Quelli che…”Siamo fuori dal tunnel”

mercoledì, 13 maggio 2009

Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Come cantava nel suo tormentone estivo CapaRezza qualche anno fa, un coro di politici, manager e opinionisti ha iniziato a strombazzare all’unisono: “Siamo fuori dal tunnel (el-el-el…)”. Naturalmente si riferiscono alla crisi economica mondiale, descritta come una curva a U: toccato il fondo, finalmente possiamo solo risalire. Solo alcuni, prudentemente, ricordano che la U ha un fondo assai più ampio della V, dunque non si sa quando ricomincerà davvero la risalita e, soprattutto, in quanti risaliremo calpestando un tappeto di vittime ancora in cerca di salvezza.
Non dubito che siano in buona fede i propugnatori dell’ottimismo, e spero anzi con tutto il cuore che abbiano ragione loro. Ma rilevo che il sollievo viene esibito in genere da parte di persone che si trovano alla guida dei governi, dai responsabili di banche e aziende soccorse col denaro pubblico, dalle medesime gazzette che magnificavano le virtù del liberismo fino ai crolli dell’autunno 2008. Così nei telegiornali passano in cavalleria le notizie dell’economia reale, che registra una caduta del pil (prodotto interno lordo) senza precedenti storici, accompagnata da chiusure d’impianti, insolvenze, mercato immobiliare sempre all’ingiù, e una diffusa sofferenza sociale. Il sorriso di chi ha visto la fine del tunnel ci incoraggia a non indugiare su tali spiacevoli accidenti della realtà circostante. Suvvia, non si portano più, pensate positivo!
E allora mi viene un dubbio che esprimerò in modo brutale: non sarà che i messaggeri della ripresa economica molto semplicemente esultano perché loro l’hanno sfangata? E’ evidente che non si rivolgono alle fasce più povere della popolazione quando spiegano che –certo- fino alla fine del 2009 la situazione non migliorerà, ma, forse forse, nel 2010 vedremo i primi segni di ripresa… Chi sta sopportando un taglio brusco e inaspettato al suo tenore di vita rischia oggi di restare tagliato fuori, costretto alla mera sopravvivenza, escluso dalla possibilità di riagganciarsi alla crescita economica in arrivo chissà quando.
Il compiacimento dei potenti per l’imminente presunta fine della crisi, somiglia troppo a una festa per lo scampato pericolo. I membri dell’establishment che tra l’ottobre e il novembre 2008 hanno temuto davvero di venir travolti –chi da un fallimento aziendale, dalla reputazione professionale compromessa, chi dal discredito politico- in primavera hanno percepito di avercela fatta un’altra volta. Il sistema è in ginocchio, ma nessuno lo rovescerà. Basterà pazientare aggrappati alla poltrona e, prima o poi, tutto ricomincerà come prima, senza riforme incisive tali da intaccare la redistribuzione del reddito e dunque anche i loro compensi stratosferici.
Chi fomentava la paura oggi gigioneggia con la speranza, e non minaccia più di mandare in galera i finanzieri cattivi. Dopo avere predicato contro l’immoralità dell’”economia di carta”, la finanza creativa, facciamo tutti (giustamente) il tifo perché il manager apolide Sergio Marchionne –un italo-canadese con la famiglia in Svizzera che si esprime più a suo agio in inglese- acquisisca “a leva” Chrysler, Opel, Saab e Gm America Latina. Cioè rilevi debiti altrui, senza metterci una lira e contando sul sostegno di fondi pubblici. Spero davvero che Marchionne ce la faccia, così la smetteremo di sentire fesserie nazionalistiche contro la globalizzazione e demagogia sull’industria meccanica contrapposta ai derivati speculativi.
Ma nel frattempo i CapaReza della “fine del tunnel” ci segnalano che le auspicate riforme di sistema resteranno una pia illusione perché, se davvero hanno ragione loro (io purtroppo ne dubito) tornerà in auge gli apologeti di un altro ritornello: “E’ il mercato, bellezza”. E pazienza se ne stanno facendo le spese milioni di persone impoverite.

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