanti ha rivelato la nascita di un nuovo movimento che sarebbe irresponsabile sottovalutare. Perché, se il malcontento rimanesse inascoltato, l’associazionismo degli immigrati potrebbe svilupparsi in forma contrapposta e separata alla democrazia in cui reclama di venire incluso.<br />
Quando migliaia di palloncini gialli si sono levati in volo su piazza del Duomo a Milano, coprendo il maxischermo in cui sfilavano elegantissime le modelle straniere, il sagrato era invaso di badanti e fattorini, coi loro bimbi che mostravano un semplice cartello: “Siamo nati qui, vogliamo la cittadinanza”. A Roma cancellavano le scritte ostili sui palazzi. A Napoli marciavano così numerosi da stupire i passanti: da dove spuntano tutti questi stranieri?<br />
Se è bastata la suggestione velleitaria di “24h senza di noi”, la sfida impossibile di uno sciopero degli immigrati, per dare consistenza numerica a un’iniziativa spontanea quasi del tutto priva di supporti organizzativi, vuol dire che c’era un vuoto da riempire. Non gli corrisponde, è vero, uno spazio politico redditizio: la difesa dei diritti degli stranieri in Italia continua a essere valutata un pessimo affare elettorale, come rivela anche la riluttanza del Partito democratico finora pochissimo interessato a dare loro visibilità pubblica nelle sue strutture. Ma come non rendersi conto che le buone ragioni degli immigrati, contro una burocrazia sollecitata dal centrodestra a rendergli la vita difficile, potrebbero tradursi in rivolta se si continua a ignorarle?<br />
Ieri hanno cantato e ballato per le strade, stupiti loro stessi nel riconoscersi movimento nascente. Ma domani? Per quanto tempo ancora potremo impiegarli con paghe inferiori, costretti spesso nell’irregolarità del lavoro nero, lanciando contemporaneamente proclami allarmistici contro l’”invasione degli stranieri”?<br />
E’ significativo che attestati di rispetto e comprensione nella prima giornata di protesta degli immigrati siano giunti da associazioni imprenditoriali di categoria: la Camera nazionale dell’Artigianato che ricorda come il 9,5% del Pil sia legato direttamente o indirettamente al lavoro degli stranieri; e la Coldiretti che lamenta il ritardo del decreto flussi per gli stagionali agricoli, da cui dipende il 10% dei raccolti nelle campagne italiane.<br />
Riconoscerli solo come manodopera, però, non esaurisce la dimensione di umanità che tante famiglie, scolaresche, comunità di cura vivono nel rapporto personale con il loro singolo straniero, disabituate tuttora a vederlo partecipe di una collettività. A lui danno un nome, ne condividono le emozioni, lo adottano. L’”insieme straniero” resta invece folla anonima, estranea, minacciosa.<br />
Ieri questa folla ci si è presentata affermando con esemplare civiltà: “Siamo uomini e donne come voi”. Ma questo è il pericolo, se gli stranieri continueranno a scendere in piazza da soli, dopo che ieri ci hanno preso gusto: che il sorriso della prima volta, incompreso nella separazione dei passanti, trasmuti in sguardi torvi. Una società armoniosa, in grado di condividere i medesimi ideali di giustizia sociale, non può fondarsi sul braccio di ferro tra comunità straniere e maggioranza italiana. Ha bisogno di immigrati bene inseriti nelle strutture di rappresentanza democratiche. Deve aspirare a una cittadinanza comune.  </p>
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		<title>La nuova Tangentopoli</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 07:48:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<category><![CDATA[birbantelli]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.
Le cifre distratte dai conti delle aziende pubbliche e illegalmente trasferite ai partiti, ai giornali nonché a varie associazioni culturali della Prima Repubblica –trent’anni fa- erano davvero imponenti. Centinaia di miliardi di vecchie lire. Ma a gestire il traffico erano boiardi di Stato come Ettore Bernabei, cui non restava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em><br />
Le cifre distratte dai conti delle aziende pubbliche e illegalmente trasferite ai partiti, ai giornali nonché a varie associazioni culturali della Prima Repubblica –trent’anni fa- erano davvero imponenti. Centinaia di miliardi di vecchie lire. Ma a gestire il traffico erano boiardi di Stato come Ettore Bernabei, cui non restava appiccicato in tasca neppure un centesimo, come dimostrava il loro tenore di vita, borghese ma sobrio.<br />
I funzionari pubblici che oggi detengono il potere d’assegnazione di commesse (dal 2008 guarda caso è raddoppiato il numero delle concessioni a trattativa privata, senza più la “noia” delle gare d’appalto) probabilmente s’impossessano di cifre assai inferiori quando usano la loro posizione come trampolino per conseguire benefici impensabili col loro solo stipendio. Appartamenti in usufrutto gratuito. Macchine di lusso. Personale domestico pagato dai committenti. Figli e nuore assunti dalle ditte che aspirano a un contratto. Mogli e cognati azionisti delle imprese di cui spetterebbe loro esaminare i requisiti. Il tutto garantito dalla sovrintendenza di qualche pezzo grosso della politica, meglio se con protezioni in entrambi gli schieramenti.<br />
Come cemento, per indurre i compari di questo sistema all’omertà, che cosa c’è di meglio di mettere in comune il segreto di una scorribanda da casino? L’offerta della donna-tangente, benefit tutto sommato economico per chi la recluta, e vincolante fino al ricatto per chi la accetta, suggella il nuovo grado raggiunto dalla corruzione.<br />
Ormai in Italia si teorizza senza scandalo che l’elezione a una carica politica serva a produrre reddito; e che i servitori dello Stato lottizzati dai capipartito si trasformino in uomini d’affari senza scrupoli. Altrimenti cosa stanno lì a fare?<br />
L’esempio viene dall’alto. Leader nazionali preoccupati innanzitutto di favorire la loro azienda, sicuri che gli italiani si rispecchino in tale egoismo; luogotenenti che puntano ad arricchirsi, sul modello del capo; politici locali aggrappati finanziariamente agli imprenditori (dalla sanità, all’edilizia, alle bonifiche ambientali) bisognosi di convenzionarsi con l’ente pubblico.<br />
Esiste ormai una casistica del malaffare, tale da riportarci nel pieno di una nuova Tangentopoli. Cosa vuol dire? Vuol dire che la recessione economica, i tagli alla spesa pubblica e l’assenza di un libero mercato in cui possano prevalere le aziende più meritevoli, convincono sempre più giovani manager che l’unico metodo per eccellere è circuire chi detiene i cordoni della borsa. Nel 1992, quando le inchieste di Mani Pulite scoperchiarono la prima Tangentopoli, non esistevano ancora figure come Gianpiero Tarantini o Diego Anemone, entrambi sotto i quarant’anni d’età, in grado di stringere rapporti confidenziali con la prima cerchia del potere (Berlusconi, Bertolaso) attraverso favori da basso impero.<br />
Il Berlusconi che minimizza e mormora un rimprovero contro i “birbantelli che agiscono per interesse personale”, somiglia al Craxi che liquidava come “mariuolo” il primo tangentista del suo partito colto in flagrante. Lo stupore di entrambi si rivolge al “Corriere della Sera”, giornale pacato che di colpo appare loro severissimo, e allora ipotizzano chissà quale complotto dei poteri forti perché incapaci di valutare un’esasperazione popolare fino al giorno prima denunciata come dipietrismo o giustizialismo.<br />
Ora il Cavaliere promette “liste pulite” e inasprimento della lotta alla corruzione, ma sa benissimo di apparire come una volpe a guardia del pollaio.  </p>
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		<title>Le mie vecchie domande a Gianni Letta</title>
		<link>http://www.gadlerner.it/2010/02/18/le-mie-vecchie-domande-a-gianni-letta.html</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 11:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Il Tempo]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Angiolillo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 27 febbraio 2008 su &#8220;Vanity Fair&#8221; avevo posto queste domande a Gianni Letta. Ve le ripropongo perchè mi sembrano tornate attuali.
La settimana scorsa, ospitando Silvio Berlusconi a “Matrix”, Enrico Mentana ne ha approfittato per chiedergli se alle prossime elezioni il Popolo delle libertà avrebbe candidato Gianni Letta. Domanda più che sensata, visto che nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il 27 febbraio 2008 su &#8220;Vanity Fair&#8221; avevo posto queste domande a Gianni Letta. Ve le ripropongo perchè mi sembrano tornate attuali.</em></p>
<p>La settimana scorsa, ospitando Silvio Berlusconi a “Matrix”, Enrico Mentana ne ha approfittato per chiedergli se alle prossime elezioni il Popolo delle libertà avrebbe candidato Gianni Letta. Domanda più che sensata, visto che nel 2006 Gianni Letta fu il candidato del centrodestra alla Presidenza della Repubblica. E oggi il suo nome viene citato tra i favoriti per la guida del governo: nel caso il Cavaliere vinca ma scelga di fare un passo indietro; oppure nel caso si renda necessaria una “grande coalizione” col Partito democratico.<br />
Giusta, dunque, la domanda di Mentana. A lasciarmi interdetto è stata la risposta che gli ha dato Berlusconi: no, Gianni Letta non sarà candidato nelle liste del Popolo delle libertà perché lui è un “uomo di Stato”.<br />
Che significa? In democrazia viene riconosciuto come “uomo di Stato” colui che, proposto da un partito politico e votato dal popolo sovrano, una volta eletto si fa interprete dell’interesse generale. Altrimenti c’è solo un’altra possibilità: funzionari dello Stato come Carlo Azeglio Ciampi, chiamati eccezionalmente a ricoprire incarichi di governo o di garanzia dopo una lunga carriera nell’amministrazione pubblica o nelle istituzioni indipendenti (come la Banca d’Italia).<br />
Gianni Letta è persona stimata che non corrisponde a nessuno dei due identikit. Da ventuno anni è il più stretto collaboratore di Berlusconi, dapprima nella sua impresa privata e poi a Palazzo Chigi. Come lui stesso ama precisare, non si è mai iscritto a Forza Italia né si considera un uomo politico. Ma allora: che parte interpreta nella commedia all’italiana un personaggio di così crescente rilevanza?<br />
A costo di risultare prosaico, vorrei sapere: chi lo paga? Dove ha sede il suo ufficio? Rappresenta forse un’istituzione? Basta a definirlo “uomo di Stato” il trasversale apprezzamento di cui gode nell’establishment? In definitiva, mi chiedo: che lavoro fa Gianni Letta?<br />
Di recente il Vaticano ha reso nota la sua nomina a Gentiluomo di Sua Santità. L’estate scorsa la banca Goldman Sachs lo ha nominato consulente con focus particolare sull’Italia. Ma escluderei che si tratti di impegni a tempo pieno. Per esempio si sa che tiene aperto (con Goffredo Bettini) un canale diplomatico fra Pdl e Pd. E quando il governo in carica ha dovuto concordare delle nomine bipartisan con l’opposizione, ho letto sui giornali che a Palazzo Chigi ci è andato lui.<br />
Un’opera senz’altro meritoria, contraddistinta da moderazione e riservatezza, come già ispirata a discrezione fu la sua mission di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Unica smagliatura evidenziata da un’indagine giudiziaria: quando fu Letta a insistere nel 2005 con i vertici Telecom –accampando ragioni di sicurezza nazionale- perché mantenessero al vertice Giuliano Tavaroli, artefice di spionaggi illegali e scandalosi.<br />
Gianni Letta conosce il potere romano come le sue tasche, da una quarantina d’anni. Sa bene che una democrazia sregolata come la nostra è sempre in cerca di luoghi informali di compensazione. Perfino il simbolo folcloristico di questa trasversalità necessaria –il salotto di Maria Angiolillo- viene riconosciuto come luogo “lettiano” per eccellenza, se non altro per i quindici anni in cui guidò il giornale degli Angiolillo, “Il Tempo”, prima di entrare nel 1987 alla Fininvest di Berlusconi.<br />
Così è diventato una figura preziosa in quanto affidabile. Uno snodo di buonsenso fra politica, banche, servizi segreti, Chiesa, e chissà che altro. Lo stesso Veltroni ha dichiarato che gli piacerebbe vedere Gianni Letta ministro in un governo di centrosinistra. Immagino lo consideri un elemento della costituzione materiale del paese, una garanzia di stabilità. E Letta ricambia sempre col garbo felpato che lo contraddistingue, spingendosi di recente a dichiarare in pubblico la sua preferenza per larghe intese di governo. Troppo modesto per aggiungere: guidate da lui.<br />
Nella speranza che mi perdoni l’indiscrezione, vorrei consigliare a Gianni Letta il gesto sano, da vero “uomo di Stato”, di candidarsi alle elezioni. In vista degli alti incarichi che lo attendono.</p>
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		<title>La città multietnica c&#8217;è sempre stata</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 08:08:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;Repubblica&#8221;.
Per secoli Costantinopoli, l’odierna Istanbul, fu al tempo stesso la più grande città turca, greca, armena, curda, ebraica, romena del Mediterraneo. Era la New York del suo tempo, la capitale del mondo (ammesso che possiamo permetterci il lusso, allora come oggi, di escludere la Cina). Grazie a questa straordinaria peculiarità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Repubblica&#8221;.</em><br />
Per secoli Costantinopoli, l’odierna Istanbul, fu al tempo stesso la più grande città turca, greca, armena, curda, ebraica, romena del Mediterraneo. Era la New York del suo tempo, la capitale del mondo (ammesso che possiamo permetterci il lusso, allora come oggi, di escludere la Cina). Grazie a questa straordinaria peculiarità multietnica la metropoli plurale cresciuta sul Bosforo, al confine tra Europa e Asia, prosperava senza paragoni possibili con gli altri centri urbani europei: Parigi e Londra apparivano borghi trascurabili al suo cospetto.<br />
Prima che sopraggiungesse l’epoca dei nazionalismi, contrassegnata da genocidi, trapianti di popolazione e pulizie etniche, la città-mosaico aveva rappresentato il più potente fattore di sviluppo economico e culturale lungo tutta la sponda sud del Mediterraneo: furono multietniche fino a non molto tempo fa Salonicco, Smirne, Antiochia, Aleppo, Haifa, Alessandria d’Egitto, Algeri, Orano, successivamente ridotte con la forza a innaturale omogeneità. Una convivenza rose e fiori? Naturalmente no, i conflitti intestini erano sempre all’ordine del giorno nella città multietnica. Ma vigeva una diffusa accettazione del comune destino sovranazionale, reso sopportabile dalla consuetudine allo scambio commerciale, dalle divisioni interne ai culti religiosi considerate ovvie (né i cristiani né gli islamici erano compatti) e soprattutto dal bisogno di un’esistenza pacifica.<br />
E’ banale constatare come la brutale cancellazione dell’esperienza urbana levantina, nel giro di pochi decenni del secolo scorso, abbia contribuito decisivamente al declino delle regioni mediterranee interessate. La Istanbul monoetnica di oggi resta una grande città ma non è più una capitale. Un senso di vuoto, di mutilazione subita, infonde sentimenti di rimpianto e nostalgia nelle altre città che furono plurali e oggi sono ridotte al rango di province arretrate.<br />
Tanto più che la crescita economica e l’eccellenza culturale diffuse sull’altra sponda del Mediterraneo fino all’Europa settentrionale, è andata di pari passo con la metamorfosi cosmopolita delle sue capitali, arricchite e ingrandite dai flussi migratori post-coloniali. E prima ancora, l’equazione multietnicità uguale progresso era stata confermata dalla nuova potenza mondiale: gli Stati Uniti d’America, un nuovo impero generato dall’incontro fra comunità migranti. Tuttora, per fare un solo esempio, New York ha una popolazione ebraica numericamente superiore alla somma di Tel Aviv e Gerusalemme. Mentre l’estirpazione della presenza ebraica dall’est Europa può essere annoverata tra le cause del suo impoverimento.<br />
Magari bastasse la consapevolezza storica per convincere i popoli. Sopportare la condivisione armonica dei medesimi territori è da sempre un’impresa difficile per le classi dirigenti perché i benefici quasi mai vengono equamente ripartiti, così come del resto i disagi. Le recenti contrapposizioni ideologiche su un concetto astratto come il multiculturalismo segnalano dunque come sia difficile per le leadership politiche e culturali misurarsi con il fallimento di un’illusione: far coincidere semplicemente, sulla carta geografica, gli Stati con le nazioni. Perché di nuovo, implacabilmente, scopriamo che altre nazioni si fanno largo all’interno di confini tracciati, e reclamano cittadinanza prima ancora di fondersi in un lento, faticoso amalgama.<br />
Quando un leader che è anche imprenditore globale come Berlusconi (con soci arabi e interessi sparsi oltreconfine) proclama di battersi “contro la società multietnica”, denota l’urgenza opportunistica di assecondare una spinta difensiva anacronistica lontana dal suo linguaggio originario: il format televisivo commerciale, apolide per definizione. Quando protesta contro il fatto che a passeggio nel centro di Milano s’incontrano troppi africani, nega l’abc della nuova metropoli europea di cui anche lui è figlio.<br />
Quasi mai la città multietnica è il prodotto di una politica abitativa consapevole, pianificata. Perché i flussi migratori possono essere regolati da governi responsabili, ma ben difficilmente pianificati. Accade così, con il senno di poi, che le diverse visioni culturali e soprattutto le convenienze politiche diano luogo a teorie dell’integrazione o del rifiuto che solo a parole rivendicano la dignità di un progetto.<br />
I due “modelli” alternativi di integrazione spesso contrapposti sono oggi in Europa il “modello repubblicano francese” e il “modello comunitari sta britannico”.<br />
La Francia, erede di una concezione rivoluzionaria della cittadinanza fondata sui diritti, e quindi disgiunta dal vincolo di sangue della nazionalità, ha perseguito una pedagogia delle regole che trasformi gli immigrati in concittadini su base laica. Ciò non ha impedito la formazione di agglomerati urbani separati, di problematica integrazione. Ma è un fatto che finora le rivolte delle banlieu, seppure violente, hanno visto prevalere la dimensione sociale e semmai criminale rispetto a quella religiosa integralista.<br />
Viceversa la storia coloniale dell’impero britannico ha favorito nel Regno Unito la crescita di vere e proprie comunità immigrate a sé stanti, dotate di leadership separate anche nell’elaborazione di codici morali e di cittadinanza, finendo per costituire entità in comunicanti. Perfino corpi estranei, talvolta “nemici interni”.<br />
In diverse città italiane (Torino e Genova al nord, Palermo e Catania al sud) l’occupazione di vaste porzioni di centro storico da parte delle comunità immigrate è stata parzialmente gestita nel tempo con un’affannosa rincorsa di integrazione spontanea, affidata soprattutto alla scuola e al volontariato sociale, oltre che all’azione preventiva e repressiva delle forze di polizia. Diverso è il caso di Milano, governata ormai da decenni da amministrazioni di destra che rifiutano ideologicamente la nuova dimensione multietnica. Ciò naturalmente non ha frenato la vitalità dei nuovi cittadini milanesi immigrati, le cui imprese registrate presso la Camera di Commercio ormai detengono una quota di ricchezza irrinunciabile per l’economia metropolitana nel suo insieme; senza contare la quota dell’economia illegale e della malavita. Il risultato è che la nuova forza economica degli immigrati, rifiutata a parole e boicottata con normative anacronistiche, spontaneamente cerca luoghi di residenza e d’investimento che aggirino l’ostacolo.<br />
Fu così per la prima “casbah” di Porta Venezia, oggi non solo bonificata ma arricchita grazie alla sua nuova dimensione multietnica. E’ toccato poi alla non distante arteria commerciale di via Padova di divenire il ricettacolo di subaffitti senza regole e di vendite d’appartamenti e negozi alla spicciolata, con prezzi in costante ribasso.<br />
Il laissez faire di chi rifiutava ogni pianificazione perché elettoralmente gli conveniva proclamare “no allo straniero”, di certo non era in grado di bloccare la metamorfosi in atto. Ma ha causato un’identificazione fra città multietnica e degrado che stride con la storia della civiltà.  </p>
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		<title>L&#8217;imbroglio della televisione elettorale</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 05:58:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.
L’ottusa, burocratica applicazione della “par condicio” con cui la Rai sabato 13 febbraio scorso ha deciso di non trasmettere la puntata della rubrica religiosa “A sua immagine”, perché vi compariva la testimonianza filiale di Giovanni Bachelet (deputato del Pd) a trent’anni dall’omicidio perpetrato dalle Brigate rosse di suo padre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Vanity Fair&#8221;.</em><br />
L’ottusa, burocratica applicazione della “par condicio” con cui la Rai sabato 13 febbraio scorso ha deciso di non trasmettere la puntata della rubrica religiosa “A sua immagine”, perché vi compariva la testimonianza filiale di Giovanni Bachelet (deputato del Pd) a trent’anni dall’omicidio perpetrato dalle Brigate rosse di suo padre Vittorio, insigne giurista cattolico, mi ha letteralmente sgomentato. Mi chiedo chi sia il funzionario che ha disposto una simile bassezza, mascherandola per adempimento normativo. Sono forse condizionato dall’emozione che quel brutale assassinio sulle scale dell’Università di Roma suscita ancora in me? O dal ricordo del messaggio così nobile di pietà cristiana letto da Giovanni al funerale? O dalla mitezza della protesta del medesimo Giovanni, divenuto in effetti nel frattempo parlamentare, ma felicemente incapace anche solo di concepire una strumentalizzazione politica del suo lutto?<br />
Per intervento di Napolitano e per tardiva resipiscenza, la Rai ha in seguito deciso di trasmettere il sabato successivo ciò che aveva censurato. Ma c’è già chi strumentalizza l’episodio con l’intenzione di considerare decaduta la legge sulla “par condicio”, certo brutale e imbarazzante, ma senza la quale in Italia si potrebbe assistere a un bombardamento propagandistico per via televisiva da parte del proprietario-controllore stesso delle televisioni. Se la “par condicio” e il divieto di spot non regolassero la comunicazione politica in Italia, il presidente-tycoon trasmetterebbe raffiche di spot pubblicitari col triplice vantaggio che lui ha risorse per pagarne di più, finanzierebbe se stesso, e costringerebbe gli avversari politici a versargli un obolo pena la rinuncia a competere. Garantendosi inoltre spazi dilatati nei talk-show, grazie al metodo proporzionale da lui preferito: chi ha preso più voti, parla di più in televisione.<br />
Fallita per divisioni interne al centrodestra la tanto desiderata abolizione della “par condicio”, e grazie all’appoggio decisivo dei radicali, la combriccola di fedelissimi che Berlusconi ha strategicamente piazzato nella Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai ha ribaltato di colpo il suo classico schema di gioco. Negate spazi maggiorati ai partiti maggiori? E allora togliamo ai conduttori delle trasmissioni giornalistiche in onda sulla Rai la facoltà di scegliere loro gli ospiti da invitare in tv. Poco importa che i conduttori (anche nelle tv private) siano già vincolati dalla “par condicio” a garantire un accesso equilibrato fra i partiti concorrenti. Parlino d’altro, se vogliono andare in onda nel periodo elettorale. Oppure si comportino come vere e proprie Tribune d’accesso in cui sono i partiti a scegliere chi mandare, e i giornalisti hanno tempi contingentati in cui garantire loro un monologo senza contraddittorio.<br />
Detto in soldoni, il centrodestra confida di andare al voto con 45 giorni di assenza delle trasmissioni di sinistra che fanno grandi ascolti in prima serata, e pazienza se ciò comporta il sacrificio di Bruno Vespa. Lasciando invece campo libero ai telegiornali già addomesticati. Tale regolamento attuativo della “par condicio” è zeppo di incongruenze: e se Santoro decidesse di andare in onda ugualmente raccontando mafie e scandali italiani, sia pure senza ospiti politici in studio? E se l’Authority delle comunicazioni non seguisse il diktat parlamentare sulla Rai, lasciando libere le emittenti private di trasmettere i programmi imbavagliati sulla tv pubblica?<br />
Anche in tale felice (ma improbabile) circostanza, vi prometto che “L’Infedele” televisivo non ne approfitterebbe per ammannirvi i soliti noti prezzemoli (non faccio nomi, mi avete capito) che impazzano a ogni ora del giorno in veste di tuttologi su ogni tasto del telecomando.</p>
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		<title>La dura lezione di via Padova</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 08:00:50 +0000</pubDate>
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Con chi se la prenderanno adesso lady Moratti, il suo vicesindaco-sceriffo De Corato, e il focoso leghista Salvini? Dal vecchio quartiere milanese di via Padova trasformato in “zona di nessuno” giunge loro la più ovvia lezione di sociologia urbana: puoi fare il muso duro, lanciare tutti i proclami repressivi che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Repubblica&#8221;.</em><br />
Con chi se la prenderanno adesso lady Moratti, il suo vicesindaco-sceriffo De Corato, e il focoso leghista Salvini? Dal vecchio quartiere milanese di via Padova trasformato in “zona di nessuno” giunge loro la più ovvia lezione di sociologia urbana: puoi fare il muso duro, lanciare tutti i proclami repressivi che vuoi, ma il disprezzo con cui hanno scansato la fatica quotidiana dell’integrazione produce solo il far-west, cattivi contro cattivi, e vinca il peggiore.<br />
Piange il cuore perché via Padova non meritava il degrado in cui l’hanno lasciata andare. Seguito ideale di corso Buenos Aires, resta un’arteria vitale della Milano commerciale la cui unica colpa è di non aver fatto in tempo a entrare nelle mire degli immobiliaristi rampanti. Mentre la destra che governa da decenni la metropoli escogitava in sequenza i poliziotti di quartiere, le pattuglie di soldati e infine la bufala delle ronde, numerosi palazzi ridotti in cattivo stato venivano affittati illegalmente o venduti a basso prezzo. Spuntavano una dopo l’altra le botteghe etniche, i parrucchieri cinesi cominciavano a fare concorrenza agli italiani. Invece di governare questo flusso vitale, preoccupato solo di litigare con il locale centro islamico su scuola e moschea, il Comune ha lasciato che crescessero tanti piccoli ghetti, ben lieto di incassare lo spostamento a destra dei residenti italiani cui prometteva di risolvere il problema con mano pesante.<br />
Fa impressione confrontare gli interventi d’ordine pubblico e inclusione messi a punto nel frattempo in altre situazioni difficili, come San Salvario a Torino, con l’ottuso laissez-faire delle varie giunte Formentini, Albertini, Moratti. In via Padova i parroci volonterosi, i volontari della vicina Casa della Carità, gli operatori didattici protesi nel costruire mediazione e accoglienza, vengono additati semmai come disturbatori della quiete pubblica. Perché il presupposto impossibile della politica abitativa e commerciale di Palazzo Marino è: di qui gli stranieri se ne devono andare. Ma nel frattempo l’enclave di via Padova, afflitta dallo spaccio di droga, da alcolismo, dalle bande giovanili, dal lavoro nero che i caporali italiani vengono a reclutare all’alba in piazzale Loreto, ha visto crescere un’alta densità di immigrati regolari, ormai spesso proprietari d’appartamento, che non si possono certo cacciare. Situazioni legali e illegali sono aggrovigliate in una matassa pericolosa che nessuna operazione di polizia, da sola, può districare. Un caos provocato da chi ha sospinto gli immigrati a concentrarsi, ostacolando la loro regolarizzazione, suscitando l’ira dei residenti italiani, e rendendo quasi impossibile il controllo sociale.<br />
Sgombero, si conferma essere una parola magica inefficace come abracadabra. Così il vicesindaco De Corato che mena gran vanto per i duecento sgomberi di campi abusivi, fingendo di ignorare che si tratta sempre dei medesimi senzatetto che girovagano, ieri ha subito la sua prima, inevitabile contestazione da parte dei residenti finiti nel mezzo di una guerriglia urbana. Una situazione esplosiva che l’irresponsabile leghista Salvini rischia di alimentare promettendo retate casa per casa.<br />
La politica di sicurezza della destra, fondata sull’ostilità ideologica per gli stranieri, incassa nel cuore di Milano gli unici risultati che meritava. Delude le aspettative dei cittadini, li incita alla contrapposizione , suscita fra i giovani immigrati di seconda generazione l’idea che le forze di polizia se non addirittura tutti gli italiani siano nemici. E il sindaco, Letizia Moratti? Lei resta solo una presenza lontana, asserragliata nel suo privilegio. </p>
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		<title>Il business delle donne-bustarelle</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 05:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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La donna-tangente pare ormai assunta come merce di scambio ordinaria fra i puttanieri della nuova classe dirigente italiana. Costa relativamente poco, cementa solidarietà indicibile ovvero complicità omertosa, come e più di qualsiasi altro pagamento in nero. Il regalo sessuale lubrifica il sistema affaristico fin dentro i palazzi del governo, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è uscito su &#8220;Repubblica&#8221;.</em><br />
La donna-tangente pare ormai assunta come merce di scambio ordinaria fra i puttanieri della nuova classe dirigente italiana. Costa relativamente poco, cementa solidarietà indicibile ovvero complicità omertosa, come e più di qualsiasi altro pagamento in nero. Il regalo sessuale lubrifica il sistema affaristico fin dentro i palazzi del governo, e pazienza se rende incivile anche la protezione civile: funziona perché corrompe.<br />
Lo spregiudicato costruttore romano Diego Anemone che offre graziosamente a Guido Bertolaso le prestazioni della brasiliana Monica e le “ripassatine” di Francesca, in attesa della festa “megagalattica” al Centro benessere Salaria Sport Village con due o tre ragazze, mi raccomando, “di qualità”, si è procacciato appalti lucrosi con lo stesso metodo reso celebre dall’imprenditore della sanità barese Gianpiero Tarantini. Resta da chiedersi quanti sono in Italia i prosseneti alla Anemone o alla Tarantini, capitani d’impresa non ancora quarantenni tanto abili nel saziare gli appetiti erotici della Seconda Repubblica. Intervistata dal “Financial Times”, l’estate scorsa Patrizia D’Addario spiegava che questo genere di scambi tra uomini politici e cacciatori d’appalti è prassi ordinaria. Da Tangentopoli a Puttanopoli. Ma anche nel settore privato dilaga la stessa usanza: a Milano è risaputo che certe cene d’affari con clienti stranieri vengono suggellate dall’ingresso finale a sorpresa delle signorine-cadeau.<br />
L’esempio, come sempre, viene dall’alto. E poco importa che il Capo supremo possa disporre di una rete di fornitori così servizievoli da concedergli pure l’illusione della conquista gratuita: il maschio di potere si compiace di pensare che le donne lo desiderino per quel che è, non solo per quel che sperano di ricavarne.<br />
Ora sappiamo che la sintonia fra B&#038;B era cementata da una consuetudine di uomini maturi che si strizzano l’occhio l’un l’altro, come del resto già testimoniato dalla serata a Palazzo Grazioli del 2 dicembre 2008 in compagnia di Gianpaolo Tarantini e delle sue girls. Sarà senz’altro una coincidenza se un uomo assai vicino a Bertolaso ha di recente rilevato la Tecnohospital di Tarantini, in grave perdita. Rifiutiamo anche solo di pensare che un tale business sia stato corroborato da attenzioni intime. Vale di più riflettere sulla postura di questo potere maschile, e sugli effetti sociali che ne derivano.<br />
Gli “uomini del fare”, che operano per “il bene del paese”, hanno dunque in comune pure un’idea usa e getta dell’amore. E’ del resto un’idea ben comunicata dalla pornografia televisiva imperante, prima ancora che dal repertorio dei discorsi pubblici del premier. Il corpo della donna plastificato e ridotto a ornamento ebete, con una ripetitività che ne abbatte la stessa carica erotica, altro non è che lo specchio di una misoginia perpetuata nella concezione della famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle carriere politiche. Fior di studiosi hanno quantificato il danno economico, oltre che il ritardo culturale inflitto così alla società italiana. Ora sappiamo che non si tratta solo di arretratezza. La creatività dei puttanieri all’italiana ha escogitato una vera e propria scommessa imprenditoriale: le donne si regalano come bustarelle in carne e ossa per entrare nel giro che conta.<br />
Conosco l’obiezione secondo cui non c’è niente di nuovo sotto il sole, si tratterebbe di un malcostume antico. Ma quando mai, in democrazia, s’è dovuto fare i conti come oggi con quel particolare tipo di consorteria rappresentato dal vincolo indecoroso, tant’è che bisogna tenerlo segreto pure alle rispettive famiglie, della scorribanda da casino? Ci sono patti fra compari che assumono ben altra portata quando coinvolgono i responsabili di settori delicatissimi delle istituzioni.. L’omertà alimenta il mercato dei favoritismi e dei ricatti. Cominciamo finalmente a rendercene conto?<br />
E poi c’è l’immagine che trasmette di sé il potere maschile, da quando i sorrisi di facciata non bastano più a mascherarne l’arroganza e l’inadeguatezza culturale. Si arrabatta nel sostenere che tutta l’Italia sia a misura di puttanieri, o vorrebbe esserlo. Come se in questo paese non fossero già  praticabili una relazione uomo-donna e una sessualità più mature, soddisfacenti, dignitose, paritarie. Sentiremo ancora la rituale litania contro le intercettazioni telefoniche e il gossip, nel tentativo di liquidare la compravendita dei corpi alla stregua di un hobby rilassante. Ma il degrado è ormai così manifesto da rendere anacronistica tale invettiva. Cresce infatti la percezione che i comportamenti personali di chi occupa cariche istituzionali hanno rilevanza pubblica e ripercussioni profonde sulla nostra civiltà. Per usare il linguaggio di Berlusconi: chi sputtana l’Italia? </p>
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