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	<title>Gad Lerner &#187; Scintille</title>
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	<description>Il blog del Bastardo</description>
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		<title>Giuliano Ferrara e il &#8220;vero Lerner&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 08:15:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scintille]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ferrara sul "vero Lerner"]]></category>
		<category><![CDATA[Il Foglio]]></category>
		<category><![CDATA[recensione a "Scintille"]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa recensione di Giuliano Ferrara al mio libro &#8220;Scintille&#8221; è uscita il 24 dicembre 2009 sulla prima pagina de &#8220;Il Foglio&#8221;. Mio padre diceva scherzando, ma con una sfumatura di vera malinconia, che la famiglia è una associazione per delinquere. Innamorato del mito della ragione, considerava il sangue l’origine dei sentimenti più pericolosi. L’ultimo libro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa recensione di Giuliano Ferrara al mio libro &#8220;Scintille&#8221; è uscita il 24 dicembre 2009 sulla prima pagina de &#8220;Il Foglio&#8221;. </em><br />
Mio padre diceva scherzando, ma con una sfumatura di vera malinconia, che la famiglia è una associazione per delinquere.<br />
Innamorato del mito della ragione, considerava il sangue l’origine dei sentimenti più pericolosi.<br />
L’ultimo libro di Gad Lerner è una resa dei conti traboccante sorpresa, spaesamento ed emozione con la famiglia d’origine, prima di tutti con il padre.<br />
La lettura è una rivelazione, un racconto religioso che mi fa amare questo strano amico e poi nemico e poi di nuovo amico di una vita o giù di lì.<br />
Quanta inimicizia possa contenere un’amicizia è dimostrato infatti dal mio pregiudizio su Gad Lerner.<br />
Lo trovo opportunista, vile, corrivo, obliquo, venato perfino di una certa infamia da primo della classe e delatore del vicino di banco, ma anche intelligente, colto, curioso, vitale e simpaticissimo come capobranco dei suoi figli, compagnone, militante, marito, animale da chiacchiera e convivio.<br />
Ora che ho finito di leggere il suo feltrinelliano “Scintille”, un autoritratto delicato, tormentato, confuso, ho abrogato ogni mio pregiudizio sul tipo umano che è Gad Lerner.<br />
Gli voglio bene, come immagino gliene vogliano migliaia di lettori, e basta.<br />
L’inimicizia nell’amicizia resta, naturalmente, ma confinata alle passioni politiche.<br />
Roba minore, nella maturità di un uomo.<br />
Sono contento che Giulio Meotti di questo libro abbia stroncato, nel Foglio, la parte caduca: l’antisionismo politico, la confusa mistica dell’inappartenenza apolide che induce l’autore ad amare follemente e a follemente detestare lo Stato d’Israele, quella dannata ed esigente terza sua patria di cui sospetta e analizza l’imminente scomparsa, chiacchierando con un emissario di Hezbollah a Beirut.<br />
Qui posso occuparmi d’altro, di quel che molto importa nell’autoritratto di un Bastardo (è il titolo del blog dell’autore).<br />
Qui conta Gad, il falso Lerner in rivolta totale contro suo padre Moshé, il vero Lerner, eroe letterario figlio delle grandi paternità ebraiche di Roth e di Richler ma prototipo originale e in carne ed ossa del medesimo Gad o Dadone; e conta un figlio maschio pieno di innamorata incomprensione verso sua madre, la sensuale Tali della famiglia sefardita dei Tarragan, fiori del Libano e innesti orientalisti in Aleppo, che scambiarono gli anni Quaranta del Novecento, Shoah compresa, per una incantata età dell’oro.<br />
Per non parlare della nonna paterna senz’ombra di Proust, la Mamcia e poi la Teta (arabo per nonna), venuta dalla Galizia.<br />
Teta si procura il fastidio anche fisico del piccolo Gad, perché sembra all’occhio cattivo degli infanti l’anima nera e mesta e scoreggiona della combriccola, una parente di cui vergognarsi; mentre a sorpresa, nell’happy ending, questa cicciona della tribù degli ostjuden si rivela una esagerata “Rotschild dei Carpazi” che ha saputo santificare come pochi altri la sua esistenza di ebrea askenazita, occupandosi soprattutto dell’esistenza degli altri. Senza tanto farlo sapere.<br />
Mamma mia. Nessuno nella generazione di Gad (e dintorni) aveva avuto il coraggio di affrontare papà e mamma viventi e vegeti, e di abbatterli in effigie per il solo fatto di parlarne in piena libertà, in rivolta morale verso il lascito incompreso.<br />
Per uno strappo di quella portata ci vuole la chutzpah, quel carattere ebraico, quella stupenda faccia tosta che non a caso è spiegata attraverso questa celebre storiella: un uomo che ha ucciso i genitori chiede clemenza alla Corte perché è orfano.<br />
Precisamente quel che fa Gad nel proprio resoconto esistenziale, associando il lettore alle sue emozioni in un viaggio zoppicante alle origini dell’inafferrabile Colpa originaria che ricade sui figli.<br />
Perché una lacerazione così profonda prenda forma e trovi le parole ci voleva anche un padre provocatore, un Deus ex machina che preme il grilletto e spara, un Moshé che telefona a una famosa scrittrice dopo aver letto una sua intervista di argomento familiare con suo figlio, e le dice (è l’incipit folgorante del racconto): “Pronto… le interesserebbe avere un’intervista con il vero Lerner?”.<br />
Ci vuole inoltre un divorzio subito con dolore.<br />
Ci vuole una vita paterna disordinata e girovaga, ché Gad certo ama gli zingari ma niente concede allo spirito zingaresco di suo padre, al suo ennesimo appartamento dove le carte accatastate, inservibili, forse inutili, gli impediscono la deambulazione.<br />
E si capisce, visto che il padre si comporta da donchisciotte senza scudiero, affronta da solo e in età avanzata viaggi scomodi per raggiungere il figlio a sorpresa, senza dirgli niente, nelle sue conferenze, e si siede in prima fila, e lo chiama Dadone in segno di sfida, facendolo ribollire d’ira, e gli dice nella sua lingua seduttiva e inaccurata, nel suo italiano parlato come sesto idioma personale, che è bravo sì, bravino il Gad, non a caso è figlio del vero Lerner, ma un paio di consigli paterni lo farebbero ancora più bravo, e riscompare nelle nebbie monferrine senza lasciare dietro di sé altro che strani sentimenti di pudore violato, se non di vergogna.<br />
Ho letto tanta letteratura ebraica purissima e ancora non ho capito se venga prima la paternità abramitica, che fa dei figli tanti Isacco sempre in sospetto di sacrificio, o il Dio monoteista che ordina alla specie di differenziarsi e fonda la stirpe e il suo orgoglio sull’abbandono della casa del padre. In ogni caso in questo libro ci sono pagine di puro amore filiale e di pura resistenza all’amore che ne riscattano qualunque difetto di struttura, qualunque incertezza tra autoritratto e reportage, qualunque eventuale falsificazione inconscia, qualunque genericità.<br />
Nella sua ricerca delle origini, nell’amarezza dei suoi rifiuti, nel viaggio impossibile verso un abbraccio non competitivo e verso un lascito non rassegnato, Gad Lerner non fa come Daniel Mendelsohn o Jonathan Safran Foer, scavatori della memoria e del suo brand artistico, non metaforizza, non usa il realismo magico, non celebra il suo destino fictional, sceglie invece di sbattere in faccia al suo presente, s’imbroglia con il Kaddish, dà vita con rara modestia e onestà spirituale ai suoi fantasmi, e li uccide per sopravvivere.<br />
La morale è ovvia. Volete sapere qualcosa di un predicatore di contaminazioni e di uno spregiatore dell’identità?<br />
Siete ben serviti dal gilgul, il vagabondaggio rotatorio delle anime nel loro esilio, siete serviti dal piccolo informale e artigianale cabbalismo dell’ultimo campione delle famiglie Lerner e Tarragan, dai suoi viaggi libanesi e galiziani, dal suo inseguimento a ritroso di una storia che ha schiacciato i suoi genitori e dalla quale lui, invece, ha una indomabile voglia di riscattarsi.<br />
Dal suo formidabile libro in cui tutto si spiega.</p>
<p><strong>Giuliano Ferrara</strong></p>
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		<title>Claudio Magris: nazionalità in divenire</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 18:27:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scintille]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo con Gad Lerner]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo mio dialogo con Claudio Magris su &#8220;Scintille&#8221; è uscito sul &#8220;Corriere della Sera&#8221; il 7 dicembre 2009. Pochissimi libri come Scintille. Una storia di anime vagabonde di Gad Lerner fanno capire la verità poetica e umana di quella famosa parabola di Borges in cui si parla di un uomo che dipinge paesaggi – fiumi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo mio dialogo con Claudio Magris su &#8220;Scintille&#8221; è uscito sul &#8220;Corriere della Sera&#8221; il 7 dicembre 2009.</em><br />
Pochissimi libri come Scintille. Una storia di anime vagabonde di Gad Lerner fanno capire la verità poetica e umana di quella famosa parabola di Borges in cui si parla di un uomo che dipinge paesaggi – fiumi, boschi, monti, città – e alla fine si accorge di aver dipinto il  proprio volto. Questo libro è qualcosa di molto diverso da tutto ciò che ha reso Gad Lerner giustamente famoso quale giornalista e grande conduttore televisivo; diverso anche dagli altri suoi libri, anche se con la sua opera e col suo lavoro precedente ha in comune la fulminea capacità sintetica, la simbiosi di lievità e profondità, di rispettosa pacatezza e precisa, anche dura presa di posizione. E’ un libro essenziale e forte, con una sua asciutta, dissimulata poesia che segna il lettore.<br />
Scintille è un viaggio,  nel mondo e in se stesso; in un mondo particolarissimo e insieme universale, provinciale e  sovranazionale come l’identità ebraica, legata alla peculiarità dello shtetl, del piccolo borgo ebraico, e sparsa, in virtù dell’esilio, in tutto il mondo, in una migrazione – spesso dovuta alle persecuzioni – che rende casuale e talora sorprendente  il luogo di nascita e in una continua trasformazione della nazionalità. Lo stesso Lerner è nato a Beirut; dunque uno dei maggiori giornalisti italiani potrebbe essere libanese, se la storia del Medio Oriente negli anni della sua prima infanzia fosse stata diversa, ma al contempo egli è anche – e potrebbe essere soltanto &#8211;  un ebreo polacco come il padre originario di Boryslaw, la cittadina galiziana capitale del petrolio e poi teatro di un grande massacro nazista.<br />
Uno degli affascinanti pregi del libro consiste pure nella concreta, intensa evidenza con cui mostra come si costruisca – e non solo nel caso di Israele – una nazionalità, senza che ciò infici l’autentico, essenziale sentimento di appartenenza a una patria. Come ogni viaggio che si rispetti, pure questo di Lerner parte da una mappa, soprattutto mentale, ma una mappa che durante il viaggio si aggiusta, si corregge, si trasforma, come un viso nel corso degli anni e delle esperienze che lo segnano.<br />
E’ anche una storia di famiglia, alla ricerca di chiarire a se stesso la propria realtà, la propria identità multipla in cui confluiscono sefarditi e askenaziti, impero ottomano e impero absburgico, bellezza del paesaggio libanese e torpida malinconia di quello europeo orientale. Se ci sono state tante saghe famigliari ebraiche, ciò deriva dal fatto che quella ebraica condensa ed esalta le contraddizioni presenti in ogni famiglia, concentrato dell’universale-umano: la gelosa chiusura identitaria e le mescolanze che la meticciano in ogni nuova unione, i legami affettivi e gli oscuri rancori, la tradizione e il suo perdersi.<br />
Il dramma della propria mappa personale, tracciata strappata e ricucita, s’intreccia a un drammatico capitolo di storia del mondo, in un libro che abbraccia esilio e Shoah, Italia Israele Mitteleuropa e Levante musulmano, “infelicità araba” e Gilgul, il vorticoso movimento delle anime vagabonde intorno alla separazione dei corpi secondo la mistica ebraica, l’antisemitismo e l’orrore di Sabra e Chatila.<br />
“In questo viaggio”, chiedo a Gad Lerner, “ti sei ritrovato o perduto, hai disegnato meglio il tuo volto, come nella parabola di Borges, o l’hai reso più indistinto? Insomma, le tue anime vagabonde si sono riunite o almeno avvicinate o si sono ancor più disperse?”<br />
LERNER – Provo serenità, innanzitutto, un certo sollievo. Tanto doveva, l’ebreo fortunato che io sono, alle anime familiari vagabonde la cui irrequietezza continua a vivere in me. Accetterò dunque, malvolentieri, la verità della parabola di Borges. Sopporterò l’idea di aver dipinto il mio volto sgradevole: non per vezzo autobiografico, ma perché quelle anime familiari meritavano il risarcimento della consapevolezza. La paura di affrontare il dolore, ma anche un imperdonabile senso di vergogna, avevano ostruito il canale di trasmissione naturale del racconto, dai nonni ai genitori a me e i miei fratelli. La scrittura, infine, permette che la mia buona sorte s’inchini davanti al travaglio d’infelicità che l’ha generata.<br />
Sottopongo il lettore a un girovagare continuo, e tu noti che in “Scintille” il racconto della nazionalità risulta sempre provvisorio, in costruzione. Ma questo libro avrei potuto scriverlo solo in italiano. Credo sia un’esperienza sempre più frequente nel mondo contemporaneo: è grazie alla mia nuova cittadinanza che posso riconoscere i legami con le altre patrie che mi porto dentro.<br />
MAGRIS – “Questo tuo viaggio ha una sua peculiarissima, multipla fisionomia; è un viaggio nella diaspora e nel ritorno alla Terra Promessa, nel destino ebraico e in quello arabo e soprattutto nel destino odierno di  una crescente mescolanza, che ora esalta ora intimorisce. Come vedi, con la tua esperienza, il futuro di questo incontro e di queste mescolanze nel nostro Paese? Vedi più integrazione o più rifiuto o vedi un drammatico pericolo che il numero di chi arriva possa crescere sino a rendere impossibile l’accoglienza, non per stolidi pregiudizi, ma per insormontabili difficoltà materiali?<br />
LERNER – Frequentavo una scuola elementare di Milano nel 1961, quando si celebrava il centenario dell’Unità d’Italia. Sarò grato per sempre alla mia maestra, Ada Fiecchi, per come seppe farmi innamorare degli eroi del Risorgimento nazionale, sebbene fossi un nuovo arrivato. Perché non dovrebbe ripetersi tale esperienza d’inclusione, pur nelle mutate circostanze? Tanto più che la storia non si ferma. I miei nonni nacquero sudditi di imperi sovranazionali: i nonni materni nella Palestina ottomana su cui regnava il sultano di Istanbul; i nonni paterni nella Galizia asburgica, governata da Vienna. Di mezzo ci sta il nostro secolo, il secolo dei nazionalismi. Ma i nostri nipoti difficilmente vivranno negli Stati nazionali scricchiolanti così come oggi li conosciamo.<br />
MAGRIS – “Mentre tutta la storia di famiglia, con le sue ramificazioni che abbracciano persone di paesi e culture diverse, con i loro pregi difetti e contraddizioni, s’intreccia epicamente e nonostante tutto serenamente alle vicende storiche e collettive, c’è nel tuo libro una lacerazione, una ferita che brucia: il rapporto aspro, duro con tuo padre, narrato con  una dolorosa  ma impietosa sincerità che può turbare. Hai voluto, dovuto parlarne così apertamente? Ne hai sofferto, te ne senti anche un po’ colpevole, credi di aver riscattato quella frattura narrandola? E un po’ il dramma di ogni autentica letteratura, perché la parola esatta, diceva Thomas Mann, ferisce sempre. In ogni caso, non si potrebbe mai parlare con altrettanta sincerità dei propri figli…”<br />
LERNER – Farò tesoro di questa citazione di Thomas Mann –la parola esatta ferisce sempre- per cercare consolazione e conciliazione alle ferite di mio padre –ma non immagini quanto di mia madre!- cui il mio libro strappa i cerotti. Dovevo risparmiargliela, questa impietosa sincerità? Quanto me lo sono chiesto, sollecitato da amici che ritenevano eccessiva l’indiscrezione cui sottoponevo i miei vecchi. Ho attenuato, smussato. Ma la molla che mi ha sospinto a viaggiare, e a spiegarmi per via storica le incomprensioni familiari, il venir meno della confidenza, non poteva venire nascosta. Cerco la pace, con mio padre e mia madre. “Scintille” è un protendersi verso di loro. E sarà pure vero che dei genitori non potrebbero parlare con altrettanta sincerità dei loro figli. Ma quanti ne vedo soffrire imprigionati nella retorica dei buoni sentimenti –cosa vuol dire volersi bene?- accampati come giustificazione delle reticenze, elusioni, censure da cui nessuno trarrà giovamento.<br />
MAGRIS – “Per tuo padre – scrivi in una nota fulminea – «la propria esperienza era divenuta inenarrabile».  A parte il suo caso, si tratta di un motivo fondamentale, particolarmente oggi,  della nostra vita e del suo racconto ossia della letteratura.  E’ sempre più difficile distinguere le proprie esperienze da quelle degli altri, la realtà dalla sua riproduzione fittizia o dalla sua parodia; ci si sente un po’ dei cloni. L’ebraismo da un lato ne è colpito in modo particolare – la Shoah non è narrabile,  chi la visto la Gorgone non può dirlo – ma d’altro canto ha opposto un’accanita resistenza alla spersonalizzazione  e ha difeso la peculiarità dell’esperienza  individuale.  Tu senti narrabile o inenarrabile la tua esperienza?”<br />
LERNER – Attraversare inconsapevolmente la storia, anche quando essa ti s’impone com’è successo alla mia famiglia col peso di eventi fuori dal comune, resta un destino molto comune. Ma ti rendi conto? Io ero un ventenne che leggeva i tuoi libri su Joseph Roth e il mondo yiddish ignorandone il nesso con la vicenda di mio padre, con il fastidio suscitato in famiglia dalla nonna sopravvissuta, con i nostri luoghi galiziani di cui nessuno ci parlava. Inenarrabili a causa del dolore, per l’assenza di personalità adeguate a comprenderli? Certo che a noialtri privilegiati il narrare riesce molto più semplice. E se non altro, lo dobbiamo ai nostri figli.</p>
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		<title>Angelo Guglielmi e l&#8217;invidia per Gad</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 10:44:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scintille]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Guglielmi]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo di Angelo Guglielmi è uscito su &#8220;La Stampa&#8221; di oggi. La lettura di Scintille, il nuovo libro di Gad Lerner edito da Feltrinelli, mi ha procurato una vera emozione tanto da sentirmi quasi obbligato a scriverne. Certo in questa quasi imposizione, oltre al fascino del libro, hanno agito a sostegno altri motivi minori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo di Angelo Guglielmi è uscito su &#8220;La Stampa&#8221; di oggi.</em><br />
La lettura di Scintille, il nuovo libro di Gad Lerner edito da Feltrinelli, mi ha procurato una vera emozione tanto da sentirmi quasi obbligato a scriverne.  Certo in questa quasi imposizione, oltre al fascino del libro, hanno agito a sostegno altri motivi minori che qui voglio elencare: intanto io sono un sincero amico di Gad; poi non posso dimenticare il fondamentale contributo che ha dato (con Profondo Nord e Milano Italia) a promuovere e fare grande RaiTre che io allora dirigevo; né posso dimenticare che da ragazzo e (confesso) anche oltre io avevo un complesso di inferiorità nei riguardi degli ebrei che si manifestava stupidamente nell&#8217;invidiarli (sciagure comprese) in quanto appartenenti a un popolo che aveva dato i natali (si dice così) a Proust, Marx e Freud (le mie divinità di allora, ancora oggi amate); aggiungo che Scintille &#8211; che non è un testo letterario, perché il suo linguaggio ha l&#8217;efficacia della scrittura giornalistica e non l&#8217;ambiguità della scrittura poetica &#8211; tuttavia appartiene al genere storico-memorialistico in cui si sono esercitati i migliori autori della narrativa italiana (e non solo) più recente (vogliamo ricordare Del Giudice o Saviano? e perché no Philip Roth? o tra i più giovani Antonio Pascale e Riccardo Bologna?).<br />
Come forse sapete Scintille è una vera e propria autobiografia in cui Gad viaggia alla ricerca delle sue origini davvero imbrogliate e misteriose in quanto impiantate in paesi e culture non solo assolutamente diverse ma attualmente attraversate da tensioni di scontro e irriducibili rivalse.  Gad, che nasce a Beirut nel 1954 da genitrice libanese e padre ucraino, ora è un italiano di Milano dove ha trovato riparo ancora bambino fuggendo con la famiglia dalla guerra civile che stava straziando la città natale.  Bisnonni, nonni, zii, cugini e nipoti tutti di ceppo ebraico, insomma l&#8217;intera parentela &#8211; almeno quel poco che resta &#8211; abita e vive in Israele.<br />
Leggendo Scintille sono stato preso dalla stessa invidia che avevo provato da ragazzo.  La nuova invidia nasce ovviamente da motivazioni diverse.<br />
Noto lo stupore dei recensori nel rilevare la diversità tra il Lerner che conoscono attraverso le sue trasmissioni televisive, sempre così sicuro e tranchant nelle affermazione e nei giudizi, e questo Lerner di Scintille, così dubbioso, incerto tra opzioni opposte, tentennante e contraddittorio.  Io sono affascinato proprio da questo contraddirsi, il suo esitare che, radicato in un uomo che nella vita pratica non sembra avere incertezze, rivela la non casualità della sua sicurezza.  A Gad è consentito di essere limpido e determinato proprio perché è sostenuto da quella incertezza che non è altro se non consapevolezza che il mondo non ha confini, e che delimitarlo significa perderlo.  Certo poi s&#8217;impone la necessità di scegliere e se quello che scegli sembra in contrasto con quello che pensi è perché sai che pensare è sinonimo di ricercare e può contenere anche il contrario di quel che pensavi.<br />
Guarda che fortuna, Gad!  Tu sei il frutto di un processo complesso; forse sei italiano, ma anche lituano, che era la nazionalità di una tua bisnonna, anche ucraino, la patria dei tuoi nonni paterni, anche siriano, anche libanese, la terra di tua madre, forse israeliano, il Paese che ha accolto i tuoi parenti.  Sei un apolide, ma questo non ti ha fatto impazzire credendoti un uomo di nessuno.  E oggi che ti sei messo in viaggio alla ricerca delle tue radici lo hai fatto non per trovarle ma per conoscerle, non per sistemarti in un profilo definitivo ma per tenerlo aperto, non alla ricerca di una identità ma per sfuggirla.<br />
L&#8217;ammonizione che più spesso ricorre in questa tua biografia è vattene, vattene dalla casa del padre, non imprigionarti perché le mura di una prigione fai presto a conoscerle.  Questa condizione di privilegio &#8211; il privilegio della tua diversità &#8211; ti permette di essere forte e anche meschino, freddo e appassionato, frigido e carnale, religioso e anche miscredente.  Ti permette di amare tua madre perché elegante e nobile, e di sfuggire tuo padre perché puzza e non sa parlare; ti permette di incantarti di fronte ai dolci prati del Libano e essere insofferente (fino al rifiuto) di fronte alla terra sporca di petrolio dei Carpazi; ti permette di cinguettare con le ricche signore di Beirut partecipando al loro vanesio chiacchiericcio (e condividerne la sostanza) e provare vera sofferenza per la vita dei palestinesi in fuga da Israele chiusi in spazi-Lager.<br />
Tu sei contraddittorio e insieme coerente.  Noi non apolidi siamo alla continua ricerca del chi siamo, tu apolide e ebreo sei in continua e libera fuga da ogni ipotesi di identità e trovi la tua forza in questo sottrarti.  Sei più felice di noi?  Questo non lo so.  Certo so che hai numerose criticabili debolezze e torti.  Per esempio ti trovi bello da quando da bambino tua madre ti ha portato dal chirurgo plastico per correggere le orecchie a sventola.  E finalmente ho capito il motivo dell&#8217;unico screzio che al tempo di Milano Italia abbiamo avuto, quando in una conferenza stampa a Saint-Vincent io, decantando i tuoi meriti, per non esagerare aggiunsi certo non è alto e bello (altri dicevano e dicono che sei antipatico): lo leggesti il giorno dopo e pateticamente e con aria dura mi contestasti che eri alto.<br />
Ma la vera tua debolezza-colpa, della quale non puoi essere perdonato, testimoniata da questa tua autobiografia, è che, dopo aver per tutto il libro e per tutta la vita irriso la tua nonna paterna perché grassa, foruncolosa e sdentata, poi nelle ultime pagine del libro scopri (o fingi di scoprire in cerca di perdono?) che tua nonna era una donna straordinaria impegnata per buona parte della sua vita a aiutare e salvare gli ebrei dalla furia dei nazisti.  Certo è un coup de théâtre che impreziosisce il libro assicurandogli il buon fine (la consolazione richiesta dal lettore) ma non ti salva dal sospetto che tra gli ingredienti più spesso invidiabili che fanno la tua persona vi è anche (e non in piccola dose) la furbizia mischiata alla crudeltà.<br />
<strong>Angelo Guglielmi</strong></p>
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		<title>&#8220;Il Secolo d&#8217;Italia&#8221; e le mie cittadinanze</title>
		<link>http://www.gadlerner.it/2009/11/20/il-secolo-ditalia-e-le-mie-cittadinanze.html</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 17:14:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Gad Lerner]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Lanna]]></category>
		<category><![CDATA[Secolo d'Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa recensione di Luciano Lanna a &#8220;Scintille&#8221; è uscita sulla prima pagina de &#8220;Il Secolo d&#8217;Italia&#8221; il 17 novembre scorso. Quanti pensieri può ispirare il gioco dei passaporti, intorno a una tavola imbandita di mezzeh libanesi, gli antipasti più buoni del mondo, e di pesce fresco». Soprattutto a chi, come Gad Lerner, ancora a vent’anni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa recensione di Luciano Lanna a &#8220;Scintille&#8221; è uscita sulla prima pagina de &#8220;Il Secolo d&#8217;Italia&#8221; il 17 novembre scorso.</em><br />
Quanti pensieri può ispirare il gioco dei passaporti, intorno a una tavola imbandita di mezzeh libanesi, gli antipasti più buoni del mondo, e<br />
di pesce fresco». Soprattutto a chi, come Gad Lerner, ancora a vent’anni, nel lontano 1974, era uno spaesato giovanotto del tutto «privo di cittadinanza». E che solo recentemente è tornato nella sua Beirut – la città dove è nato il 7 dicembre 1954 – per recuperare anche una copia del suo certificato di nascita: «Fu un vera noia – ammette adesso – non poterne disporre ogni volta che mi toccava rinnovare il permesso di soggiorno e nei vari tentativi respinti di ottenere la cittadinanza italiana, giunta solo nel 1986, dopo trent’anni che vivevo ininterrottamente in Italia, e solo grazie al mio primo matrimonio». È un passaggio che Lerner vuole spiegare a chi non ne è consapevole: «L’ho avuto tardi, il prezioso lasciapassare dell’Unione Europea, dopo aver sopportato per trent’anni gli odiosi impedimenti burocratici dell’espatrio cui venivo assoggettato in quanto apolide, così come capita ai titolari di nazionalità considerate scadenti».<br />
Questo e molto altro il celebre giornalista ce lo racconta in una sua autobiografia davvero ben scritta e che si legge come fosse una saga familiare d’invenzione letteraria: “Scintille. Una storia di anime vagabonde” (Feltrinelli, pp. 222, € 15,00). Un libro che integra e completa il discorso già avviato con i precedenti “Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità”<br />
(Feltrinelli) e “Martiri e assassini” (scritto insieme a Franco Cardini per Rizzoli). In questo nuovo libro, in cui Lerner si definisce «levantino d’Europa», approfondisce la stessa tematica attraverso un suo viaggio, reale e immaginario nel contempo, alla ricerca delle proprie radici familiari. Ne scaturisce un grande omaggio al paesaggio antropologico e mosaico culturale euro- mediterraneo, che si delinea tra i Carpazi e Beirut, Smirne e il Piemonte, Gerusalemme e Parigi, Leopoli e Milano, il Tigullio e Aleppo. Su tutto vale una conversazione riportata alla luce della visita di Gad nella sua città natale. «Cosa ci fa lei a Beirut?».<br />
«Sono un ebreo nato qui, grazie al mio nuovo passaporto italiano ieri ho potuto visitare la mia vecchia casa». Risponde l’interlocutore:<br />
«Che bella coincidenza, io sono un palestinese, fuggito in Libano da bambino, quando la mia casa è caduta in mano agli israeliani». In fondo quello che lui chiama il “gioco dei passaporti” si aggroviglia proprio lì, «lungo la linea di confine – scrive – tra il mio Libano e la mia Israele, dove la <<br />
mia Italia è stata chiamata a interporsi come<br />
cuscinetto a tutela di una pace precaria. E dove mia  madre Tali scendeva in spiaggia a raccogliere conchiglie mentre mio nonno Joseph Taragan mostrava i documenti ai funzionari britannici e francesi dopo la caduta dell’impero ottomano».<br />
Il riferimento alla memoria familiare è centrale in tutta la ricostruzione perché è un po’ la chiave del complesso viaggio che spiega lo stesso titolo del libro. “Gilgul” significa infatti, nella Qabbalah, il frenetico movimento delle anime erranti che ci girano intorno quando il distacco dal corpo è figlio di circostanze ingiuste e dolorose, “scintille” d’anime prodotte dalla loro frantumazione. “Ai padri perdòno” si intitolava qualche anno fa un bel saggio di Geminello Alvi che rilanciava la necessità di una riconciliazione civile e spirituale con i nostri genitori. Un’analoga preoccupazione ispira anche le intriganti pagine di Lerner, felicemente intrecciate tra biografia, memoria e reportage.<br />
«Non siamo tributari al padre e alla madre – si legge nella premessa – di una nozione retorica d’onore e di gloria, come la tradizione potrebbe indurre a equivocare. Siamo invece tenuti a dare ai genitori il loro giusto peso, la dovuta importanza. Non trattare con leggerezza tuo padre e tua madre, se vuoi prolungare una vita degna e consapevole. Sforzati di comprenderli anche in ciò che non ti hanno trasmesso. Solo così ti rappacificherai».<br />
E in effetti Gad non è mai andato d’accordo con suo padre Moshé, non gli sono mai andati giù quei suoi improperi aspirati in arabo, quel suo eloquio maldestro tipico delle persone cresciute senza una vera lingua madre. «Ricordo – annota Lerner – una sorta di pantomima quando nel 1969 appesi in camera il poster di Che Guevara e lui si prese la briga di affiancarmelo con un ritratto di Moshé Dayan, oltretutto decisamente meno estetico con quella benda sull’occhio sinistro. Mio padre rideva di me...». Del resto Moshé Lerner è, ancora oggi a ottantatré anni, un apolide, un fuggiasco, un uomo che forse non ha mai trovato una sua naziona adottiva, che nel 1956 ricorse anche a un passaporto panamense: «Le foto giovanili lo ritraggono come un bell’uomo dagli occhi grigi e la carnagione olivastra vestito alla moda occidentale sotto il sole di Beirut. Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobaticamente nella più totale inconsapevolezza». Un’infanzia e una giovinezza accanto a ucraini e polacchi, maroniti e armeni, greco- ortodossi e musulmani, i suoi ebrei e i siriani.<br />
Visto che tutto ciò a Gad è stato in qualche modo precluso, visto anche che la confidenza con i genitori s’è ridotta col passare degli anni a mero ricordo dell’infanzia, è nato quindi in lui l’impulso a viaggiare, a visitare i luoghi della complessa memoria familiare, «frugando – come spiega – in un mosaico di felicità perdute». Da cui numerosi e disordinati viaggi fra Libano, Israele, Ucraina, Polonia, Lituania, Algeria... E i luoghi ancestrali della sua famiglia, plasmati dalle nazionalità mescolate e intrecciate dell’impero ottomano e dell’impero asburgico gli appaiono come lo specchio nel quale riflettere anche la propria vita: «Lungi dall’essere periferie marginali, le regioni orientali, di cui il Novecento ha sconvolto equilibri consolidati da secoli, esprimono un dilemma cruciale del mondo contemporaneo». È passato un secolo, commenta Lerner, ma sui territori della Mezzaluna non è stata trovata un’alternativa efficace al dosaggio fra etnie, nazionalità e confessioni religiose che i sultani turchi avevano codificato nella loro sintesi a mosaico. Così come non hanno ancora trovato pace tanti territori su cui regnava per secoli la nera aquila bicipite degli Asburgo e dove era normale, un tempo, «che la processione in onore di sua maestà l’imperatore fosse guidata a braccetto dal pope, dal rabbino e dal parroco». Guardando contemporaneamente alla Galizia di suo padre e al Libano di sua madre e risalendo dal Mediterraneo ai Balcani, dal Caucaso sino alle Repubbliche baltiche, l’autore di <+corsivo>Scintille<+tondo> è costretto a rilevare come oggi si sia tornati di nuovo a fare i conti con alfabeti che, di guerra in guerra, si sovrappongono nei cartelli stradali e nell’insegnamento scolastico: con popolazioni che si odiano parlando lingue quasi identiche, e dappertutto gli stessi bambini emaciati indossano le stesse divise calcistiche, sotto antenne paraboliche che pubblicizzano lo stesso lusso remoto. Oltre il Novecento, sconfitto il razzismo antisemita hitleriano, fallita la repressione sovietica delle nazionalità, caduta l’utopia del panarabismo laico degli anni Sessanta, le regioni in cui hanno vissuto i Lerner sono ancora alla ricerca di una composizione armonica: «Senza che gli imperi di Istanbul e di Vienna, distrutti dalla Prima guerra mondiale, abbiano trovato degni sostituti nella mediazione fra universalità dei diritti di cittadinanza e specificità delle etnie».<br />
Il portato delle ideologie nazionaliste che hanno devastato quegli assetti secolari di convivenza plurale è stato la tragedia del ’900:<br />
«Fa male riconoscerlo, perché a quella forma di patriottismo si erano aggrappate moltitudini di persone, ma i nazionalismi che ho incontrato nel mio viaggio sono ormai tutti decrepiti, sionismo compreso.<br />
Inadeguati alla pluralità naturale dell’umana convivenza, dopo che si è constatata l’impossibilità di far combaciare a forza gli Stati con le nazioni. Fallita è l’illusione di plasmare dall’alto, sul territorio, un popolo omogeneo che gli corrisponda».<br />
Sarebbe stata concepibile, si chiede Lerner, una Istanbul solo turca, una Haifa solo ebraica, una Alessandria solo musulmana? La loro brutale e innaturale metaformosi novecentesca rimanda, dopo il fallimento del secolo breve, a un ripensamento del mosaico euro- mediterraneo. Il filosofo ebreo Martin Buber, da lui citato, spiegava che la terra può esercitare un influsso santificatore sull’uomo. Ma precisava che «la terra può anche trascinare l’uomo in basso e istigare la sua presunzione contro lo spirito». La nazione e l’identità, insomma, non potranno mai essere racchiuse nella consanguineità e nel pezzetto di terra dove si è nati e cresciuti.<br />
Aggiunge Lerner: «Come l’identità personale, anche la nazione va considerata un perseguimento dinamico, rivolto al futuro». E così<br />
conclude: Se fossi rimasto a vivere là dove sono nato, a Beirut&#8230; me lo sono già chiesto. Dovrei piuttosto chiedermi cosa ne sarebbe di me se non avessi attraversato il mare, se non fossi italiano. Se la vita non mi avesse sospinto al di là del passato».<br />
<strong>Luciano Lanna</strong></p>
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		<title>Onora il padre e la madre, di Goffredo Fofi</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 09:53:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scintille]]></category>
		<category><![CDATA[Goffredo Fofi su Scintille di Gad Lerner]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa recensione di Goffredo Fofi è uscita il 13 novembre su &#8220;Internazionale&#8221;. Gad Lerner, ebreo libanese cresciuto a Milano, cittadino italiano da quando è maggiorenne, ex militante di Lotta Continua, giornalista d’inchiesta e opinionista, cerca di rispettare il sesto comandamento nella ricostruzione della storia della sua famiglia, cercando di capire e di accettare –come tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa recensione di Goffredo Fofi è uscita il 13 novembre su &#8220;Internazionale&#8221;.</em><br />
Gad Lerner, ebreo libanese cresciuto a Milano, cittadino italiano da quando è maggiorenne, ex militante di Lotta Continua, giornalista d’inchiesta e opinionista, cerca di rispettare il sesto comandamento nella ricostruzione della storia della sua famiglia, cercando di capire e di accettare –come tutti dovremmo fare- le ragioni delle nevrosi genitoriali, accentuate qui da un contesto più che complesso, da un passato troppo spesso tragico.<br />
E’ una storia tutta del novecento quella dei Lerner, e l’autore la ripercorre dall’interno del girovagare professionale tra conflitti e disastri nel Medio Oriente e altrove, sul fondo delle ambiguità o malvagità dei potenti e il pianto delle vittime di ogni parte. Non è una storia qualsiasi e non è una storia come le nostre, sempre così provinciali.<br />
Il perno è Beirut, città affascinante, crocevia di culture e di conflitti dal tempo dei tempi. Persone e fatti sono fissati con l’istintiva sapienza, con la giusta misura tra vicinanza e distanza, nell’ambizione di capire le necessità, le ragioni, i torti –con quelli dei suoi- di una parte di mondo più tormentata delle altre. Questo bel libro ci cattura e ci costringe a pensare. Com’era dei grandi scrittori di ieri, lo scopo del racconto è, infine, dar pace alle “anime vagabonde” del passato.</p>
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		<title>Alla ricerca del passato &#8211; di Adriano Sofri</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 22:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scintille]]></category>

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		<description><![CDATA[Riporto in quest&#8217;articolo la recensione del mio nuovo libro Scintille, storie di anime vagabonde, scritta da Adriano Sofri e pubblicata su Repubblica l&#8217;11 novembre scorso. Negli ultimi anni, non pochi, Gad Lerner ha avuto una doppia vita. Una era quella che si vedeva in televisione, si leggeva nei suoi articoli sui giornali e in qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riporto in quest&#8217;articolo la recensione del mio nuovo libro <a href="http://www.gadlerner.it/2009/11/09/scintille-una-storia-di-anime-vagabonde.html" title="Scintille storia di anime vagabonde">Scintille, storie di anime vagabonde</a>, scritta da Adriano Sofri e pubblicata su Repubblica l&#8217;11 novembre scorso.</em></p>
<p>Negli ultimi anni, non pochi, Gad Lerner ha avuto una doppia vita. Una era quella che si vedeva in televisione, si leggeva nei suoi articoli sui giornali e in qualche libro d’occasione, e si conosceva, chi la conosceva, con la sua famiglia, la sua casa di città e la sua casa di campagna. In un’altra vita, nota pressoché solo ai suoi cari, Gad andava sulle tracce dei suoi genitori e dei suoi avi e, attraverso loro, sulle proprie tracce. Questo libro non è il diario della seconda vita, ma il suo lucido, doloroso, appassionato deposito. Se, prima che leggessi questo libro, mi avessero chiesto se conoscessi Gad, avrei risposto di sì, che lo conoscevo bene. Ora so che lo conoscevo pochissimo. Quando si pensa di conoscere “bene” qualcuno, di essergli amico, si è spesso dimenticato di farsi più delle domande sul suo conto, di chiedersi com’è, come sta, da dove viene e dove va, e a che punto è –a che punto siamo. Ci si interroga ancora meno su se stessi, del resto, in nome dell’abitudine dubbia a ritenere di conoscersi come le proprie tasche: si smette di frugare nelle proprie tasche, come se fossero senza sorprese. Se qualcuno mi avesse chiesto: “Tu che lo conosci, com’è Gad?”, gli avrei raccontato un piccolo episodio di galera. Io ci stavo dentro, lui mi faceva visita. Io avevo una maglietta qualunque, grigia, lui un elegante maglione giallo. Non lo aspettavo, l’avevo visto in televisione la sera prima, aveva indosso la maglia gialla, io passavo per uno fermo agli stessi colori poco colorati, grigio, nero, tutt’al più blu. Tornai in cella sgargiante, e lui tornò in strada con quella maglietta grigia. Avrei raccontato questo. Oggi, a chi me lo chiedesse, direi soltanto: “Leggete il suo libro”. “Scintille”, si chiama. Una storia di anime vagabonde, le anime dei suoi, i vivi e i morti. E’ la sua storia. Penso che anche Gad abbia di sè oggi, alla fine del libro, un’idea molto diversa da quella che aveva prima di partire. E’ partito e tornato tante volte, verso i luoghi dei suoi avi, le case in cui avevano dimorato, i boschi che hanno concimato. Il primo viaggio in Ucraina nel 2001, il primo ritorno in Libano nel 2007, cinquantatré anni dopo esserci nato, cinquant’anni dopo esserne andato via. I suoi avi erano stati ebrei messi d’improvviso in movimento, dalla Galizia polacca e l’Ucraina e la Lituania al vicino oriente di Beirut e di Aleppo, a Israele e fino all’Italia. Gad è riandato tenacemente a dipanare il mucchio dei congiunti “denudati e ammassati e trucidati in luoghi per fortuna lontani”, e rimossi, “come una riprovevole vergogna”, dai nuovi ebrei, “gli ebrei fortunati come noi”. Ha fatto e rifatto il viaggio nei luoghi in cui avrebbe potuto –avrebbe dovuto?- nascere. Quanto pesa un luogo di nascita sulla sorte di un essere umano, quanto ha pesato sulla sorte di chi nasceva a Lemberg-Leopoli, a Berdy?ev. “Se i nonni Lerner non avessero dovuto lasciare dopo chissà quante generazioni la Galizia yiddish, oggi Ucraina, e io fossi nato dove allora mi sarebbe toccato nascere. Se fossi nato in Israele dove sono nati i miei genitori e dove sono tornati a morire tutti e quattro i miei nonni&#8230; Se fossi rimasto a vivere là dove sono nato, a Beirut&#8230; E dovrei chiedermi cosa ne sarebbe di me se non avessi attraversato il mare, se non fossi italiano. Se la vita non mi avesse sospinto al di là del passato”. Commuove questo oltrepassare il passato, ma alla condizione di esserci tornato, di aver ripercorso le strade della Boryslaw di Bruno Schulz in cui il tempo andava avanti e indietro, salvo spezzarsi nell’assassinio gratuito di un giorno, o negli anni dello sterminio. Non è un bilancio conclusivo quello di Gad, è il rendiconto a mezzo cammino di un uomo che è diventato padre da tempo, vuole farlo com’è giusto, e chiede ai suoi figli di accompagnarlo, e, figlio a sua volta di un padre e una madre, chiede loro scusa per aver deciso di raccontare la loro e la propria incomprensione senza aspettare che siano morti. Si è impressionati dalla sincerità temeraria di questo libro. Il rispetto per un padre rinnegato e rinnegatore –“Sono io il vero Lerner”- e l’amore per una madre fedele a un’originaria perfezione della famiglia paterna come una pianta rampicante al suo muro – fotografata ragazza, bellissima, sulla Corniche di Beirut, i capelli e l’abito nero con le maniche a sbuffo- non bastano più a giustificare un quieto e affettuoso vivere. Bisogna rendere conto ai dimenticati delle fosse comuni, e alla gente di cui furono parte &#8211; e ai figli. E’ strano da dire per un uomo ancora giovane –e “di successo”- ma è come se l’ansia per la precarietà antica che è del suo popolo si sia spinta in Gad fino a una vergogna riflessa e a un sentimento testamentario, se una sincerità da ora estrema si sia impadronita del suo tempo ordinario, cambiandolo. “Sono cresciuto dall’infanzia alla terza età nel dubbio che prima o poi trapelasse la tara della mia impresentabilità ereditaria. Neanche il benessere e i successi professionali, accidentalmente conseguiti, hanno rimosso quello stato d’animo. Forse è per questo che, dopo aver vissuto una gioventù indigente, ho finito per attribuire un peso eccessivo ai soldi come metro della mia accettazione. Sicuro peraltro che i soldi, presto o tardi, se ne sarebbero andati com’erano venuti, portandosi con sé anche il mio decoro. restituendomi alla condizione da cui mi ero illuso di sfuggire”.<br />
Cambiandolo col segno del dolore e della profondità, di un dolore profondo. Una famiglia vive di affetti e appartenenze reciproche, e reciproche separazioni, rotture e disconoscimenti: e di una trama di racconti e memorie che serve a riconoscere ma anche a dimenticare. Andare in cerca della memoria intera mette a repentaglio le rispettive trame costituite, i racconti e i silenzi tramandati. Gad fa un passo fuori dal cerchio dei legami stabiliti, e il gioco delle parti si scompone e ricompone. Da lì fuori può guardare gli altri, lasciare che gli altri guardino a lui –salvo che preferiscano voltargli le spalle, per un momento offesi. Rotta la convenzione che tratteneva solo le cose in luce e allontanava il buio, deve affrontare l’assalto di ricordi terribili, che non aveva più o non aveva mai avuto, e anzi andare loro incontro. Non si tratta di ribellarsi alla norma di lavare i panni sporchi in famiglia: nella famiglia si conservavano solo panni puliti e decenti, eleganti anche. Perfino estrarre dai cassetti le fotografie antiche sembra uno strappo penoso. Gad si appiglia al modo dei rabbini, all’esegesi della lettera, alla riscoperta delle parole e delle loro conseguenze. Parte dall’imperativo biblico –“Vattene –dalla casa del padre” ma anche “Vattene –va’ verso te stesso”. Parte, coscritto da un nome –dalla parola gilgul , il tumulto delle anime strattonate, il vortice che le travolge e le frantuma in scintille dopo che il loro trapasso è stato dirottato da una sventura, e le fa vagabondare illudendo che ogni arrivo in un luogo nuovo sia un ritorno. Lo sguardo muove da una fessura per allargarsi, come con la morte dentro il tank guardata, con l’intero Israele, dal confine del Libano, accanto a un intelligente generale italiano. E ogni volta, nell’Europa che fu asburgica o nel Vicino Oriente che fu ottomano, scoprire che i paesi sono ancora devastati dagli stessi odii, dalle stesse impenetrabili esclusioni, dagli stessi nazionalismi decrepiti e virulenti. Che l’ottusità è succeduta allo sterminio, e dura. E sentirsi e poi volersi spaesato, e trovare, di là dal naufragio minacciato dei legami consanguinei, la forza di una nuova famiglia scelta, di un passaporto guadagnato.<br />
Non solo io, che gli sono amico, più o meno tutti, con la professione che fa, pensano di conoscere Gad. Se leggeranno il libro ne saranno colpiti. Colpisce, di questi tempi, una profondità dolorosa.</p>
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		<title>La resa dei conti &#8211; di Alessandro Piperno</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 22:35:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A voi la recensione di Alessandro Piperno, del mio nuovo libro Scintille, uscita l&#8217;11 novembre su Vanity Fair. Scintille, il nuovo libro di Gad Lerner, è una vera e propria resa dei conti. E’ questa la ragione della sua insostenibile densità? Ma andiamo con ordine. Si tratta di un tuffo – narrativo saggistico autobiografico &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A voi la recensione di Alessandro Piperno, del mio nuovo libro <a href="http://www.gadlerner.it/2009/11/09/scintille-una-storia-di-anime-vagabonde.html" title="Scintille storia di anime vagabonde">Scintille</a>, uscita l&#8217;11 novembre su Vanity Fair.</em></p>
<p>Scintille, il nuovo libro di Gad Lerner, è una vera e propria resa dei conti. E’ questa la ragione della sua insostenibile densità?<br />
Ma andiamo con ordine.<br />
Si tratta di un tuffo – narrativo saggistico autobiografico  &#8211; nella propria genealogia familiare. Che prende spunto da  alcuni viaggi da Lerner intrapresi negli ultimi anni nei suoi luoghi originari. Si dà il caso che Gad Lerner sia quel che Nabokov avrebbe chiamato, non senza autoironia, “un’insalata di geni razziali”. E’ nato in Libano da un padre askenazita originario della Galizia (oggi un po’ Polonia un po’ Ucraina), e una madre sefardita di una buona famiglia libanese. Come è facile immaginare gran parte della famiglia paterna è stata massacrata negli anni in cui gli ebrei venivano massacrati. Poi, quando anche il Libano è diventata una terra inospitale per gli ebrei,  il piccolo Gad è giunto per caso dalle nostre parti. Lerner ci tiene a rivendicare  questa sua identità di “italiano per caso”. In effetti la sua complicata famiglia avrebbe potuto emigrare ovunque. In Israele. Negli Stati Uniti. In qualche paese europeo più civile e noioso del nostro.   Ma tant’è. Eccolo qui tra noi.<br />
Non stupisce che di recente lui abbia sentito l’esigenza di tornare a Beirut, sua città natale, e a Boryslaw dove il  ventotto novembre del 1941 molti componenti della sua famiglia paterna vennero sterminati e gettati in una fossa comune. Non esiste richiamo più potente di quello del sangue (e vorrei che alla parola “sangue” il lettore desse tutte le accezioni possibili).<br />
La storia di Gad Lerner ha un peso specifico davvero sconcertante. E’ come se lui fosse una sorta di ultimo discendente di una serie di mondi scomparsi. E allo stesso tempo il  relitto delle più significative tragedie novecentesche. Ecco perché il modo in cui dà conto di questi viaggi della memoria è così denso. Così insostenibilmente denso. Lerner, nonostante faccia di tutto per apparire leggero, è un viaggiatore con la valigia troppo piena: tristezza, rancore, nostalgia e tanta tanta letteratura.  Sono infiniti e prestigiosi  i compagni di viaggio di Lerner, a cui si appoggia, che cita, che ama, che gli danno forza e coraggio: Bruno Schulz, Vasilij Grossman, Martin Buber, Isaac B. Singer, Shalom Alechem, Joseph Roth, Primo Levi… Tutti correligionari dalle vite più o meno tragiche ma in ogni modo tutti ossessionati dalla propria tragedia. Walter Benjamin, un altro grande ebreo finito male, sognava di scrivere un libro fatto solo di citazioni. Ho l’impressione che Lerner sia stato traversato da una tentazione analoga. E’ come se avesse bisogno di giustificare la sua sofferenza, la sua nostalgia, la sua irritazione (la sua esistenza?) con le parole e gli atti di prestigiosi e dolenti fratelli maggiori. E Dio sa se lo capisco.<br />
 Ma cosa nasconde tutto questo? E a cosa servono certi viaggi? E qual è il senso di continuare a massacrarsi con memorie così dolorose? Si cerca consolazione o altrimenti ci si vuole fare del male? Si cerca di stare meglio o si cerca di stare peggio? Si fa tutto per essere accettati o per essere rifiutati? Non lo so. Me lo chiedo da che ho memoria.<br />
Certo è che in questo libro serpeggia un tale senso di inadeguatezza e di malessere. Così opprimente che a un certo punto Lerner ha un bisogno morboso di confessarlo. E’ allora che parla della vergogna. La vergogna che ogni ebreo ha di essere quello che è. Che solo talvolta si mescola alla fierezza ma che il più delle volte resta vergogna allo stato puro. “Quando si parla di sgradevolezza ebraica, c’è di mezzo un’umiliazione perseguita nel tempo. Un’inferiorità straniera comminata dal senso comune. In una parola, c’è la vergogna, sentimento che avverto così famigliare. Per molti anni, quando mi imbattevo nelle fotografie scattate nei lager dai soldati nazisti poco prima di mandare a morte gli ebrei, d’istinto mi proibivo di guardarle e voltavo pagina. […]. Un inconfessato senso di vergogna attraverso cui mi sentivo accumunato alla miseria delle vittime”.<br />
Insomma è la vergogna l’angosciosa presenza acquattata dietro a ogni pagina: che prende forma tenera e terribile nel rapporto complicato che Lerner intrattiene con la figura più significativa del libro. Il padre,  Moshé Lerner, la cui descrizione fisica e morale possiede una vividezza davvero letteraria. Non a caso il libro si apre con lui. Con una prodezza che non stento a definire straordinaria: “”Pronto… le interesserebbe avere un’intervista con il vero Lerner?”. Era il 1995. Avevo da poco compiuto quarant’anni quando una famosa scrittrice mi conficcò degli aghi nella pancia raccontando di aver ricevuto una simile telefonata da mio padre Moshé”.<br />
Trovo questa storia semplicemente sublime. Si fa un gran parlare delle madri ebree. Ma se solo sapeste cosa sono i padri. Quanto pesano. Quanto il loro puerile senso della competizione possa distruggerti. Quanto il loro narcisismo sia ingombrante, ingovernabile e distruttivo.<br />
 L’ironia è che la cosa più viva del libro di Lerner è certamente il personaggio del padre. Il dato beffardamente tragico, invece,  è che sia proprio questo padre l’incarnazione della vergogna originaria del figlio (non avviene sempre così?). E’ lui – Moshé Lerner &#8211; ad aver perso tutta la famiglia durante lo sterminio nazista. E’ lui che ha rischiato di fare la stessa fine. E’ lui che non ha voluto fare i conti con tutto questo. E’ lui che ha perso tutte le occasioni possibili per essere grande. E’ lui che non ha contribuito in alcun modo alla nascita di Israele. E’ lui l’uomo rimasto pervicacemente senza patria, è lui l’inconcludente per antonomasia. E’ lui l’ultima versione dell’ebreo errante che conosce tutte le lingue ma non ne domina nemmeno una.  “Restio a concedergli la pur doverosa indulgenza” scrive Lerner “da figlio prima ignaro e poi deluso, mi sono limitato finora a deprecare l’esito di tali continui strappi della personalità di Moché”.<br />
Ebbene lasciatemi dire che, dovendo scegliere, al figlio preferirei il padre. Sì, meglio il cialtrone dell’intellettuale. Meglio colui che ha fatto di tutto per dimenticare che colui che a ogni costo vuole ricordare.</p>
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		<title>Scintille &#8211; Feltrinelli Video</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 09:35:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le anime vagabonde della mia famiglia, fra Libano, Ucraina, Israele e Italia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le anime vagabonde della mia famiglia, fra Libano, Ucraina, Israele e Italia.</p>
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		<title>Scintille &#8211; Una storia di anime vagabonde</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 08:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gad</dc:creator>
				<category><![CDATA[Puntate Infedele La7]]></category>
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		<description><![CDATA[Mercoledì 11 novembre è uscito il mio nuovo libro Scintille &#8211; Una storia di anime vagabonde, pubblicato da Feltrinelli. E&#8217; un testo intimo e personale , cui ho dedicato molti anni di lavoro e molti viaggi. Vi propongo la sintesi fornita dall&#8217;editore nel risvolto di copertina. Gilgul, nella Qabbalah ebraica, è il frenetico movimento delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Mercoledì 11 novembre è uscito il mio nuovo libro Scintille &#8211; Una storia di anime vagabonde, pubblicato da Feltrinelli. E&#8217; un testo intimo e personale , cui ho dedicato molti anni di lavoro e molti viaggi. Vi propongo la sintesi fornita dall&#8217;editore nel risvolto di copertina.</em></p>
<p><em>Gilgul</em>, nella Qabbalah ebraica, è il frenetico movimento delle anime vagabonde che ruotano intorno a noi quando la separazione del corpo è dovuta a circostanze ingiuste o dolorose. Tanto violenti possono essere i conflitti che attendono gli spiriti rimasti sulla terra, che la tradizione parla addirittura di &#8220;scintille d&#8217;anime&#8221; prodotte dalla loro frantumazione.<br />
Con questo libro inatteso, di straordinaria intensità e autenticità, Gad Lerner ha deciso di addentrarsi nel suo gilgul familiare, nelle &#8220;scintille d&#8217;anime&#8221; della sua storia personale. Suo padre Moshè reca il trauma della Galizia yiddish spazzata via dalla furia della guerra, e mai davvero trapiantata in Medio Oriente. Dietro di lui si staglia enigmatica la figura di nonna Teta, incompresa e dileggiata perchè estranea alla raffinatezza levantina della Beirut in cui è cresciuta Tali, la moglie di Moshè. Ma anche la Beirut degli anni Quaranta, luogo d&#8217;incanto senza pari, si rivela un recinto di beatitudine illusoria.<br />
Vano è il tentativo di rimuovere lo sterminio degli ebrei d&#8217;Europa e la Guerra d&#8217;indipendenza nella nativa Palestina: anche se taciuti, questi eventi si ripercuotono nella vicenda familiare generando malessere e inconsapevolezza. Le anime vagabonde nel gilgul reclamano di essere perpetuate nel riconoscimento, senza il quale non c&#8217;è serenità possibile. Il racconto si snoda da Beirut ad Aleppo, fino alla regione ucraina di Leopoli e Boryslaw, lo shtetl in cui perse la vita gran parte dei Lerner, per concludersi sorprendentemente al confine tra Libano e Israele, presediato dai soldati italiani, dove si riuniscono le molteplici nazionalità dell&#8217;autore. Così l&#8217;indagine sulla memoria e sui conflitti familiari si rivela occasione per un viaggio nel mondo contemporaneo minato dalla crisi dei nazionalismi, tuttora alla ricerca di convivenza armonica. Un itinerario attraverso nuove e vecchie frontiere che scava nel passato per rivelarne il peso sul presente. Una storia appassionante, felicemente sospesa tra biografia e reportage.</p>
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